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Il processo del lavoro

16 Novembre 2019 | Autore:
Il processo del lavoro

In quali casi si può ricorrere al giudice del lavoro e come funziona il relativo processo?

Il lavoro è croce e delizia soprattutto per i cittadini italiani. Posto a fondamento della Repubblica nel primo articolo della Costituzione, il lavoro è da sempre in Italia un sogno ed un incubo. Un sogno perché permetterebbe di avere la serenità necessaria per metter su famiglia, comprare o affittare una casa e vivere senza troppi affanni. Un incubo perché troppo spesso manca oppure è precario fino al punto da non poterci mai costruire su nulla di solido e duraturo.

Nell’ultimo decennio, la crisi economica internazionale ha reso il lavoro ancor più precario e, per molti giovani italiani, addirittura solo un lontano miraggio. E’ chiaro ed è normale allora che quando un lavoro lo si ha, si fa di tutto per conservarlo e ad esso ci si aggrappa come ad un salvagente durante una tempesta. Occorre dire che, però, siamo lontanissimi dal lavoro così come la Costituzione lo ha descritto e cioè una libera scelta del cittadino (e non un qualsiasi impiego pur di sopravvivere) con una retribuzione tale da garantire a lui ed alla sua famiglia una esistenza libera e dignitosa. Bisognerebbe allora che l’intero Paese reclamasse da tutti i soggetti coinvolti (datori, lavoratori, sindacati, istituzioni) una ferma volontà di attuare in pieno la Costituzione nel campo del lavoro. Nell’attesa che questo accada, occorre comunque battersi, anche nelle aule giudiziarie, affinché quel poco lavoro che c’è intacchi il meno possibile la dignità dei lavoratori. A questo scopo, è assai utile analizzare il processo del lavoro cioè il processo nel quale vengono discusse e risolte le controversie del mondo del lavoro.

In quali casi si deve fare causa davanti al giudice del lavoro?

Quando è possibile ricorrere al giudice del lavoro con l’applicazione di quelle regole processuali che vanno sotto il nome di processo del lavoro?

La legge [1] stabilisce che al processo del lavoro si deve ricorrere quando insorgono controversie relative a:

  • rapporti di lavoro subordinato privato (anche se il datore di lavoro non è un imprenditore);
  • rapporti derivanti dai contratti agrari (affitto a coltivatore diretto, mezzadria, ecc.) se non di competenza delle sezioni specializzate agrarie;
  • rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale e altri rapporti di collaborazione di tipo coordinato e continuativo, prevalentemente personale, anche senza vincolo di subordinazione;
  • rapporti di lavoro dei dipendenti di enti pubblici che svolgono prevalentemente o esclusivamente attività economica;
  • rapporti di lavoro dei dipendenti di enti pubblici ed altri rapporti di lavoro pubblico se non sono attribuiti alla competenza di altro giudice.

Se sono un dipendente di una ditta privata o un agente di commercio o un dipendente di un ente pubblico economico e sorge una lite con il mio datore di lavoro sulla retribuzione, sulle mansioni, sulle ferie, sul licenziamento che ho subito e su tutte le vicende relative al rapporto di lavoro, allora la mia causa sarà regolata dalle regole del processo del lavoro.

Il processo di lavoro si applica anche alle controversie degli agenti di commercio.

Cos’è il tentativo di conciliazione?

Prima di cominciare, davanti al giudice, un processo di lavoro è possibile, se il lavoratore vuole, avviare un tentativo di conciliazione dinanzi alla commissione di conciliazione istituita presso l’Ispettorato territoriale del lavoro [2]. Si tratta di una facoltà e non di un obbligo.

Il lavoratore che volesse tentare la conciliazione può, con raccomandata o a mani, presentare istanza all’Ispettorato con cui richiede l’istituzione di una commissione per conciliare la lite (l’istanza andrà ovviamente presentata anche al datore di lavoro) e nella quale evidenzia la propria posizione sul conflitto sorto con il datore di lavoro.

Se il datore accetta di affrontare il tentativo di conciliazione, dovrà inviare all’Ispettorato la propria risposta (contenente le sue difese) entro venti giorni da quando ha ricevuto la richiesta di attivazione della conciliazione.

Successivamente, la commissione (composta da tre membri: il presidente che è un funzionario dell’Ispettorato e da un rappresentante dei datori e da uno dei lavoratori) si riunirà e verrà tentata la conciliazione delle parti: se il tentativo ha esito positivo, la causa davanti al giudice ovviamente non partirà. Se il datore non vuole affrontare la conciliazione, il tentativo fallirà prima ancora di cominciare ed il lavoratore potrà avviare la causa.

Il tentativo di conciliazione prima di una causa di lavoro è facoltativo.

Dove si svolge il processo del lavoro?

Se il tentativo di conciliazione fallisce o non si svolge, il lavoratore potrà avviare il processo del lavoro davanti al tribunale indicato dalla legge (in particolare, davanti alla sezione del lavoro del tribunale competente specificato dalla legge).

Il tribunale competente per territorio per le controversie indicate in precedenza viene individuato secondo le seguenti regole [3]:

  • è competente il tribunale nella cui circoscrizione è sorto il rapporto di lavoro oppure dove si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli lavorava al momento della fine del rapporto (questo criterio resta fermo anche se l’azienda si trasferisce o viene a cessare o cessa la sua dipendenza purché il ricorso venga proposto entro sei mesi dalla cessazione o dal trasferimento);
  • per i rapporti di agenzia, di rappresentanza commerciale e per gli altri rapporti di collaborazione di tipo coordinato e continuativo, prevalentemente personale, anche senza vincolo di subordinazione è competente il tribunale nella cui circoscrizione si trova il domicilio del lavoratore;
  • per i rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni è competente il tribunale nella cui circoscrizione ha sede l’ufficio al quale il dipendente è addetto o era addetto al momento in cui il rapporto è cessato.

Queste regole non possono essere derogate in base ad un accordo tra datore e lavoratore: un eventuale accordo che derogasse a queste regole sarebbe, infatti, nullo.

Se Giorgio lavora a Milano alle dipendenze di una sede secondaria di una ditta privata e viene licenziato, dovrà fare causa, se volesse impugnare il licenziamento, davanti alla sezione lavoro del tribunale di Milano.

Il giudice del lavoro è una sezione specializzata del tribunale civile.

Come si avvia il processo del lavoro?

Il lavoratore che intende avviare una causa contro il proprio datore per una controversia relativa al rapporto di lavoro (nei casi precedentemente indicati e davanti al giudice competente per territorio secondo le regole prima analizzate) dovrà quindi:

  • depositare, con il necessario supporto di un avvocato a cui avrà conferito mandato, un ricorso nella cancelleria della sezione lavoro del tribunale competente per territorio;
  • indicare nel ricorso: nome e cognome del lavoratore; la sua residenza o il domicilio nel Comune in cui ha sede il giudice davanti al quale si propone la causa; nome e cognome e residenza della controparte (se, invece, la causa è proposta dal datore che sia una persona giuridica oppure il datore contro cui si inizia la causa è una persona giuridica bisognerà indicare la denominazione o la ditta e la sede legale); l’oggetto della domanda; l’esposizione dei fatti e degli elementi di diritto su cui si basa la domanda e le conclusioni; la specifica indicazione dei mezzi di prova che si intendono utilizzare (in particolare i documenti che si esibiscono e le prove testimoniale che si chiede vengano ammesse dal giudice) [4].

Entro cinque giorni da quando il ricorso sarà stato depositato nella cancelleria, il giudice fisserà con proprio decreto la data dell’udienza di discussione.

Il ricorrente (cioè colui il quale ha depositato il ricorso in cancelleria avviando la causa) dovrà poi notificare all’avversario il proprio ricorso con allegata copia conforme del decreto con cui il giudice ha fissato l’udienza di discussione, avendo cura che tra la data in cui il ricorso ed il decreto giungono all’avversario e la data dell’udienza vi siano almeno trenta giorni di distanza [5].

La controparte del lavoratore, cioè il datore di lavoro (se è il lavoratore che ha iniziato la causa), potrà, entro dieci giorni prima dell’udienza, depositare in cancelleria la propria comparsa (contenente anche il mandato conferito al difensore) nella quale esporrà tutte le sue difese (di fatto e di diritto) e indicherà i mezzi di prova di cui vorrà avvalersi [6].

Il giudice fissa con decreto l’udienza di discussione.

Cosa avviene nelle udienze del processo del lavoro?

Nella prima udienza del processo del lavoro [7], quella che si svolge nella data fissata dal giudice nel decreto che viene notificato (insieme al ricorso) dal ricorrente al suo avversario, il giudice tenterà innanzitutto di conciliare le parti.

Se il tentativo, come spesso accade, non avrà buon fine il giudice fisserà una nuova udienza nella quale verranno assunte le prove che le parti avranno eventualmente chiesto di introdurre (essenzialmente prove testimoniali).

Se i testimoni da ascoltare saranno molti, è normale che occorreranno diverse successive udienze per ascoltarli tutti. Se poi sarà necessaria anche una consulenza tecnica per approfondire le questioni poste all’attenzione del giudice, questi dovrà necessariamente fissare ulteriori udienze per far giurare il perito e poi per dargli il tempo di scrivere la perizia (in contraddittorio con i periti nominati dalle parti).

Se occorre calcolare con precisione gli arretrati richiesti dal lavoratore, è probabile che il giudice nomini un consulente che dovrà effettuare il calcolo richiesto.

Esaurita la fase istruttoria (cioè la fase destinata a raccogliere le prove), il giudice inviterà le parti a discutere davanti a lui la causa: gli avvocati esporranno, quindi, le reciproche posizioni sulla base anche delle prove assunte.

Il giudice, infine, deciderà la causa con sentenza (leggendola in udienza subito dopo la discussione o, come di regola accade, comunicandola alla pec degli avvocati successivamente).

Se il lavoratore avrà perso la causa potrà decidere, previa consultazione con il proprio legale, di impugnare la sentenza di primo grado proponendo appello davanti alla sezione lavoro della Corte d’Appello competente (il termine per proporre appello è di sei mesi dalla data di pubblicazione della sentenza di primo grado se la sentenza non viene notificata all’avvocato del lavoratore dal suo avversario vittorioso, oppure di trenta giorni dal momento in cui la sentenza viene notificata all’avvocato del lavoratore).

Il giudizio di secondo grado si basa su regole molto simili a quelle finora descritte per il primo grado con l’avvertenza che non sono ammesse prove diverse e documenti diversi da quelli del giudizio di primo grado a meno che la parte non dimostri di non averli potuti proporre o produrre senza sua colpa.

Il processo di lavoro si svolge in secondo grado davanti alla sezione lavoro della Corte d’Appello.

note

[1] Art. 409 cod. proc. civ.

[2] Art. 410 cod. proc. civ.

[3] Art. 413 cod. proc. civ.

[4] Art. 414 cod. proc. civ.

[5] Art. 415 cod. proc. civ.

[6] Art. 416 cod. proc. civ.

[7] Art. 420 cod. proc. civ.


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