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Naspi per stagionali

19 Novembre 2019
Naspi per stagionali

Molti lavoratori operano in settori in cui le esigenze di manodopera sono discontinue e ciò non garantisce loro un impiego costante per tutto l’anno.

Cosa significa essere un lavoratore stagionale? In Italia, patria del turismo, possiamo fare moltissimi esempi di settori e aree di attività in cui le aziende non hanno bisogno di dipendenti per tutto il corso dell’anno, ma hanno un’esigenza stagionale della manodopera. Basti pensare ad un albergo che apre solo per la stagione estiva, oppure all’attività di trasporto aereo che subisce delle variazioni di traffico considerevoli da periodo a periodo.

Ci sono molti strumenti per gestire il personale in attività come queste. Uno di questi è il ricorso al lavoro stagionale. Nei periodo di non lavoro, tuttavia, il dipendente non prende lo stipendio ed allora lo Stato ha previsto delle forme di tutela per i lavoratori stagionali nei periodi di inattività. La vecchia indennità di disoccupazione, tuttavia, a partire dal 2015, è stata sostituita dalla Naspi ed è lecito chiedersi se questa nuova prestazione vale anche per gli stagionali.

Come vedremo, in realtà, l’entrata in vigore della Naspi ha indebolito la tutela offerta dall’Inps ai lavoratori stagionali nei periodi di chiusura aziendale e questo rende il lavoro stagionale sempre meno appetibile.

Cos’è il lavoro stagionale?

Quando si parla di lavoratori addetti ad attività stagionali si fa riferimento a tutti quei lavoratori che operano in settori nei quali le aziende non hanno bisogno della forza-lavoro per tutto l’anno, ma solo per alcuni periodi.

Vi rientrano, tra gli altri:

  • addetti ad attività agricole stagionali (es. raccolta uva, taglio erba, produzione olio, etc.);
  • addetti ad attività turistiche ad apertura stagionale (es. addetti in albergo di stagione, bagnini, addetti a pubblici esercizi in località turistiche, etc.);
  • addetti ad attività con picchi di intensificazione stagionale (es. addetti del trasporto aereo, addetti impianti a fune, etc.).

Non esiste una lista esaustiva delle attività stagionali. Nel nostro ordinamento, per accedere ai benefici che alcune norme riservano al lavoro stagionale, l’attività deve essere individuata come tale o dalla legge [1] oppure dai contratti collettivi di lavoro tra aziende e sindacati.

La particolarità del lavoro stagionale è che l’attività per la quale il lavoratore viene chiamato a lavorare non copre l’intera durata dell’anno solare, ma solo una parte: ad esempio, perchè l’albergo apre solo tre mesi in estate, oppure l’uva si raccoglie solo in quel determinato periodo dell’anno.

Il lavoratore, dunque, viene assunto per un periodo con un contratto di lavoro a termine e, alla fine del periodo di lavoro, il rapporto cessa.

Stagionali: l’indennità di disoccupazione

In alcune realtà geografiche del nostro Paese, il lavoro stagionale per determinati periodi dell’anno costituisce quasi l’unica reale possibilità di impiego per le persone. Il problema è che questo tipo di impiego garantisce un reddito solo per alcuni mesi dell’anno. Quando l’esigenza stagionale cessa, infatti, il rapporto di lavoro termina e il dipendente, per i restanti periodi dell’anno, non percepisce alcun reddito.

Per questo, la normativa vigente fino al 2014 in materia di disoccupazione involontaria, prevedeva che i lavoratori stagionali, in caso di rapporto di lavoro della durata di almeno 6 mesi nell’anno solare, avevano diritto a percepire, nello stesso anno, altrettanti mesi di indennità di disoccupazione.

E’ evidente che questo sistema aveva un costo sociale molto alto. Si stima, infatti, che nel sistema precedente al 2014 i lavoratori stagionali assorbivano ogni anno circa il 12% della spesa totale affrontata dall’Inps per l’indennità di disoccupazione nonostante gli stagionali fossero solo il 2,5% del totale dei lavoratori assicurati.

Il sistema precedente al Jobs Act [2] prevedeva, infatti, il diritto del lavoratore stagionale, che avesse una contribuzione minima di almeno 52 settimane nei due anni immediatamente precedenti la cessazione involontaria dal lavoro, a percepire la disoccupazione (successivamente denominata Aspi) per un periodo di tempo legato solo all’età anagrafica e non all’anzianità contributiva. Inoltre, non era minimamente presa in considerazione la frequenza con cui la richiesta di sussidio di disoccupazione veniva inoltrata all’Inps in un dato lasso di tempo.

Considerando che in alcuni settori vi sono i cosiddetti lavoratori stagionali ricorrenti, ossia dipendenti che, sistematicamente, vengono riassunti di anno in anno per periodi di tempo limitati, si era venuta a creare una situazione per la quale questi lavoratori percepivano con costanza un numero molto elevato di mesi di disoccupazione (o Aspi). Bastava avere almeno due semestri di contributi versati (ossia 52 settimane) nel biennio precedente alla cessazione del rapporto per prendere  la disoccupazione per periodi che andavano dagli 8 ai 12 mesi (a seconda dell’età anagrafica del richiedente).

La nuova indennità di disoccupazione Naspi, in vigore da maggio 2015, ha allineato più strettamente la durata delle prestazioni all’anzianità contributiva del lavoratore. Con le nuove regole, un lavoratore stagionale che ha lavorato 6 mesi nell’anno può  percepire, nello stesso anno, una indennità pari a 3 mesi.

Naspi per stagionali

Tra le varie novità introdotte dalla vasta riforma del mercato del lavoro approvata nel 2015, meglio nota come Jobs Act, la vecchia indennità di disoccupazione è stata sostituita dalla Naspi, che sta per nuova assicurazione per l’impiego.

La Naspi tutela i lavoratori che abbiano perso involontariamente il lavoro a partire dal 1° maggio 2015.

Il principio introdotto dalla Naspi è che deve esseci una stretta correlazione tra la tutela offerta (e, dunque, la durata del contributo) e la storia contributiva del lavoratore.

Infatti, una delle regole fondamentali della Naspi, è che tale prestazione viene pagata al disoccupato per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione presenti nei quattro anni precedenti la cessazione involontaria del rapporto di lavoro che ha fatto sorgere il diritto alla prestazione. Inoltre, le settimane contributive già “utilizzate” per precedenti prestazioni di Naspi non possono essere conteggiate per la concessione di una nuova indennità Naspi.

E’ evidente che questo sistema di calcolo ha un forte impatto sui lavoratori stagionali per i quali, come abbiamo visto, esisteva una evidente sproporzione tra settimane di contributi versati e settimane di fruzione della indennità di disoccupazione.

Con il sistema introdotto dalla Naspi, infatti, i lavoratori stagionali ricorrenti, nel caso in cui, ad esempio, lavorano per un periodo pari a 6 mesi (26 settimane) nell’anno solare, avranno diritto ad una tutela per la disoccupazione per soli 3 mesi (13 settimane) mentre prima, come abbiamo visto, prendevano la disoccupazione per i restanti 6 mesi dell’anno.

Il legislatore ha previsto una normativa transitoria [3] nel primo periodo di entrata in vigore delle nuove regole per i settori maggiormente interessati dalla presenza del lavoro stagionale. A partire dal 1° gennaio 2016, tuttavia, questo regime transitorio è venuto meno e, dunque, la tutela dei dipendenti stagionali nei periodi di non lavoro si è radicalmente ridotta.

Naspi per stagionali: a chi spetta?

Per quanto riguarda i requisiti per l’accesso alla Naspi, gli stagionali devono rispettare tutti i paletti previsti dalla legge per la generalità dei lavoratori che vogliono accedere alla Naspi.

Innanzitutto, dunque, il lavoratore stagionale per accedere alla Naspi deve essere stato assunto con contratto di lavoro subordinato, nozione nella quale sono compresi:

  • lavoratori assunti con contratto di apprendistato;
  • soci lavoratori di cooperative con rapporto di lavoro subordinato con le cooperative stesse;
  • personale artistico con rapporto di lavoro subordinato;
  • dipendenti a tempo determinato delle pubbliche amministrazioni.

Diversamente, non possono richiedere questa prestazione:

  • dipendenti a tempo indeterminato delle pubbliche amministrazioni;
  • operai agricoli a tempo determinato e indeterminato;
  • lavoratori extracomunitari con permesso di soggiorno per lavoro stagionale;
  • lavoratori che hanno maturato i requisiti per andare in pensione;
  • lavoratori titolari di assegno ordinario di invalidità (a meno che non optino per la Naspi).

Inoltre, anche se si tratta di lavoratori stagionali, il rapporto di lavoro deve essere cessato senza la volontà del lavoratore, altrimenti la Naspi non spetta. Questa prestazione, infatti, presuppone uno stato di disoccupazione involontaria.

Per avere la Naspi, quindi, il rapporto di lavoro deve essere cessato per:

  • licenziamento o scadenza del termine del contratto di lavoro;
  • dimissioni per giusta causa: si tratta di casi in cui formalmente è il lavoratore a dimettersi ma, nei fatti, questa scelta è stata imposta da condizioni di lavoro non più tollerabili [4];
  • dimissioni intervenute durante il periodo tutelato di maternità, ossia a partire da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del bambino;
  • risoluzione consensuale del rapporto di lavoro intervenuta di fronte all’Ispettorato territoriale del lavoro nel procedimento di licenziamento per motivi economici;
  • risoluzione consensuale determinata dal rifiuto del lavoratore di trasferirsi presso altra sede della stessa azienda distante più di 50 chilometri dalla residenza del lavoratore e/o mediamente raggiungibile con i mezzi pubblici in 80 minuti o più.

Naspi per stagionali: come fare domanda?

Al pari di un qualsiasi lavoratore che abbia perduto involontariamente il lavoro, il lavoratore stagionale può fare domanda di Naspi all’Inps direttamente online attraverso il servizio dedicato, entrando nel sito dell’istituto previdenziale con le proprie credenziali.

In alternativa, è possibile fare domanda tramite:

  • il contact center, chiamando il numero 803 164 (gratuito da rete fissa) oppure il numero 06 164 164 da rete mobile;
  • rivolgendosi ad enti di patronato e intermediari dell’Inps.

note

[1] D. P. R. n. 1525 del 7.10.1963.

[2] D. Lgs. n. 22 del 2015.

[3] D. Lgs. n. 148/2015.

[4] Inps, circolare n. 163 del 20.10.2003.


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