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Le Guide Violenza contro le donne: come difendersi

Le Guide Pubblicato il 22 dicembre 2011

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> Le Guide Pubblicato il 22 dicembre 2011

Intervista all’avv. Rossella Masi sulla tutela prevista dalla legge italiana contro i reati di violenza sulle donne.

Sono in aumento i reati di violenza contro le donne, soprattutto quelli che hanno come vittime le giovani tra i sedici e i ventiquattro anni. Nella maggioranza dei casi, i reati non vengono denunciati, nonostante la legge fornisca efficaci strumenti di tutela.

Del tema, si è parlato lo scorso 24 novembre, nel corso del convegno dal titolo “Violenza sulle donne: conoscere per combatterla”, organizzato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Cosenza.

Tra i relatori, vi è stato l’avv. Rosa Masi (presidente C.P.O presso il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Cosenza), la dott.ssa Donatella Donato (sostituto procuratore della Repubblica di Cosenza), la dott.ssa Gianfranca Cosentino (psicologa e psicoterapeuta), l’avv. Ernesto D’Ippolito (Presidente emerito dell’Unione Ordini Forensi della Calabria).

Secondo le ultime stime, quasi tre milioni sono le donne fra i 15 e i 70 anni che hanno subito una aggressione fisica o sessuale da parte di un uomo. Nel 63% dei casi, alla violenza hanno assistito i figli della vittima (dati Istat). Questa situazione, purtroppo, non è confinata solo al nostro Paese: a livello europeo, infatti, la violenza resta una fra le prime cause di morte per le donne dai 16 ai 44 anni.

Le cifre sono da brivido se si pensa che il 96% delle donne non rivela a nessuno l’aggressione subita. Appena uno su venti casi di violenza domestica viene denunciato alla polizia, anche se la violenza domestica è ritenuta un crimine perseguibile per legge.

La violenza, specie quella vissuta nel segreto delle mura domestiche, lascia indelebili segni psicofisici (come la depressione o la tendenza al suicidio) o fisici (problemi sessuali e riproduttivi).

Solo recentemente si è registrato un aumento delle denunce da parte delle vittime. Ma si tratta quasi sempre di donne con un elevato grado di istruzione (che consente loro di prendere maggiore consapevolezza del problema e del proprio valore di individuo) o con risorse economiche e sociali (che garantiscano loro un altro luogo ove sistemarsi dopo la separazione).

In altre condizioni, viceversa, la maggioranza delle donne vive la violenza nel silenzio e nella solitudine.

Oggi, nel mondo, due paesi su tre hanno leggi specifiche che puniscono la violenza domestica. Eppure il numero di reati non accenna a diminuire.

La redazione di “La Legge Per Tutti” ha intervistato l’Avv. Rossella Masi sui rimedi previsti dalla nostra legge per la tutela delle donne.

LLPT: Quali sono le normative oggi esistenti che puniscono i reati di violenza contro le donne e, in particolare, all’interno della famiglia?

Avv. Rosa Masi: Direi che le più importanti sono due: la prima è senz’altro l’articolo 572 del codice penale, che tratta dei maltrattamenti in famiglia. Esso prevede una pena da uno a cinque anni di reclusione per chi commette una violenza di qualsiasi natura (percosse, ingiurie, minacce) contro una persona della famiglia o sottoposta alla sua autorità.

La seconda, che si riallaccia alla prima, è l’articolo 610 del codice penale, che stabilisce, in materia di violenza privata, che chiunque costringa altre persone a fare o tollerare qualche cosa contro la propria volontà è punito con la reclusione fino a quattro anni.

LLPT: La prima legge a favore della donna che subisce violenza risale però a un periodo anteriore. A quando?

Avv. Masi: La prima legge che ha segnato un cambiamento importante per la donna, non solo in termini giuridici, ma anche sociali e culturali, è la legge n. 66 che risale al 1996, nella quale la violenza sessuale è stata riconosciuta non più come reato morale, ma contro la persona.

LLPT: A che cosa è dovuta questa difficoltà di denunciare le violenze?

Avv. Rosa Masi: Sono motivazioni principalmente di ordine psicologico. È infatti molto più facile riconoscere come colpevole uno sconosciuto che aggredisce per strada, piuttosto che una persona che la donna stessa ha scelto come compagno di vita. Rendersi conto che chi si ama è una persona violenta costringe la donna a porre in discussione la propria capacità di giudizio e a crearsi dei sensi di colpa, quando in realtà il colpevole è chi aggredisce e non la vittima.

LLPT: La terapia di coppia e gli interventi familiari, in caso di violenza domestica, sono efficaci?

Avv. Masi: Il sostegno alla coppia è fondamentale in questi casi, ma non è previsto dal nostro ordinamento.

Rivoluzionari in questo senso sono stati gli artt. 342-bis e ter (introdotti dalla legge 154/2001) in relazione agli interventi e al contenuto degli ordini di protezione per tutelare la vittima di abusi familiari. Con il provvedimento di cui all’articolo 342-bis, infatti, anche quando l’abuso non integri un reato perseguibile d’ufficio, il giudice (anche quello civile e non solo quello penale) può ordinare al coniuge/convivente l’allontanamento dalla casa familiare, prescrivendo all’interessato altresì, ove occorra, di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla vittima, in particolare al luogo di lavoro, al domicilio della famiglia d’origine.

Tali misure possono essere adottate, in via preventiva e cautelare, anche nei confronti di soggetti estranei al nucleo familiare e contro i quali sia stata presentata una denuncia-querela per atti di violenza o di stalking.

Il giudice può disporre, altresì, l’intervento dei servizi sociali del territorio che abbiano come fine il sostegno e l’accoglienza di donne e minori o di altri soggetti vittime di abusi e maltrattamenti.  Importante, nell’ambito dei servizi a sostegno delle vittime di violenza, è il contributo offerto dai “Centri antiviolenza”, variamente diffusi sul territorio nazionale, che offrono assistenza psicologica, legale e – nei casi più gravi – rifugio anonimo presso case protette.

La nostra legge, da ultimo, ha previsto lo strumento della querela irrevocabile. Proprio per evitare intimidazioni da parte del denunciato, colui/colei che abbia presentato una querela per i reati in commento non può più ritirarla.

Secondo il Consiglio delle Nazioni Unite, la violenza contro le donne ha la portata di una pandemia, perché manca la volontà politica di venire incontro ai bisogni delle donne e di tutelare i loro diritti fondamentali in qualità di figlie, mogli e madri.

Nel quadro delle iniziative intraprese nella lotta contro la violenza sulle donne, la Commissione ha organizzato una campagna europea di sensibilizzazione  a favore di un comportamento di “tolleranza zero”.

Esistono differenze considerevoli nella legislazione e nelle politiche di intervento dei vari stati europei. Il caso più avanzato è la Spagna, dove già dal 2004 il reato è perseguibile d’ufficio e l’assistenza legale è gratuita. Sono stati, inoltre, istituiti tribunali specializzati e appositi gruppi di sostegno.

La violenza di genere – proclama la campagna europea – non riguarda solo la sfera privata, ma è un problema di salute pubblica.

Nella pratica giudiziaria è difficile, quando di tratta di relazioni sentimentali e familiari, tracciare distinzioni nette tra il conflitto e la violenza. Inoltre i tempi dei processi sono lunghi e la quantità delle archiviazioni è soverchiante. E questo gli aggressori lo sanno bene.

In Italia la legge sullo stalking [1] costituisce una novità in grado di fornire una risposta concreta nella lotta alla violenza soprattutto nei confronti delle donne. La legge prevede, infatti, che prima della querela la vittima di stalking possa rivolgersi alle autorità di polizia e chiedere al questore di ammonire l’autore delle molestie. Il questore – se ritiene fondata la richiesta – ammonisce oralmente il molestatore, redige un processo verbale e valuta, inoltre, possibili provvedimenti in materia di armi e munizioni.

Altrettanto rivoluzionaria è stata la conversione in legge [2] del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, recante misure urgenti e pene più severe contro i reati di violenza sessuale e di atti persecutori.

Con le nuove modifiche al codice penale, si può applicare l’ergastolo in caso di omicidio perpetrato in occasione di violenza sessuale, atti sessuali con minorenne o di violenza sessuale di gruppo [3].

È stata altresì inserita la custodia cautelare obbligatoria [4] per un maggior numero di reati di violenza, in presenza di gravi indizi di colpevolezza. È previsto anche l’arresto obbligatorio in flagranza per la violenza sessuale (esclusi i casi di minore gravità) e la violenza sessuale di gruppo.

Si è infine costituita un’unità centrale delle forze dell’ordine con scopi di supporto, formazione e informazione per i danni fisici e psicologici che il reato di violenza può provocare alle vittime.

di MARIA VALENTINA MITTIGA

La foto del presente articolo è un’opera artistica di Dantemanuele De Santis, DS Photostudio ©. Ogni riproduzione riservata.

note

[1] Art. 612-bis c.p. (dopo il 612 che definisce la minaccia) atto a sanzionare il ripetersi di quel comportamento molesto, ossessivo, persecutorio, che si manifesta con telefonate continue, attenzioni ripetute, appostamenti, regali non graditi, biglietti e sms.

[2] L. n. 38 del 23 aprile 2009.

[3] Art. 1 della L. n. 38/2009.

[4] Art. 2 della L. n. 30/2009.


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2 Commenti

  1. Ma perché la violenza psicologica o fisica viene indicata sempre contro le donne?
    Io sono andato a fare un figlio con una donna che mostra i sintomi del disturbo borderline, e ho subito atti di sadismo, persecuzioni, tentativo di togliere il figlio, violenza fisica sotto forma di pugni e calci.
    E continuo a ricevere denunce per stalking se chiedo con insistenza di poter vedere mio figlio ed avere rispettati i miei diritti.
    Ho finalmente vinto in tribunale civile per i miei diritti di padre, ma ancora ci vorrà tempo per le perizie su lei e sua madre che giostra da dietro le quinte, in un menage simbiotico madre-figlia che è allucinante.

    Psicologi mi dicono che solo di borderline ce ne sono 120 mila ufficiali ma quasi mezzo milione che non sanno di esserlo o che lo sanno ma si nascondono saltando da una vittima all’altra adescata spesso sui social.

    E mancano ancora schizofreniche, BED, bipolari, schizoidi, schizotipiche, e una marea di altre belle personcine dalle dinamiche relazionali disfunzionali…

    Non che tra gli uomini ci sia di meglio. Ma mi sento un pochino beffato quando leggo su Internet che i cattivi siano solo gli uomini.

  2. quando la condanna è arrivata in cassazzione e manca poco al terzo grado di giudizio, la vittima può fare dichiarazioni per alleggerire la pena alla persona che è in giudizio, per paura di ritorsioni ?

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