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Depistaggio: ultime sentenze

18 Novembre 2019
Depistaggio: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: attività di depistaggio; finalità del depistaggio; risarcimento dei danni non patrimoniali; reato proprio del pubblico ufficiale; accertamento della verità relativa ai gravi fatti; raggiungimento dello scopo fraudolento. 

Frode in processo penale e depistaggio

Il reato di frode in processo penale e depistaggio, previsto dall’art. 375 c.p., si configura come reato proprio del pubblico ufficiale, o dell’incaricato del pubblico servizio, la cui qualifica sia preesistente alle indagini e la cui attività sia in rapporto di connessione funzionale con l’accertamento che si assume inquinato, dovendo essere la condotta finalizzata all’alterazione dei dati, oggetto dell’indagine o del processo penale, da acquisire o dei quali il pubblico ufficiale sia venuto a conoscenza nell’esercizio della funzione.

Cassazione penale sez. VI, 30/03/2017, n.24557

Depistaggio: risarcimento dei danni

La pronuncia di merito con cui è stata rigettata la domanda risarcitoria proposta da un socio e amministratore della compagnia aerea che gestiva il velivolo distrutto nel disastro aereo di Ustica del 27 giugno 1980, nei confronti delle amministrazioni ritenute responsabili della dissoluzione della società, va cassata nella parte in cui ha negato il risarcimento dei danni non patrimoniali discendenti dall’attività di depistaggio di per sé considerata, in virtù del suo carattere intrinsecamente lesivo della reputazione commerciale e delle capacità imprenditoriali del vettore.

Cassazione civile sez. III, 22/10/2013, n.23933

Depistaggio: l’accertamento della verità

Occorre imputare al solo Ministero della Difesa l’attività di depistaggio delle indagini, volte ad accertare la verità sulle cause e sui responsabili del sinistro aereo, attività svolta in varie forme da personale ed organi ad esso riconducibili e condannarlo, in conseguenza, al risarcimento del danno a favore dei familiari ed eredi delle vittime, lesi nel loro diritto all’accertamento della verità.

Tribunale Palermo sez. III, 10/09/2011, n.4067

Piano criminoso: attività di occultamento e depistaggio

La frequentazione e condivisione degli interessi di un gruppo, da cui derivi la conoscenza del progetto delittuoso maturato al suo interno, integra concorso nel reato quando si traduca in un rafforzamento della volontà criminale degli altri compartecipi, nella fase preparatoria o in quella esecutiva. Si fuoriesce, dunque, dai confini della mera connivenza non punibile quando vi sia stata una anticipata programmazione di attività di copertura, che abbia rafforzato il proposito criminoso degli esecutori del reato.

(Nel caso di specie, la Suprema Corte ha ritenuto configurabile un contributo concorsuale, e non una mera connivenza, nella condotta di alcuni soggetti che, rivestendo una posizione di rilievo all’interno del gruppo delle “bestie di Satana”, si erano prestati a prelevare le vittime designate di un duplice omicidio rituale, e subito dopo il delitto avevano efficacemente messo in opera attività di occultamento e depistaggio, previste anticipatamente nel piano criminoso).

Cassazione penale sez. I, 06/05/2008, n.32851

Impedire l’accertamento della verità su fatti gravi

Ai fini del riconoscimento del diritto all’equa riparazione del danno derivante dalla non ragionevole durata del processo, ai sensi dell’art. 2, comma 2, l. n. 89 del 2001, nel tempo del processo attribuibile al giudice (inteso come apparato giustizia, cioè come complesso organizzato di uomini, mezzi e procedure necessari all’espletamento del servizio), tempo in relazione al quale va emesso il giudizio circa la ragionevolezza o meno della durata, deve tenersi conto del comportamento, oltre che del giudice del procedimento, anche di ogni altra autorità chiamata a concorrere al procedimento medesimo o, comunque, a contribuire alla sua definizione.

Nel novero di tali altre autorità vanno ricompresi anche organi diversi rispetto a quelli giudiziari, connotati come autorità e dunque, anche l’autorità amministrativa, la cui attività abbia in concreto inciso sulla procedura in contestazione.

(Fattispecie relativa ad attività ostruzioniste e di depistaggio poste in essere da varie autorità amministrative per impedire l’accertamento della verità relativa ai gravi fatti di Ustica).

Cassazione civile sez. I, 30/05/2006, n.12858

Condotta infedele del finanziere

Il reato di collusione del militare della Guardia di Finanza con l’estraneo previsto dall’art. 3 l. n. 1383 del 1941 configura un delitto a consumazione anticipata nel quale, in ragione della rilevanza attribuita al bene giuridico protetto costituito dalla regolare riscossione dei tributi, l’applicazione della sanzione penale è anticipata al momento dell’accordo collusivo; poiché il fine di “frodare la finanza” connota l’elemento soggettivo, qualificandolo quale dolo specifico, e non è elemento costitutivo del reato, la fattispecie assume la fisionomia del reato di mero pericolo per la cui integrazione non è necessario il raggiungimento dello scopo fraudolento, essendo sufficiente che la condotta infedele del finanziere sia idonea a determinare l’insorgenza del pericolo di compromissione dell’interesse erariale (riconosciuta, nella specie, la sussistenza del reato nella condotta di un finanziere che, per favorire una ditta di trasporti oggetto di segnalazione anonima in merito a presunte condotte di evasione fiscale, aveva proposto di inviare un ulteriore esposto anonimo nei confronti di altra società di trasporto con finalità di “depistaggio” rispetto alla prima segnalazione).

Cassazione penale sez. I, 15/10/2014, n.45864

L’accusa di depistaggio e la diffamazione

In tema di diffamazione, non può ritenersi giustificata dall’esercizio del diritto di critica l’attribuzione ad una ben determinata persona fisica, in assenza di elementi dimostrativi dell’assunto, del ruolo di coautrice “di una delle più grandi operazioni di depistaggio che la Repubblica italiana abbia mai visto”, in sè lesiva della reputazione del soggetto cui si riferisce, dal momento che il “depistaggio” costituisce una condotta dolosa che può assumere anche gli estremi della calunnia.

(Nella specie, l’accusa di “depistaggio” era stata rivolta dall’imputato, generale dell’Aeronautica militare, alla presidentessa del Comitato delle famiglie delle vittime dell’incidente aereo avvenuto nei pressi di Ustica nel giugno del 1980).

Cassazione penale sez. V, 27/10/2004, n.49019

Riparazione per ingiusta detenzione e depistaggio

La riparazione per ingiusta detenzione compete non solo nel caso di pronuncia liberatoria di merito, bensì, in applicazione del comma 3 dell’art. 314 c.p.p., anche in tutte quelle ipotesi in cui i provvedimenti cautelari risultano, anche con postumo giudizio, emessi nel mancato rispetto dei presupposti di cui all’art. 273 c.p.p., il quale ne inibisce l’adozione nei confronti di soggetti non imputabili, tranne nel caso in cui l’istante abbia dato o concorso a dare causa alla custodia cautelare con dolo o colpa grave con comportamenti di tipo processuale, come l’autoincolpazione, il silenzio cosciente su un alibi, il depistaggio, una tesi difensiva contraddittoria o falsa.

Corte appello Napoli, 02/12/2001

Trasferimento d’ufficio di un funzionario di polizia di Stato

Il trasferimento d’ufficio per ragioni di incompatibilità ambientale disposto nei confronti di un funzionario di polizia di Stato che, in una missiva rivolta al capo della polizia, abbia sostenuto il compimento da parte del proprio superiore di un’attività di depistaggio – rispetto la quale lo scrivente non voleva più avere alcuna responsabilità di ordine morale – nelle indagini circa le strutture malavitose della zona, deve riconoscersi pienamente legittimo.

T.A.R. Catanzaro, (Calabria), 15/10/1993, n.866

Tentativo di depistaggio delle indagini

Sono infondate le questioni di legittimità costituzionale, in riferimento agli art. 2 e 3 cost., dell’art. 314 c.p.p. nella parte in cui stabilisce che il diritto ad un’equa riparazione per la custodia cautelare subita spetta (in presenza di determinati altri presupposti) purché il soggetto non vi abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave.

(Nella specie, la corte d’appello di Roma in sede di giudizio di rinvio nel corso di un procedimento per la riparazione di ingiusta detenzione promosso da Gaetana Iorio la cui domanda era stata respinta in quanto la corte d’appello aveva ritenuto verificatasi nella condotta dell’istante l’ipotesi di colpa grave prevista dall’art. 314 c.p.p. per avere ella posto in essere un vero e proprio tentativo di depistaggio delle indagini e per essere fuggita all’estero, dando così causa alla emissione a suo carico del provvedimento restrittivo – ha denunciato la norma così come interpretata dalla cassazione nel principio di diritto enunciato perché contrasterebbe con i parametri detti: a) “nella parte in cui non dispone . .. che la condotta menzognera volta a “depistare” le indagini e ad aiutare altri a eludere le investigazioni dell’autorità o ad evitare che altri sia indagato per delitto escluda, in via generale ovvero quando l’imputazione per reato di favoreggiamento è ormai prescritta, il diritto a un’equa riparazione per la custodia cautelare subita per diversa imputazione”: b) “nella parte in cui non dispone… che la colpa grave dell’agente – che esclude il diritto alla riparazione – possa consistere anche in condotte antecedenti alla assunzione della qualità di imputato o di indiziato, ovvero, più in genere, in condotte diverse dall’attività difensiva propria”.

L’interpretazione dell’art. 314 c.p.p. seguita dalla Corte di Cassazione – che si fonda essenzialmente sulla considerazione che nell’attuale contesto ordinamentale in cui la regola è quella della più assoluta libertà di autodeterminazione per ciascun individuo salvi i limiti espressamente fissati dalla legge a tutela di interessi collettivi, non è configurabile a carico dei consociati un onere di diligenza nell’evitare comportamenti che, in sè e per sè leciti, potrebbero tuttavia dar adito a sospetti ed essere assunti dall’autorità come indicativi dell’avvenuta commissione di reati – non può essere ritenuta in contrasto con l’art. 3 cost. per irragionevolezza in quanto risulta ispirata, sia pure implicitamente, da un particolare “favor” per chi ha subito una detenzione poi comunque rivelatasi “non dovuta” e in ogni caso, certamente non conduce a conseguenze tali da integrare il denunciato vizio di costituzionalità, tenuto anche conto del rilievo che le ipotesi richiamate a raffronto (condotta dolosa, regime generale del concorso di colpa del danneggiato ai sensi del codice civile) non necessariamente debbono trovare identica disciplina nella particolare fattispecie in esame. Per le medesime ragioni è del tutto infondato il riferimento all’art. 2 cost. in quanto solo al legislatore, nell’esercizio della sua sfera di discrezionalità, compete l’individuazione dei doveri inderogabili di solidarietà cui i cittadini sono tenuti, nonché dei modi e limiti relativi all’adempimento di tali doveri.

Corte Costituzionale, 03/12/1993, n.426



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