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Datore di lavoro non versa i contributi: che fare?

28 Ottobre 2019
Datore di lavoro non versa i contributi: che fare?

Come recuperare i contributi previdenziali non versati ai fini della ricostruzione della pensione; la responsabilità solidale del lavoratore per l’omissione commessa dall’azienda.

Non poche volte, nel corso del rapporto di lavoro, ci si accorge che l’azienda presso cui si è assunti non sta adempiendo agli oneri previdenziali nei confronti dei propri dipendenti. Al di là delle sanzioni penali per l’omissione contributiva che riguardano unicamente l’imprenditore, c’è anche un problema di un’eventuale solidarietà nei confronti del Fisco da parte del lavoratore e della ricostruzione della sua pensione. Questi potrebbe, pertanto, chiedersi: che fare se il datore di lavoro non versa i contributi? La disciplina è cambiata.

Se il datore di lavoro non versa i contributi, il dipendente non rischia più come in passato. È l’effetto di una recente sentenza delle sezioni unite della Cassazione [1] che ha finito per cambiare le carte in tavola in merito alla tutela dei lavoratori dipendenti. Di tanto sta prendendo atto la giurisprudenza: ne dà conferma una pronuncia della Commissione Tributaria Regionale del Piemonte, che enuncia un principio valido, chiaramente, per tutta Italia [2]. Ecco allora cosa fare se il datore non versa i contributi. 

Come accorgersi se il datore di lavoro sta versando i contributi

Ogni dipendente può verificare, in qualsiasi momento, se il datore di lavoro sta versando i contributi utili ai fini della propria pensione. Lo può fare sfruttando un canale online dell’Inps chiamato Cip (Consultazioni Informazioni Previdenziali). 

Grazie a tale servizio, il lavoratore, dopo essere entrato nel sito Inps con le credenziali personali (Pin, Spid o carta nazionale dei servizi), può controllare, in tempo reale, lo stato del proprio rapporto di lavoro e la contribuzione sino ad allora versata. 

Se non hai il codice pin dell’Inps, puoi richiederlo online. Devi innanzitutto registrarti sul sito dell’Istituto di previdenza. Ti verranno forniti i primi 8 caratteri del pin (via email o telefono cellulare). La seconda parte del pin ti verrà invece inviata attraverso posta ordinaria nei giorni successivi. La prima volta che accederai, il pin di 16 caratteri viene sostituito con uno di 8, che servirà insieme al codice fiscale per utilizzare anche il servizio che ti permetterà di controllare la vostra situazione contributiva.

Gi stessi servizi online sono raggiungibili anche tramite sportello o patronato. 

Il mezzo tipico è però il call center che risponde al numero 803.164.

Attraverso tale verifica, il dipendente può così accorgere: 

  • se il rapporto di lavoro è attivo o meno (ossia se è stato comunicato al Centro per l’impiego da parte del datore di lavoro); in caso contrario, sul Cip non risulterà nulla;
  • se sono stati versati i contributi previdenziali sulla base della retribuzione effettivamente ricevuta: ossia se il datore di lavoro ha dichiarato all’Inps tutto lo stipendio o solo una parte (cosiddetto lavoro grigio). Si pensi al caso di un lavoratore che percepisce mille euro al mese mentre il datore ne dichiara all’Inps solo 500, versando in questo modo un ammontare ridotto dei contributi. 

Che fare se il datore di lavoro non versa i contributi?

Qualora vengano rilevate delle irregolarità, il dipendente può chiedere all’Inps di effettuare verifiche e ispezioni nei confronti del datore di lavoro. Così l’Istituto di previdenza si rivolgerà all’azienda chiedendo chiarimenti. 

Se all’esito dei controlli dovessero risultare delle violazioni della normativa lavoristica, il datore di lavoro sarà tenuto a versare la retribuzione mancante, interessi e sanzioni. 

Se al dipendente sono stati trattenuti i contributi previdenziali e questi non sono stati versati in misura superiore a 10mila euro scatta il reato a carico del datore di lavoro. L’Inps avverte l’autorità giudiziaria che avvia il procedimento penale. 

Il lavoratore può rivolgere la denuncia anche all’Ispettorato territoriale del lavoro, canale quest’ultimo alternativo ma anche concorrente a quello dell’Inps (anche se la segnalazione all’Inps è più efficace).

Termini entro cui il lavoratore deve attivarsi

Il dipendente deve attivarsi entro cinque anni per evitare la prescrizione dei contributi Inps. In altre parole, la segnalazione all’Inps circa l’omessa contribuzione deve giungere entro massimo un quinquennio, altrimenti si perde il periodo contributivo rimasto scoperto.

Per il lavoratore è, comunque, sufficiente inviare solo la denuncia all’Inps e che quest’ultimo si attivi, a prescindere dal fatto poi se i contributi vengono effettivamente recuperati. Che il datore di lavoro paghi o non paghi dinanzi all’ingiunzione dell’Inps è un problema della Pubblica Amministrazione che, in tal caso, dovrà avviare le procedure di pignoramento. Ma il lavoratore recupera comunque la posizione contributiva. 

Che succede se i contributi Inps cadono in prescrizione?

Se il dipendente dovesse far scadere il termine di cinque anni senza aver controllato la propria contribuzione, può richiedere la costituzione di una rendita vitalizia. Si tratta, però, di una procedura lunga e complessa: bisogna, infatti, dimostrare – con prova scritta avente data certa – che c’è stato un rapporto di lavoro continuativo, il pagamento periodico dello stipendio, l’entità dello stesso.

In alternativa, il lavoratore può intraprendere una causa di risarcimento del danno contro il datore. 

Un’ultima strada per recuperare la pensione è presentare la domanda di riscatto dei contributi non versati. Si può presentare la richiesta all’Inps in qualunque momento, anche quando si è già andati in pensione. I periodi riscattati, una volta perfezionate tutte le operazioni necessarie, sono efficaci esattamente come se il versamento degli oneri contributivi fosse avvenuto nel passato, al momento giusto.

Responsabilità solidale del dipendente per l’omissione contributiva

Un tempo, la giurisprudenza riteneva che il dipendente fosse responsabile, insieme al datore di lavoro, per l’omesso versamento, da parte di quest’ultimo, dei contributi. Ragion per cui, l’Inps inviava l’atto di accertamento sia all’azienda che al lavoratore. In tal modo, però, il soggetto che subiva ritenute a vario titolo (professionista, agente, dipendente, collaboratore, e così via) rischiava, in caso di omesso versamento delle stesse da parte del sostituto, la solidarietà sul credito vantato dall’erario.

Ora, le Sezioni Unite della Cassazione [1] hanno limitato tale ipotesi ai soli casi in cui il dipendente percepisce la busta paga per intero, ossia al lordo dei contributi. Quando, invece, il datore trattiene i contributi dallo stipendio (che viene quindi erogato “al netto”) ma non li versa poi all’Inps, la responsabilità è solo di quest’ultimo e il dipendente non rischia un pignoramento. 

Per la giurisprudenza [2], è quindi illegittimo l’atto con cui l’ufficio chiede al dipendente gli acconti Irpef trattenuti (e regolarmente certificati) dal datore di lavoro, ma da quest’ultimo mai versati.

Da ciò si ricava il seguente principio di diritto: nel caso in cui il sostituto ometta di versare le somme, per le quali ha però operato le ritenute d’acconto, il sostituito non è tenuto in solido in sede di riscossione.

Cos’è il servizio Cip

L’Inps ha istituito il servizio “CIP” (Consultazione Info Previdenziali), disponibile per i lavoratori dipendenti del settore privato sia sul sito web dell’Istituto che sull’APP “INPS mobile”, al fine di garantire maggior trasparenza e accessibilità delle informazioni che li riguardano (messaggio n. 2970 del 1° agosto 2019)

Con il servizio “CIP”, i dipendenti del settore privato – esclusi quelli del settore agricolo – possono accedere con facilità ad alcune informazioni relative alla propria retribuzione imponibile dal punto di vista contributivo e ad altri elementi che possono incidere sulle future prestazioni nonché, infine, ai conguagli operati dal datore di lavoro nelle denunce Uniemens.

  • Il nuovo servizio per la consultazione delle informazioni previdenziali ha la duplice veste di:
    tutela dei diritti sociali dei lavoratori;
    promozione della loro partecipazione al processo di controllo sulla condotta delle imprese.

In pratica, accendo ai propri dati, il lavoratore può rilevare eventuali difformità tra il rapporto instaurato con il datore di lavoro e la situazione che quest’ultimo denuncia all’Inps: e quindi, di fatto, i lavoratori potranno agire prontamente, quando lo ritengano necessario, per fare ripristinare la correttezza delle informazioni in possesso dell’Istituto.

Il servizio “CIP” consente agli interessati (dipendenti “privati” non agricoli) di visualizzare, all’interno del periodo selezionato, una serie di informazioni aggiuntive rispetto a quelle presenti in estratto conto. Infatti, accedendo con il proprio PIN sull’apposita sezione del sito internet o dell’APP “INPS mobile”, ogni lavoratore può verificare, per ogni mese e per ciascun datore di lavoro, i seguenti dati:

  • denominazione del datore di lavoro;
  • categoria di inquadramento contrattuale del lavoratore (dirigente, quadro, impiegato, operaio, ecc.)
  • tipologia del rapporto di lavoro (tempo indeterminato o determinato, tempo pieno o parziale, ecc.);
  • retribuzione imponibile a fini previdenziali, con evidenza dell’eventuale imponibile eccedente il massimale;
  • presenza e ammontare di conguagli effettuati per ANF, distinti in arretrati e correnti;
  • presenza di conguagli per permessi e congedi a tutela della maternità e paternità che danno titolo ad accredito figurativo;
  • presenza di conguagli effettuati per periodi di malattia che danno titolo all’accredito figurativo.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 10378/19 del 12.04.2019.

[1] CTR Piemonte, sent. n. 952/2019.


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1 Commento

  1. buongiorno lavoro in una ambasciata a Roma nel periodo 1998/1999 non mi sono stati versati i contributi INPS sono caduti in pescrizione che azione legale posso fare

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