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Strage di Capaci, l’ultima sconvolgente verità

24 Ottobre 2019 | Autore:
Strage di Capaci, l’ultima sconvolgente verità

Un pentito accusa un ex poliziotto di avere piazzato l’esplosivo che uccise Falcone: «Coinvolti anche i servizi libici». E getta un’ombra sui Carabinieri.

Emergono particolari inquietanti dalle dichiarazioni del pentito di mafia Pietro Riggio agli inquirenti del processo Capaci bis di Caltanissetta. Il primo: a premere il telecomando per uccidere il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta il 23 maggio del 1992 potrebbe non essere stato il boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca. Il secondo: all’organizzazione della strage di Capaci avrebbero preso parte anche i servizi segreti libici. Il terzo: il poliziotto presuntamente coinvolto nell’attentato, da cui il pentito ha appreso queste informazioni, era uno 007 il cui suocero lavorava per l’intelligence di Tripoli. Il quarto: l’omicidio di Falcone, insieme a quelli compiuti o progettati all’epoca delle stragi, avevano come scopo «fare un favore alla politica». Il quinto: «I Carabinieri non avevano interesse a catturare Bernardo Provenzano».

Per quanto la storia abbia insegnato che le dichiarazioni dei pentiti vanno prese con le pinze, quelle di Pietro Riggio, ex agente di Polizia penitenziaria, stendono un velo d’ombra su una delle stragi di mafia che più hanno colpito l’opinione pubblica italiana e che più male hanno fatto allo Stato. Secondo Riggio, ci sarebbe un ex poliziotto che avrebbe avuto un ruolo nella strage di Capaci. Anzi, sarebbe stato proprio lui a piazzare l’esplosivo sotto l’autostrada. E sarebbe stato sempre lui a dirgli che per le operazioni particolari si avvaleva spesso di una donna che faceva parte dei servizi libici, anche lei coinvolta nella strage di Capaci. «Pure il suocero della seconda moglie dell’ex poliziotto, «quella a cui indirizzavo le lettere quando gli scrivevo dal carcere, faceva parte dei servizi libici in Italia e abitava a Catania.

Tutta da interpretare la frase che l’ex poliziotto avrebbe detto al pentito a proposito della dinamica dell’attentato a Falcone: «Brusca ancora è convinto di avere schiacciato lui il telecomando della strage di Capaci». Significa che c’era un’altra persona ad azionare un altro dispositivo, quello che veramente ha fatto scoppiare il tritolo sotto l’autostrada senza che Brusca lo sapesse? Un interrogativo sul quale gli inquirenti sono chiamati ad indagare.

E ancora: Riggio racconta che «i Carabinieri, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del 2000, non avevano alcun interesse a catturare Bernardo Provenzano», il capomafia corleonese arrestato poi nel 2006. Il pentito racconta di essere stato rimproverato dal solito ex poliziotto per il fatto di avere collaborato con i Carabinieri: «Se non c’ero io – gli avrebbe detto – tu eri un uomo morto».

Ma perché tutto questo emerge solo adesso, 27 anni dopo la strage di Capaci? «Parlo solo ora – spiega Riggio – perché a mio avviso i tempi oggi sono maturi perché si possano trattare certi argomenti senza rischiare la vita. Tanti segnali mi inducono a fare tale affermazione – prosegue il collaboratore – primo fra tutti la sentenza che ha chiuso il cosiddetto processo per la trattativa Stato-mafia».


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