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Lavorare come rider

25 Ottobre 2019
Lavorare come rider

Le problematiche relative al rapporto di lavoro dei fattorini delle grandi catene del food delivery.

Riders, ciclofattorini o semplicemente fattorini. Sono tante le definizioni che sono state usate, di recente, per definire quelle persone che, per lavoro, consegnano a domicilio diversi generi di prodotti e, in particolare, cibo preparato. I rider sono giunti alla ribalta delle cronache nazionali, e anche internazionali, perchè sono stati considerati il modello della nuova società basata sul digitale, la cosiddetta gig economy.

Lavorare come rider è diventato, per alcuni, il paradigma quasi di un nuovo schiavisimo e delle storture prodotte da una globalizzazione selvaggia che fa pagare il conto agli anelli più deboli della catena, ossia, i lavoratori precari che devono accontentarsi di un lavoro umile. Il legislatore ha allora deciso di intervenire su questa materia approvando uno specifico decreto legge che mira a tutelare più efficacemente i ciclofattorini.

Chi sono i rider?

Glovo, Foodora, Deliveroo, Just Eat e ora anche Amazon. E molti altri. Negli ultimi anni, sono nate delle società multinazionali, spesso dall’intuizione di giovani inventori, che hanno capito che, nella società moderna, far arrivare a casa i prodotti di cui le persone hanno bisogno è un grande business. La società di oggi, infatti, impone a ciascuno di noi ritmi sempre più frenetici, in particolare nelle grandi città. Si cucina sempre meno ed il momento del pasto ha perso quella sacralità che lo caratterizzava nelle famiglie tradizionali.

Per questo, si è sempre più diffusa la prassi di ordinare i pasti direttamente a domicilio.

Il braccio operativo di questo sistema sono i rider, ossia, i fattorini addetti alla consegna a domicilio di cibo (come, ad esempio, sushi o pizza) che viaggiano in bicicletta oppure in motorino. I riders lavorano per grandi società di food delivery, di solito multinazionali, oppure direttamente per fast food, ristoranti, pizzerie.

Come lavora un rider?

Le grandi aziende di food delivery sono, solitamente, degli intermediari. Si occupano, cioè, di mettere in contatto chi produce cibo pronto (ristoranti, pizzerie ed altri esercizi) con il consumatore finale. La società di food delivery gestisce l’acquisizione dell’ordine, con modalità digitali, ossia tramite un’app sullo smartphone, e la fase di consegna.

Nel lavoro del rider è, dunque, molto importante la tecnologia. Il rider, infatti, riceve l’ordine di consegna tramite una notifica sullo smartphone oppure sul device aziendale oppure tramite una chiamata telefonica.

Il rider si reca verso la pizzeria, il fast food o il ristorante, prende in consegna il cibo e lo sistema nell’apposito zaino termico o box. A questo punto, è pronto per portare il pranzo o la cena al cliente finale, che aspetta la consegna a casa o al lavoro.

Nell’ordine di consegna, il rider troverà scritto:

  • dove deve prelevare il cibo;
  • cosa deve prelevare;
  • a chi e dove deve consegnarlo;
  • la tempistica della consegna.

Sulla base degli ordini ricevuti, il rider si organizzerà al meglio. Potrà accorpare più consegne se questo è conveniente. In ogni caso, sceglierà sempre il percorso migliore che gli permette di giungere all’indirizzo di consegna prima possibile preservando al meglio la qualità del cibo consegnato.

Il rider deve anche prestare attenzione a come guida, per evitare il danneggiamento del cibo o del mezzo che, spesso, gli viene fornito direttamente dall’azienda per cui lavora.

Una volta giunto al luogo di consegna, il rider cerca l’interno e consegna il cibo al cliente. In alcuni casi è demandato al rider anche il pagamento anche se di solito il cliente paga in anticipo direttamente online.

Se deve gestire il pagamento avrà anche questa ulteriore responsabilità: avere cura del denaro. Se, infatti, lo perdesse potrebbe essere chiamato a restituirlo di tasca propria.

Terminato il giro di consegne, il rider resta in attesa di ricevere altre indicazioni di consegna.

Rider: come viene assunto?

Al di là della tipologia di lavoro, che può essere considerato non particolarmente interessante o qualificante, i rider sono giunti all’attenzione delle cronache nazionali, e lo stesso è avvenuto in molti altri paesi, per le condizioni di impiego con le quali vengono assunti.

In particolare, la maggior parte dei gruppi di food delivery non assume i riders come lavoratori subordinati ma li contrattualizza con contratti di lavoro autonomo [1]. Il rider, infatti, è tendenzialmente libero di accettare o rifiutare una consegna. Se la accetta e la porta a termine viene pagato, se la rifiuta non prende soldi. La possibilità di rifiutare la prestazione di lavoro è, secondo alcuni, l’elemento caratterizzante che distingue il lavoro dei rider dal lavoro subordinato e che giustificherebbe, quindi, il contratto di lavoro autonomo.

Tuttavia, essere assunti come lavoratori autonomi, priva i rider di molti diritti tipici del lavoro subordinato. In particolare, i rider non hanno diritto a:

  • la retribuzione minima prevista dai contratti collettivi di lavoro;
  • ferie e permessi retribuiti;
  • tredicesima e quattordicesima mensilità;
  • contributi previdenziali ed assistenziali;
  • tutela in caso di infortunio e malattia professionale;
  • tutela contro il licenziamento illegittimo;
  • indennità di disoccupazione Naspi in caso di perdita del lavoro;
  • tutela in caso di malattia;
  • permessi 104 per assistere familiari disabili.

In realtà, quelli indicati sono solo alcuni  dei diritti dei lavoratori dipendenti ai quali i rider non possono accedere.

Essere pagati pochi euro per ogni consegna nell’ambito di un contratto che non ti dà alcun diritto e dal quale puoi essere licenziato a discrezione del committente, senza alcuna tutela, è stato considerato da molti paradigmatico, il simbolo di una società in cui la competizione sfrenata tra imprese e la lotta commerciale a ridurre i prezzi si scarica sui diritti dei lavoratori.

Il caso Foodora

La problematica dei riders è giunta sui banchi del tribunale. Secondo molti avvocati e giuristi, infatti, il rapporto di lavoro dei rider non è autonomo, ma dipendente. In particolare, alcuni rider di Foodora hanno impugnato il loro contratto chiedendo di essere riconosciuti come dipendenti, con tutti i diritti che ne sarebbero derivati.

Il tribunale di Torino [2], in primo grado, ha stabilito che i rider non sono lavoratori subordinati.  Infatti, secondo i giudici piemontesi, il rapporto di lavoro dei rider è caratterizzato dal fatto che loro non hanno l’obbligo di effettuare la prestazione lavorativa e il datore di lavoro non ha l’obbligo di riceverla.

I riders potevano dare la propria disponibilità per uno dei turni indicati da Foodora, ma non erano obbligati a farlo; a sua volta, Foodora poteva accettare la disponibilità data dai ricorrenti e inserirli nei turni da loro richiesti, ma poteva anche non farlo.

Questa caratteristica del rapporto di lavoro intercorso tra le parti – secondo i giudici – può essere considerata di per sé determinante ai fini di escludere la sottoposizione dei riders al potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro perché è evidente che se il datore di lavoro non può pretendere dal lavoratore lo svolgimento della prestazione lavorativa non può neppure esercitare il potere direttivo e organizzativo.

Il tribunale rileva che si tratta di un profilo già messo in rilievo dalla Corte di Cassazione tanti anni fa, quando si era pronunciata in merito a una vicenda che presentava una certa analogia con quella attuale perché riguardava la consegna di plichi effettuata da lavoratori qualificati come autonomi: la Corte aveva allora affermato che proprio la “non obbligatorietà” della prestazione lavorativa escludeva in radice la subordinazione perché “la configurabilità della “eterodirezione” contrasta con l’assunto secondo cui la parte che deve rendere la prestazione può, a suo libito, interrompere il tramite attraverso il quale si estrinseca il potere direttivo dell’imprenditore“ [3].

A conclusioni ben diverse è, però, giunta la Corte d’Appello di Torino che, nel medesimo caso, ha ribaltato la decisione del tribunale [4] affermando che è corretta la qualificazione del rapporto di lavoro come autonomo ma queste collaborazioni sono caratterizzate da una forte coordinazione esterna da parte del committente e, dunque, in base ad una norma introdotta dal Jobs Act [5] devono essere considerati “collaborazioni etero-organizzate” alle quali si deve applicare la disciplina del lavoro subordinato.

La norma cui fa riferimento la Corte d’appello afferma che si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione sono organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro.

La Corte d’Appello ha, dunque, stabilito che, per il periodo in cui i rapporti avevano avuto esecuzione, i lavoratori riders avessero diritto di vedersi corrisposto quanto maturato in relazione all’attività lavorativa prestata sulla base della retribuzione diretta, indiretta e differita stabilita dal Ccnl per i dipendenti della logistica e trasporto merci, trattandoli quindi come lavoratori subordinati a tutti gli effetti.

Rider: il decreto legge del 2019

Il legislatore si è, di recente, reso conto che, su questa materia, è necessario un intervento normativo.

E’ stato, dunque, approvato un Decreto legge [6] recante “Disposizioni urgenti per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali” che contiene disposizioni volte a garantire minimi di tutela economica e normativa ai lavoratori la cui prestazione è organizzata tramite piattaforme digitali e quelli impiegati in attività di consegna di beni per conto altrui (i cosiddetti riders). Il decreto legge, innanzitutto, specifica che la norma del Jobs Act sulle collaborazioni organizzate dal committente, utilizzata dalla Corte d’Appello di Torino per applicare ai riders le tutele del lavoro subordinato, si applica “anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme anche digitali”. Sotto questo profilo, il decreto parrebbe, dunque, sposare la soluzione sull’inquadramento dei ciclofattorini adottata dalla Corte d’Appello di Torino nella vertenza Foodora.

Inoltre, si prevede che ai rider debba essere garantita una paga minima fissa e solo una parte in base alle consegne e la tutela assicurativa contro gli infortuni. Ora, non resta che attendere cosa accadrà in fase di conversione in legge del decreto.

note

[1] Art. 2222 cod. civ.

[2] Trib. Torino sent. n. 778/2018.

[3]  Cass. 7608/1991 e 811/1993.

[4] Appello Torino, sent. n. 26 del 4.2.2019.

[5] Art. 2 del D.Lgs. n. 81 del 15.06.2015.

[6] D.L. n. 101 del 3.09.2019.


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