Diritto e Fisco | Editoriale

Maltrattamenti nelle “famiglie”… anche di fatto

3 luglio 2013


Maltrattamenti nelle “famiglie”… anche di fatto

> Diritto e Fisco Pubblicato il 3 luglio 2013



Non c’è bisogno di essere familiari in senso stretto, uniti da un rapporto di matrimonio, per commettere il reato di maltrattamento “in famiglia”: l’orientamento dei giudici è sempre più rivolto ad estendere la tutela anche nei casi di famiglie di fatto.

Nel nostro ordinamento giuridico il concetto di famiglia è sempre più destinato a ricevere un’interpretazione estensiva e “progressiva”, anche sotto il profilo della tutela penale, come attestano le recenti novità legislative e giurisprudenziali sul punto.

Una volta esisteva “la famiglia”, al singolare: la “società naturale fondata sul matrimonio” prevista dalla nostra Costituzione.

Il costume della società e delle persone, però, si evolve in maniera più o meno tumultuosa e il diritto non può certo rimanere ancorato ad un’idea di immutabilità nel tempo; a tacer della diversità del diritto nello spazio.

Questi mutamenti, della cultura, delle pratiche sociali e, dunque, delle leggi, hanno riguardato e riguardano anche il fondamentale concetto di famiglia, per l’appunto.

E non è rimasto immune da questi cambiamenti neanche il peculiare ambito del diritto penale.

 

Una tra le principali norme di tutela penale della famiglia e dei suoi componenti è quella che punisce i “maltrattamenti in famiglia”.

Fino all’ottobre 2012, questo reato riguardava esclusivamente le violenze, fisiche e morali, commesse su una “persona della famiglia” (insieme ad altre categorie di soggetti previste nella norma).

Da quell’epoca, invece, sono state inserite, con un’apposita legge, tra le persone offese dal reato anche “i conviventi”, ossia tutti coloro che, pur non legati da un rapporto formalizzato con l’autore del reato, a costui, però, siano accomunati da un legame affettivo e con lui condividano l’abitazione.

Il senso della modifica legislativa è chiaro: vanno tutelate tutte le persone, specie quelle più deboli, che rientrino comunque in un contesto di fatto familiare, ossia anche se non è stato suggellato da un atto giuridico com’è il matrimonio. Perché, per l’appunto, la famiglia, nella pratica quotidiana degli uomini e delle donne di questo (come di tanti altri) paese, è diventata qualcosa di molto più ampio e variegato della “società naturale fondata sul matrimonio” sopra ricordata.

A questa qualificante evoluzione del costume in materia di famiglia il legislatore ha pensato giustamente di riconoscere, tra le varie forme di difesa legale, quella più “pesante”, ossia quella penale, allargando lo spettro dei soggetti tutelati dal reato di “maltrattamenti in famiglia” nel senso che si è rammentato sopra.

La Corte di Cassazione, com’è evidente, condivide in tutto questo principio, dato che, chiamata poco più di un mese fa a giudicare una questione che risaliva a ben prima dell’ottobre 2012 (quando, come detto, è stata varata la legge che amplia il reato anche ai “conviventi” e non più solo ai membri “della famiglia”), ha affermato che, comunque, il reato, anche quando si riferiva espressamente solo alle “persone della famiglia”, in realtà doveva intendersi riferito ad un ambito di soggetti ben più largo, giacché dovevano ritenersi “persone della famiglia anche i componenti della famiglia di fatto, fondata sulla reciproca volontà di vivere insieme”. Ciò poiché, secondo i supremi giudici, ai fini della norma penale in questione, deve considerarsi famiglia ogni consorzio di persone tra cui, per intime relazioni e consuetudini di vita, siano sorti legami di reciproca assistenza e protezione.

È, ormai, il caso di dire che, anche in ambito penale, il concetto di famiglia va declinato al plurale; per cui si può tranquillamente parlare di maltrattamenti “nelle famiglie”.

E questo, in modo confortante, vuol dire anzitutto che l’area dei soggetti deboli che le pubbliche autorità si fanno carico di difendere si allarga.

Il che vuol dire che si espande anche il livello di civiltà di questo paese.

Almeno sulla carta.

Di STEFANO PALMISANO

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