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Come tutelarsi in caso di convivenza

27 Ottobre 2019
Come tutelarsi in caso di convivenza

I diritti dei partner che decidono di convivere nella stessa casa: la tutela in caso di debiti, cessazione dell’unione, morte, rapporti patrimoniali, spese e prestiti.

Prima di iniziare una convivenza, bisogna considerare una serie di fattori e di rischi: sapersi cautelare in anticipo potrà evitare degli spiacevoli inconvenienti. 

Hai mai pensato, ad esempio, ai problemi che potrebbero sorgere nel caso in cui il tuo partner dovesse subire un pignoramento dei beni mobili? E cosa succederebbe se la relazione dovesse finire e il titolare dell’immobile dovesse mandare via di casa l’altro senza alcun preavviso? Eventuali figli a chi andrebbero? In caso di morte di uno dei conviventi, l’altro può vantare dei diritti di successione e magari restare dentro l’appartamento? Le spese sostenute per la casa, l’affitto, la ristrutturazione o anche solo per l’arredo devono essere rimborsate? Per risolvere questi e altri problemi, è necessario sapere con precisione come tutelarsi in caso di convivenza.

Qui di seguito, proveremo a fornirti qualche breve consiglio pratico, di modo che tu possa comportarti nel migliore dei modi e non restare vittima di qualche sopruso. Ma procediamo con ordine.

Il contratto di convivenza

Prima di spiegare come tutelarsi in caso di convivenza, voglio ricordarti che ne esistono di due tipi: le “convivenze di fatto”, quelle cioè basate su un rapporto stabile, duraturo, ma non formalizzato con alcun accordo e quelle regolate, invece, con il cosiddetto contratto di convivenza. Non che le prime non siano tutelate dalla legge: anzi, la giurisprudenza le ha ormai equiparate in molti aspetti alle coppie sposate estendendone così le regole principali. La differenza sostanziale tra i due tipi di rapporti è che il contratto di convivenza consente di “personalizzare” gli accordi tra i partner in modo che questi possano regolare i reciproci interessi di natura economica e non.

In particolare, con un contratto di convivenza, i partner possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune.

Il contratto di convivenza, le successive modifiche e il suo scioglimento sono redatti in forma scritta, a pena di nullità, con atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato che ne attestano la conformità alle norme imperative e all’ordine pubblico.

Con il contratto di convivenza si può stabilire:

  • l’indicazione della residenza;
  • le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in relazione alle sostanze di ciascuno e alla capacità di lavoro professionale o casalingo;
  • il regime patrimoniale della comunione dei beni.

In assenza di regolamentazione, i beni acquistati da ciascun partner durante la convivenza restano di proprietà di questi e ne può rivendicare in qualsiasi momento la restituzione.

Come tutelare la casa in ipotesi di convivenza

Sicuramente, il miglior modo per tutelarsi da una convivenza è proprio mettere tutto nero su bianco e stipulare un contratto di convivenza. In questo modo, ad esempio, è possibile attribuire a un convivente il comodato, l’usufrutto o la proprietà della casa. 

È possibile regolare il diritto di abitazione della casa. In particolare: 

  • se la casa è di proprietà di uno o di entrambi i conviventi, l’altro si può far riconoscere un diritto di abitazione o un comodato, con scioglimento in caso di rottura del rapporto di convivenza e concessione di un termine per trovare un nuovo alloggio (ad esempio, un mese). È possibile, pertanto, prevedere un periodo di tempo durante il quale l’ex convivente può continuare ad abitare nella casa comune, fino a che non abbia trovato un nuovo alloggio;
  • se la casa è in affitto a nome di uno dei conviventi, si può prevedere la cessione del contratto di locazione in caso di rottura del rapporto di convivenza.

Salvo che il contratto di convivenza non disponga diversamente, tutte le migliorie apportate alla casa di uno dei due conviventi, con denaro dell’altro, restano acquisite all’immobile. Per cui, se non possono più essere separate senza danno all’appartamento, chi ha eseguito la spesa può chiedere il rimborso della somma investita in caso di rottura della relazione. Si deve, tuttavia, trattare di spese consistenti e di natura straordinaria: il rifacimento delle tubature, le mattonelle dei bagni, il parquet, gli infissi, la porta blindata, l’allarme. Sono, quindi, compresi tutti gli investimenti per ristrutturazione.

Mobili, immobili e arredi: divisione o restituzione?

Invece, mobili e arredi restano di proprietà di chi li acquista, salvo diversa regolamentazione nel contratto di convivenza. I conviventi, nel contratto, possono concordare il regime dei beni acquistati durante la convivenza (siano essi immobili, mobili, mobili registrati o titoli).

Possono scegliere di applicare il regime della comunione legale tra coniugi, applicando la relativa disciplina.

Prestiti e spese

Se le parti non hanno stabilito diversamente con apposito accordo, tutte le somme erogate al partner di modico importo, necessarie al ménage quotidiano, non devono essere restituite (si pensi ai soldi per le cene, per il parrucchiere, per un vestito, ecc.). Il convivente che ha contribuito in misura maggiore, a causa delle difficoltà lavorative dell’altro, non può chiedere la restituzione delle maggiori somme destinate alla vita comune in quanto rientrano nel dovere di solidarietà e contribuzione che, al pari delle coppie sposate, riguarda anche quelle di fatto.

Vanno, invece, restituiti prestiti di importo eccedente la normalità, come ad esempio il denaro necessario al partner per aprire un’attività commerciale. Anche secondo la giurisprudenza, se un convivente effettua un sacrificio economico sproporzionato, senza voler arricchire la controparte e senza ricevere altrettanto in cambio, può esercitare l’azione di arricchimento senza causa.

Tuttavia, proprio per evitare che si possano configurare equivoci e contestazioni, sarà bene formalizzare per iscritto ogni prestito e, parimenti, anche le donazioni. 

In caso di contratto di convivenza, invece, tutto è più semplice: i conviventi nel contratto possono stabilire in quale modo e misura ciascuno di essi partecipa alle spese derivanti dalla convivenza o dall’attività lavorativa domestica ed extradomestica.

Generalmente, le spese vengono ripartite equamente tra i conviventi, in relazione alle proprie sostanze economiche e alla capacità di lavoro professionale e casalingo di ciascuno.   

Fine della convivenza: è dovuto il mantenimento?

Di norma, se cessa la convivenza non è dovuto il pagamento dell’assegno di mantenimento, anche se lo scioglimento del legame avviene per colpa di uno dei due. Tuttavia, se la coppia ha avuto figli, valgono le stesse regole previste per le coppie sposate: così il partner che non convive con i bambini dovrà versare a quello, invece, che se ne prende cura (di norma, la madre) un assegno di mantenimento mensile.

Il contratto di convivenza può fissare delle regole diverse solo per i partner e non invece per i figli stabilendo, ad esempio, in favore della donna il dovere di mantenimento.

Uno di essi può obbligarsi a versare una somma di denaro (in un’unica soluzione o periodica) o a trasferire beni (immobili, mobili o titoli) o diritti prevedendo che l’altro convivente si obblighi, da parte sua, a determinate attività o a determinati servizi (ad es. conservazione e pulizia dell’abitazione, assistenza medica).

Il contratto può stabilire l’ammontare di tale mantenimento.

Come tutelarsi in caso di debiti

Se uno dei conviventi ha debiti – con il fisco, le banche o privati – farà bene a non avere alcun rapporto di comunione con il convivente, lasciando separati i relativi patrimoni. Anche un eventuale contratto di convivenza dovrà tenere distinti i beni acquistati dai due partner. Per evitare che un eventuale pignoramento mobiliare si estenda anche ai beni del convivente non debitore, sarà bene che i due firmino un apposito contratto di comodato e lo registrino all’Agenzia delle Entrate per munirlo di data certa: in esso, si dovrà dare atto che i beni presenti in casa sono di proprietà del partner privo di debiti che ne dà in prestito l’uso all’altro.

Morte di uno dei conviventi ed eredità

Il convivente non ha alcun diritto ereditario se il partner muore senza fare testamento. Per evitare una situazione di questo tipo, sarà bene che questi scriva già il proprio testamento tenendo tuttavia conto che se ha genitori dovrà menzionare anche questi, in quanto legittimari.

Per tutelare il partner in caso di propria morte, il convivente può anche intestare la casa ad entrambi (in tal modo, il convivente diventa comproprietario) o costituire in favore del convivente un usufrutto.

In ogni caso, nel contratto di convivenza è possibile inserire delle clausole destinate a operare in caso di morte di uno di loro (cosiddette clausole post mortem).

Se muore il proprietario della casa, il convivente di fatto superstite ha diritto di continuare ad abitare nella stessa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque non oltre i 5 anni. Se, però, nella stessa casa coabitano figli minori o figli disabili del convivente superstite, quest’ultimo ha diritto di continuare ad abitare nella casa di comune residenza per un periodo non inferiore a tre anni.



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2 Commenti

  1. Convivo con il mio ex compagno da dieci anni nella casa di mia proprietà, dove ha spostato la sua residenza. Un anno fa ci siamo lasciati ma continua a vivere qui e ad usare la mia auto. Non contribuisce alle spese di casa, lavora saltuariamente e dice che l’auto gli serve per lavorare. Come posso mandarlo via? Potrebbe tornare a vivere dai suoi genitori. Spesso mi maltratta e mi minaccia di bruciare la mia roba.

    1. Per mandare via di casa l’ex compagno, occorre dapprima inviare una intimazione con la quale si concede un preavviso allo stesso per lasciare l’immobile e far trovare a questi una nuova sistemazione.Difatti, sebbene i due non risultino sposati, la legge tutela il convivente non proprietario dai casi in cui il convivente proprietario decida di punto in bianco di buttare via di casa l’ex compagno.Quanto detto trova eccezione nei casi in cui le condotte del convivente configurino un reato penale, quale maltrattamento in famiglia, lesioni, minacce e così via. Ma, la registrazione vocale, prodotta dalla lettrice in allegato, non configura ancora questi estremi.Quanto sopra riferito trova conforto in una sentenza della Suprema Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che la convivenza determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto, basato su un interesse proprio ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità. Conseguentemente, l’estromissione violenta o clandestina del convivente dall’unità abitativa, compiuta dal partner, giustifica il ricorso alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio nei confronti dell’altro quand’anche il primo non vanti un diritto di proprietà sull’immobile che, durante la convivenza, sia stato nella disponibilità di entrambi (sentenza Cassazione Civile n. 7214/2013).In parole povere, questo significa che, se la lettrice dovesse buttare fuori di casa senza preavviso il suo compagno, potrebbe subire una causa (sembra assurdo) per poi vedersi dentro lo stesso uomo, dovendo in aggiunta pagare le spese legali.Tanto premesso, quello che si consiglia è di inviare all’uomo una lettera, tramite legale, con il quale dare un preavviso congruo entro il quale questi dovrà lasciare l’abitazione, alla luce della cessazione del rapporto sentimentale.Sul punto, la lettrice non è obbligata neppure a lasciare l’autovettura allo stesso. Non essendoci alcun rapporto scritto (come nel matrimonio) quello che è di proprietà della stessa, rimane di sua proprietà.Nel caso in cui l’ex compagno della lettrice non dovesse rilasciare l’immobile entro il termine di preavviso da lei concesso (con lettera di un legale), allora si dovrà agire con un’azione legale finalizzata al rilascio dell’immobile di proprietà della stessa, con la quale ottenere un provvedimento del giudice che ordini all’uomo di lasciare libera e sgombra la casa della lettrice entro e non oltre un certo termine. Se, anche dopo questo provvedimento, l’uomo non dovesse lasciare l’immobile, allora la lettrice potrà fare in modo tramite l’Ufficiale Giudiziario e i Carabinieri di cambiare la serratura e non far entrare più il suo ex compagno dentro la sua abitazione.

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