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Lo sai che? Tradimenti: indagini su email, Facebook, tabulati di telefonate e sms del partner

Lo sai che? Pubblicato il 3 luglio 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 3 luglio 2013

Separazione e divorzio: può il giudice richiedere alle compagnie telefoniche i tabulati di telefonate e/o sms (e loro contenuti) del partner, o accedere alle sue e-mail o pagine Facebook personali?

Sempre più spesso i tradimenti cominciano sfruttando i mezzi di comunicazione a distanza: sms, messaggi su Facebook e telefonate contengono sovente le prove di un approccio adulterino.

Tuttavia, a meno di non voler ledere la privacy del proprio partner, commettendo un reato, il coniuge non potrebbe mai trafugare nell’altrui corrispondenza privata, nonostante nutra fondati sospetti di comportamenti contrari al matrimonio. Peraltro, le prove acquisite in modo illecito (ossia violando riservatezza di terzi) difficilmente potrebbero essere ammesse in giudizio (a meno di non aderire all’orientamento – da noi peraltro già criticato – del Tribunale di Torino: leggi l’articolo “Attenzione a sms ed email: anche se acquisiti in violazione della privacy fanno prova”).

Per superare tali ostacoli, ci si chiede spesso se sia possibile sfruttare i poteri coercitivi del giudice: ossia, una volta intrapreso il giudizio di separazione o divorzio, lasciare che sia il magistrato a ordinare alle compagnie telefoniche l’esibizione dei tabulati delle telefonate e degli sms del partner, o chiedere al provider un accesso alle email o allo stesso Facebook di inviare i file contenenti tutte le conversazioni e i messaggi del sospetto fedifrago.

Nel nostro ordinamento processuale vale il principio dispositivo [1]: il giudice, cioè, può decidere la controversia solo sulla base delle prove portate in causa dalle parti, senza poter suggerire loro cosa produrre o meno o farsi egli stesso parte attiva per ricercare ulteriori elementi di prova.

Esiste, però, un’eccezione a tale regola [2]: il magistrato potrebbe ordinare alle parti di consentire (sulla loro persona o) sulle cose in loro possesso, le ispezioni che appaiano indispensabili per conoscere i fatti della causa. Ciò, dunque, potrebbe precludere alla richiesta di esibizione della casella di posta elettronica, della memoria degli sms o, ancora, dei messaggi privati scambiati su Facebook.

Tale potere del giudice incontra, tuttavia, una serie di limiti.

Innanzitutto, dette ispezioni devono apparire indispensabili per l’esito della causa. Inoltre non devono recare danno al soggetto passivo, né devono costringerlo a violare segreti tutelati dalla legge [3].

Non solo. Se la parte si oppone a tali ispezioni e non vi consente, il giudice non può procedere ugualmente, in modo autoritario, ma può desumere argomenti di prova da tale comportamento e, in particolare, dal rifiuto ingiustificato di consentire le ispezioni ordinate.

La richiesta al giudice di ordinare l’ispezione non può essere formulata in modo generico, ma deve contenere elementi tali da far ritenere tale attività necessaria ai fini della decisione finale. Semplici richieste esplorative non potrebbero mai essere accolte.

Resta salva la facoltà delle parti di produrre prove di cui siano venute in possesso lecitamente, così come i giudici, tutte le volte che si discute di figli minori, possono disporre indagini psicosociali o consulenze d’ufficio per delineare la personalità dei genitori.

note

[1] Art. 115 ss. cod. proc. civ.

[2] Art. 118 cod. proc. civ.

[3] Art. 118 e 210 cod. proc. civ.


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