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Quanti soldi contanti si possono tenere in casa?

30 Gennaio 2020
Quanti soldi contanti si possono tenere in casa?

Limiti all’impiego del denaro: dove nasconderlo e come giustificarsi al Fisco. Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza hanno poteri limitati per le ispezioni a casa dei privati.

Hai ricevuto, da parte di clienti ed amici, diversi soldi che hai lasciato a casa, custodendoli gelosamente in una piccola cassaforte, in attesa di valutare se depositarli o meno sul conto corrente. Nel frattempo, però, l’importo è lievitato e ora hai messo da parte un discreto gruzzoletto. Oltre ai ladri che potrebbero fare incursione all’interno del tuo appartamento, ti spaventa anche un eventuale controllo del Fisco. Cosa potrebbe dirti la Finanza se, un giorno, ti trovasse in possesso di così tanti contanti? Quanti soldi si possono tenere in casa? Ecco alcuni chiarimenti che fanno al caso tuo.

È legale tenere contanti in casa?

Conservare soldi in casa non è, in astratto, illegale neanche se l’importo è elevato. Non sei a rischio neanche se il “tesoretto” supera il limite consentito dalla legge per gli scambi in contanti (limite che, al momento, è pari a 3.000 euro, mentre dal 1° luglio 2020 la soglia massima per i pagamenti passerà a 2.000 euro e, nel 2022, arriverà a 1.000 euro): tale tetto, infatti, si riferisce solo ai passaggi di denaro tra soggetti diversi (a titolo di vendite, donazioni, prestiti, ecc.), ma non ne limita il possesso in capo alla stessa persona. La quale, però, nel momento in cui spende, non può  concentrare il contante in un’unica operazione. 

Bisogna, però, considerare che, se dovesse intervenire una visita della Finanza a casa e la cifra dovesse essere poco congrua rispetto alla dichiarazione dei redditi del contribuente, questi potrebbe avere dei problemi: dovrà, infatti, dimostrare la provenienza di tanta ricchezza. Un esempio ci chiarirà le idee.

Antonio presenta un 730 dichiarando 18mila euro l’anno. Sul conto corrente, che ad inizio anno registrava solo poche migliaia di euro, a fine anno ve ne sono depositati ben 70mila. La Finanza bussa così alla porta di Antonio chiedendo di visionare carte e documenti con le varie dichiarazioni dei redditi. Viene richiesta l’apertura di una cassaforte e rinvenuta una somma di 250mila euro in contanti. Antonio deve dimostrare ai verificatori come si è procurato questi soldi.

L’esempio dimostra che, in materia di ricchezza, è sempre il contribuente a dover dimostrare al fisco la provenienza lecita: ragion per cui, farà bene a conservare carte e documenti – tutti possibilmente con data certa – da cui si evincono le ragioni del possesso del denaro in contanti. Si pensi a una vincita al gioco o alle scommesse, una donazione, un prestito di un amico, ecc.

In verità, l’accertamento a casa del privato non è un’eventualità così frequente. Anzi: senza valide e attendibili prove di reati in materia fiscale, il pubblico ministero – chiamato a fornire l’autorizzazione per l’ispezione presso la residenza del contribuente – non può mai rilasciare alcun mandato. Il che significa che la Guardia di Finanza non potrà mai bussare alla tua porta per fare un controllo “a campione” o sulla base di una semplice segnalazione di un vicino o di un cliente. 

Le prove in possesso del fisco contro il privato, peraltro, devono riguardare non una semplice irregolarità tributaria (ad esempio, il mancato pagamento di un’imposta come l’Imu, la Tasi o il bollo auto) o l’inadempimento alle cartelle esattoriali. Si deve essere in presenza di un vero e proprio reato tributario. E non è affatto facile che un piccolo contribuente, che non compie attività illecite o illegali, si trovi in una situazione del genere visto che la legge fissa delle soglie di punibilità penale piuttosto elevate per chi svolge un lavoro autonomo o dipendente. 

Insomma, detto senza peli sulla lingua, se anche conservi a casa un discreto gruzzoletto in contanti frutto di lavoretti non dichiarati al fisco, di un affitto in nero o di altri compensi “segreti”, è assai difficile che qualcuno venga a farti un controllo nel tuo domicilio.

Esiste un limite ai contanti in casa?

Da quanto appena detto, potrai anche comprendere che non esiste un limite ai contanti in casa: se riesci a dimostrare la provenienza dei soldi, nella remota ipotesi di un controllo fiscale, non dovrai temere alcunché. In un esempio scolastico, una persona che guadagna 1 milione di euro l’anno e li dichiara all’Agenzia delle Entrate potrebbe conservare a casa tutto il denaro guadagnato senza avere problemi. È chiaro però che, nell’ipotesi in cui dovesse poi procedere a spendere tali soldi, dovrà tenere conto dei limiti previsti dalla legge per i pagamenti in contanti. Ad esempio, volendo pagare 5mila euro a un ingegnere per dei lavori di ristrutturazione a casa non potrà consegnargli il cash ma, al più, si dovrà depositare il denaro in banca e farsi rilasciare un assegno circolare che è una forma di pagamento tracciabile, così come la legge vuole tutte le volte in cui si supera il tetto per l’utilizzo dei contanti. 

Soldi contanti a casa: limiti e condizioni

Ecco dunque che, sintetizzando quanto abbiano sinora detto, possiamo così concludere. Non esiste un limite di soldi che si possono tenere in casa, salvo:

  • dimostrare la provenienza del denaro nel caso in cui – alquanto remoto – la Guardia di Finanza dovesse fare un accesso presso la dimora e scoprire i contanti. La prova non può essere una semplice testimonianza, ma deve essere un documento su cui sia stata apposta una data “certificata” dal pubblico ufficiale (cosiddetta data certa); il che può avvenire o con la registrazione della scrittura o con un atto notarile o con una spedizione del documento per via raccomandata a.r.;
  • nel caso in cui si voglia spendere il denaro, si dovrà tenere comunque conto dei limiti all’impiego di contanti, evitando di concentrare la somma in un unico pagamento, ma frammentandola in operazioni con soggetti differenti. 


1 Commento

  1. Quanto si sostiene circa il fatto che gli immigrati pagherebbero le pensioni agli italiani non sembra attendibile perchè i contributi ,ai fini pensionistici,erano pagati dal datore di lavoro e dallo stato pertanto vi erano già le somme destinate e riservate al pagamento delle pensioni.

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