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Il pm nelle indagini preliminari

14 Novembre 2019 | Autore:
Il pm nelle indagini preliminari

Quali sono le funzioni del pubblico ministero? Procuratore: chi è? Cosa sono le indagini e come si svolgono? Pm: che poteri ha? Quando chiede l’archiviazione?

Anche una persona non particolarmente esperta di diritto sa, almeno per sommi capi, chi è il pubblico ministero: si tratta di quel magistrato che, all’interno del procedimento penale, riveste il ruolo dell’accusa, cioè di colui che indaga sui crimini commessi al fine di portare in giudizio gli autori degli stessi. Il pubblico ministero, dunque, svolge una duplice, fondamentale funzione: durante la fase delle indagini preliminari, dirige e coordina la polizia giudiziaria al fine di trovare elementi utili a sostenere l’accusa; durante il processo vero e proprio, invece, si confronta con l’avvocato difensore davanti al giudice terzo e imparziale. Con questo articolo ci soffermeremo sul primo aspetto, cioè al ruolo del pm nelle indagini preliminari.

Come vedremo, il magistrato del pubblico ministero (o meglio, il Procuratore della Repubblica) è il vero e proprio signore delle indagini, nel senso che egli ne è il protagonista assoluto per via dei poteri che la legge gli conferisce: basti solamente pensare che le indagini svolte dalla Procura sono protette dal segreto, tant’è vero che, fino a che non si concludono, nessuno può prenderne visione, nemmeno l’indagato (che è il diretto interessato) o il suo difensore. Se hai dieci minuti di tempo e l’argomento ti appassiona, prosegui nella lettura: vedremo insieme cosa fa il pm nella fase delle indagini preliminari.

Pubblico ministero: chi è?

Prima di addentrarci nell’argomento principale di questo articolo è bene illustrare, seppur brevemente, chi è il pubblico ministero. Come anticipato, si tratta del magistrato che svolge le indagini preliminari e che, in giudizio, sostiene la pubblica accusa.

Un po’ più nel dettaglio, possiamo dire che il pubblico ministero è il titolare dell’azione penale che è obbligato a esercitare quando ne ricorrano i presupposti: ciò significa che il pm è tenuto per legge ad avviare le indagini ogni volta che è in presenza di un fatto criminoso.

Se, ad esempio, al pubblico ministero viene segnalata un’aggressione, egli deve senz’altro procedere, non avendo discrezionalità in merito: se viene denunciato un reato, non può che avviare le indagini preliminari al fine dell’accertamento e della repressione dei crimini.

Pm e Procuratore della Repubblica: c’è differenza?

Ma chi è che segue davvero le indagini preliminari? Il pubblico ministero oppure il Procuratore della Repubblica? C’è differenza? Facciamo chiarezza.

All’interno di ogni tribunale ordinario italiano esiste un ufficio denominato Procura della Repubblica. La Procura, come già detto, si occupa di esercitare l’azione penale, cioè di dare l’avvio alle indagini preliminari ogni volta che ce ne sia bisogno: per la precisione, quando vengono denunciati fatti che presentano i connotati del reato.

A capo degli uffici della Procura sono posti i Procuratori della Repubblica, cioè i magistrati che si occupano di promuovere e dirigere le indagini; essi sono coadiuvati da Procuratori aggiunti e da Sostituti procuratori.

La differenza tra pm e procuratore è molto banale: il pubblico ministero è una funzione, non una persona fisica. Chi esercita le funzioni di pubblico ministero è il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale (che in appello prende il nome di Procuratore generale).

Dunque, la differenza sta nel fatto che il Procuratore della Repubblica è il magistrato a capo della Procura, mentre la funzione di pubblico ministero nel procedimento penale è esercitata dal magistrato che rappresenta la pubblica accusa, il quale può essere tanto il Procuratore stesso che (come molto spesso accade) un suo sostituto procuratore.

Tanto è confermato anche dalla  legge [1], secondo cui le funzioni di pubblico ministero sono esercitate:

  • nelle indagini preliminari e nei procedimenti di primo grado, dai magistrati della Procura della Repubblica presso il tribunale;
  • nei giudizi di impugnazione dai magistrati della Procura generale presso la corte di appello o presso la corte di cassazione.

La fase delle indagini preliminari

Cosa sono le indagini preliminari? Le indagini preliminari sono una fase dell’intero procedimento penale, quello che comprende, oltre alle indagini, anche il processo a carico dell’imputato. Più nel dettaglio, le indagini preliminari servono alla Procura della Repubblica per raccogliere elementi sufficienti a dimostrare o meno la colpevolezza della persona sospettata di aver commesso un crimine.

Durante questa fase, il pubblico ministero organizza e promuove l’intervento della polizia giudiziaria affinché agisca per individuare tutti gli indizi e gli elementi utili per sostenere la pubblica accusa nel futuro giudizio.

Bisogna però ricordare che le indagini preliminari sono dirette anche (anzi, soprattutto) a verificare la fondatezza della notizia di reato segnalata: ciò significa che, se dalle indagini non dovessero emergere elementi di colpevolezza a carico dell’indagato, il pubblico ministero è tenuto a chiedere al giudice l’archiviazione del caso (ne parleremo più diffusamente nell’ultimo paragrafo).

In estrema sintesi, quindi, possiamo concludere dicendo che le indagini preliminari, a capo delle quali v’è il magistrato del pubblico ministero, sono deputate a verificare che il presunto crimine segnalato alle autorità sia davvero fondato; nel caso in cui non lo fosse, il pm non dovrebbe esitare a chiedere l’archiviazione.

Quali sono i compiti del pm nelle indagini?

Vediamo ora più nel dettaglio cosa fa il pm nelle indagini preliminari. Abbiamo detto che il compito del magistrato del pubblico ministero è quello di promuovere e coordinare tutte le indagini svolte a carico di uno o più persone sospettate di aver commesso un crimine.

Per la precisione, il magistrato del pubblico ministero, una volta ricevuta la notizia di reato, svolge tutta l’attività investigativa necessaria disponendo, tra le altre cose:

  • gli accertamenti tecnici;
  • le perquisizioni, le ispezioni e i sequestri;
  • le intercettazioni telefoniche;
  • le assunzioni di informazioni dalle persone offese e da quelle informate sui fatti;
  • le individuazioni di persone e di cose utili alle indagini;
  • l’interrogatorio dell’indagato e degli imputati o indagati in procedimenti connessi.

Durante la fase delle indagini preliminari, inoltre, il magistrato del pubblico ministero:

  • chiede al giudice di emettere l’ordinanza cautelare più opportuna (arresti domiciliari, obbligo di dimora, custodia cautelare in carcere, ecc.);
  • esprime il suo parere sull’istanza di revoca di misura cautelare avanzata dall’indagato/imputato;
  • dispone il fermo della persona gravemente indiziata di un delitto;
  • autorizza a procedere all’allontanamento d’urgenza dalla casa familiare;
  • può chiedere al giudice che si proceda ad incidente probatorio.

Al termine delle indagini preliminari, il pm esercita l’azione penale formulando il capo di imputazione. Fino a qui, tutta l’attività svolta dal pubblico ministero rientra nella cosiddetta funzione inquirente. Successivamente, all’interno del processo che verrà instaurato, egli diventa parte processuale a tutti gli effetti, chiedendo al giudice che un determinato fatto di reato venga punito o, se sussistono i presupposti, domandando che l’imputato venga assolto. Si parla, in questo caso, di funzione requirente.

Funzione inquirente e funzione requirente del pm

Durante tutta la fase delle indagini preliminari il pubblico ministero esercita quella che, con terminologia un po’ datata, viene definita funzione inquirente. Cosa significa? Vuol dire che durante le indagini il pm dispone di tutti i poteri necessari per poter investigare. Non a caso, si dice che il pubblico ministero sia il “dominus” delle indagini, cioè il signore vero e proprio di questa fase procedimentale.

La terminologia usata (funzione inquirente) è in realtà un retaggio del passato; oggi, il divario che c’è tra pubblica accusa e difesa è stato ridotto conferendo maggiori diritti all’indagato e perfino la possibilità di effettuare investigazioni difensive di parte a mezzo del proprio avvocato.

È tuttavia innegabile che il pm conservi una certa preponderanza nei confronti di tutti gli altri soggetti coinvolti nel procedimento: basti pensare che il pm può disporre il sequestro dei beni oppure il fermo della persona gravemente indiziata. Insomma: al pubblico ministero, in qualità di magistrato della Procura della Repubblica, sono riservati poteri di gran lunga superiori a quelli delle altre parti private (indagato, imputato e loro difensori).

Per funzione requirente, invece, si intende quella esercitata dal pm quando deve esprimere richieste o pareri in vista delle decisioni degli organi giudicanti (cioè, dei giudici). Il pubblico ministero, ad esempio, chiede al giudice il rinvio a giudizio dell’imputato quando, durante le indagini preliminari, ha raccolto sufficiente elementi a carico dell’indagato, ovvero, nel caso contrario, chiede l’archiviazione della pratica; ancora, è il pm a chiedere al giudice l’emissione di un’ordinanza restrittiva della libertà dell’indagato/imputato; è sempre il magistrato del pubblico ministero che esprime il proprio parere sull’eventuale istanza di liberazione avanzata dall’avvocato difensore; ecc.

Quando il pubblico ministero chiede il rinvio a giudizio?

Al termine delle indagini preliminari, il pubblico ministero deve decidere se chiedere il rinvio a giudizio dell’indagato oppure l’archiviazione del caso; in entrambi i casi, il soggetto destinatario della richiesta è il giudice.

Il pm chiede il rinvio a giudizio quando, all’esito delle indagini da lui condotte (o meglio, coordinate), sono emersi elementi di responsabilità penale in capo all’indagato. Insomma: se il pm ritiene che la persona sospettata sia colpevole, allora chiede che venga disposto il giudizio affinché si celebri il processo a carico di colui che, dopo essere stato indagato, assume definitivamente lo status di imputato.

Quando il pubblico ministero chiede l’archiviazione?

Al contrario, se al termine delle indagini preliminari è emersa l’infondatezza della notizia di reato, allora il pubblico ministero dovrà chiedere al giudice di disporre l’archiviazione. Cosa significa? In poche parole, vuol dire che se il pm non è affatto convinto della responsabilità penale dell’indagato, egli chiederà al giudice di disporre l’archiviazione definitiva del caso; in buona sostanza, cestinerà la pratica.

Se, all’esito delle indagini, il pubblico ministero titolare dell’ufficio che si sta occupando del fatto delittuoso riterrà integrato il reato, formulerà l’imputazione e chiederà al giudice il rinvio a giudizio dell’indagato. In caso contrario, chiederà l’archiviazione della notizia di reato.

Sinteticamente, possiamo dire che il pm chiede l’archiviazione quando:

  • la notizia di reato è totalmente infondata;
  • risulta che manca una condizione di procedibilità, come ad esempio la querela;
  • la persona sottoposta alle indagini non è punibile per particolare tenuità del fatto;
  • il reato è estinto (ad esempio per prescrizione);
  • il fatto non è previsto dalla legge come reato (ad esempio, perché depenalizzato).

note

[1] Art. 51 cod. proc. pen.

Autore immagine: Pixabay.com


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