Quando fanno più male le ossa e perché?

25 Ottobre 2019
Quando fanno più male le ossa e perché?

Gli esperti hanno analizzato i pazienti grazie a un’app: ecco i risultati.

Pioggia, vento e umidità nell’aria uguale più dolori di ossa, per la precisione con un aumento del 20% del malessere. Quella che per molte persone è una sensazione del tutto reale, ma che per altre è solo una leggenda metropolitana, viene ora promossa a verità scientifica da uno studio dell’Università di Manchester (Gb) su 13.000 individui, intitolato ‘Cloudy with a Chance of Pain’: ossia ‘Nuvoloso con possibilità di dolore’, riprendendo ironicamente il linguaggio del meteo.

Secondo gli esperti – riporta il sito dell’ateneo inglese – circa il 75% delle persone che soffrono di artrite ritiene che il tempo influenzi il loro dolore. Molti riferiscono che si aggrava col freddo, altri col caldo. Altri ancora pensano sia il tempo umido o piovoso a peggiorare la sofferenza fisica. Ebbene, per capire quali condizioni meteorologiche abbiano il maggiore impatto sul malessere dei pazienti, per 15 mesi gli esperti hanno seguito migliaia di residenti nel Regno Unito che vivono con dolore cronico (artrite, fibromialgia, emicrania e dolore neuropatico), registrando l’intensità del loro dolore quotidiano attraverso un’app per smartphone. Le posizioni Gps dei telefonini hanno poi dato la possibilità di analizzare le condizioni meteo corrispondenti alle varie rilevazioni.

Esaminando un totale di 5,1 milioni di report sul dolore, si è scoperto che i giorni con maggiore umidità, pressione più bassa e venti più forti sono più probabilmente associati al dolore più forte, con un aumento del 20% delle chance di stare male: un risultato coerente con le credenze di molti dei partecipanti.

Will Dixon del Center for Epidemiology Versus Arthritis dell’Università di Manchester, che ha guidato lo studio, spiega: “Fin dai tempi di Ippocrate si pensa che il clima influenzi i sintomi nei pazienti con artrite e circa tre quarti delle persone che vivono con l’artrite sono certe che il loro dolore sia influenzato dal tempo”.  Ora bisognerà procedere con altri studi per trovare, questa è la speranza, “nuovi trattamenti in grado di venire incontro ai bisogni
dei pazienti”.


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