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Violenza sulle donne: come funziona un centro di accoglienza

29 Ottobre 2019 | Autore:
Violenza sulle donne: come funziona un centro di accoglienza

Quali sono i servizi offerti dalle strutture di tutela che aiutano le vittime di abusi fisici e psicologici. Come trovarli anche attraverso le app dedicate.

Resta uno dei fatti di cronaca più squallidi che troviamo sempre più spesso nei mass media: la violenza sulle donne, che si tratti di quella fisica o di quella psicologica. Entrambe lasciano alla vittima un segno indelebile. E per quanto episodi ne vediamo, ce ne sono altrettanti – se non di più – che restano nascosti, per la paura o per la vergogna di denunciarli. Vengono sopportati in silenzio, nascosti dietro un paio di occhiali scuti o con un foulard al collo per non far vedere ciò che resta di un momento di brutalità maschilista. È soprattutto a queste persone a cui vorrebbero arrivare gli esperti e gli operatori che lavorano per dare un supporto fisico e morale alle donne che subiscono violenza e che non sanno come funziona un centro di accoglienza.

I tipi di violenza sulle donne sono diversi e, per questo, sono tanti i servizi offerti da queste strutture coordinate dal Dipartimento per le Pari opportunità, dal Centro nazionale ricerche (Cnr) e dalle Regioni. Nella maggior parte si tratta di vera e propria accoglienza, di supporto psicologico e legale sia per la vittima sia per i figli, di costruire insieme un percorso che conduca all’autonomia abitativa e lavorativa, a liberarsi dai fantasmi, a guardare il futuro con fiducia.

Vediamo nel dettaglio, con l’aiuto di una ricerca Istat pubblicata di recente che ricostruisce il lavoro di queste realtà assistenziali, come funziona un centro di accoglienza per le donne vittime di violenza.

Violenza sulle donne: i numeri del fenomeno in Italia

I dati Istat sono fermi al 2017 ma rendono un’idea di quanto sia drammatico il fenomeno della violenza sulle donne. In un anno hanno bussato alla porta di un centro di accoglienza più di 43mila donne. Sette su dieci, la maggior parte delle quali con figli minorenni, hanno iniziato un percorso di uscita dalla violenza. Tre quarti delle vittime sono italiane e sono arrivate ai centri su segnalazione dei servizi sociali, delle forze dell’ordine, di un pronto soccorso.

Ciascuno di questi centri ha accolto mediamente 170 donne, ma qualcuno è arrivato a trovarsi di fronte in un anno anche 500 casi. Le richieste più numerose arrivano da Emilia Romagna, Sardegna, Friuli Venezia Giulia Bolzano, Abruzzo, Toscana e Umbria.

Violenza sulle donne: cosa fa il centro di accoglienza?

La maggior parte dei 281 centri di accoglienza per le donne vittime di violenza sono aperti mediamente 5 giorni a settimana ma hanno un sistema di reperibilità continuativa attraverso un numero verde, una segreteria telefonica o un numero di cellulare. La quasi totalità delle strutture è presente nell’elenco dei servizi disponibili per le donne che telefonano al numero verde 1522 istituito nel 2006 dal Dipartimento Parti opportunità della Presidenza del Consiglio.

I servizi più diffusi offerti dai centri antiviolenza, in collaborazione con altre realtà territoriali, sono il supporto psicologico e legale, l’accompagnamento nel percorso verso l’autonomia abitativa e lavorativa e, in generale, verso l’autonomia della persona decisa a rialzarsi e a costruirsi una nuova vita lontana dalla paura. Alcune strutture offrono anche sostegno alla genitorialità, supporto ai figli minori, mediazione linguistica e servizi di pronto intervento. Questi ultimi consistono nel trasferimento di emergenza e nell’allontanamento della vittima di violenza, quando la donna si trova in situazione di pericolo ed ha bisogno di un alloggio.

Completano le attività dei centri antiviolenza le iniziative sul territorio volte alla formazione, all’informazione e all’educazione per prevenire il fenomeno.

Violenza sulle donne: come trovare un centro di accoglienza

Regioni, Province, Comuni e Asl si sono attivate per aprire dei centri di tutela attraverso delle convenzioni per la gestione delle strutture e dando sostegno economico, logistico e di formazione.

In Italia c’è una rete di centri di accoglienza contro la violenza sulle donne. Si chiama Di.Re. ed è la più diffusa sul territorio nazionale, con un’ottantina di associazione che vi aderiscono. La rete è convenzionata con l’Associazione nazionale Comuni italiani (l’Anci) per la promozione e lo sviluppo di progetti ed iniziative mirate alla prevenzione ed al contrasto di questo fenomeno.

C’è, come detto, una rete in Italia di centri di tutela sulla violenza contro le donne che si avvale dell’aiuto della tecnologia per arrivare alle vittime e dar loro l’opportunità di cercare un supporto e di denunciare gli episodi subiti. Ci sono, infatti, diverse app che indirizzano le donne a delle strutture in grado di aiutarle ad affrontare i loro problemi. Eccone le più popolari.

Where Are U

È l’app ufficiale del 112, cioè del numero unico nazionale di emergenza. Creata per IOS e Android, Where Are U consente a chi subisce violenza contro le donne di mettersi in contatto con la Centrale unica di risposta (quella che raggruppa forze dell’ordine e sistema di emergenza sanitaria). L’operatore riceve automaticamente la posizione della vittima e può parlare con lei anche in maniera anonima. L’applicazione riesce ad individuare in quale Regione è disponibile il servizio.

D.i.Re

Abbiamo già citato questa rete di associazioni, la più diffusa in Italia. Ha anche l’omonima app sulla violenza contro le donne. Una volta registrata sull’app D.i.Re, la donna in difficoltà può entrare nell’area riservata ed accedere, così, al centro di tutela più vicino grazie alla geolocalizzazione. L’applicazione consente anche di creare una sorta di diario su cui annotare gli episodi di violenza subiti: servirà a ricostruire i fatti nel caso in cui si decidesse di presentare denuncia.

S.h.a.w.

Altra app gratuita per assistere le vittime di violenza contro le donne è S.h.a.w. cioè Soroptimist help application woman. Un’applicazione creata da Soroptimist International, un’associazione di donne attive sul campo dei diritti umani, l’uguaglianza e lo sviluppo dell’accettazione delle diversità. Disponibile in 12 lingue, mette a disposizione delle vittime della violenza due tipi di servizi. Il primo, il collegamento diretto con il 112 per le situazioni di emergenza. L’altro, il collegamento con il già citato 1522, il numero verde del Dipartimento per le Pari opportunità.



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4 Commenti

  1. e della violenza sugli uomini non se ne parla mai vero?

    venite sui gruppi facebook:: ” diritti maschili MRA – gruppo di supporto” e scoprirete che la violenza c’è con le stesse percentuali sia sugli uomini che sulle donne ma di quelle sugli uomini non se ne parla e i centri dovrebbero accogliere anche gli uomini vittime di violenza da parte delle donne, invece al momento li rifiutano.

    1. Chiunque può commettere violenza sessuale: la legge non fa distinzioni di sesso.
      Chiunque può commettere violenza sessuale: la legge non fa distinzioni di sesso.

      Il reato di violenza sessuale è senza alcun dubbio uno dei più odiosi conosciuti dal nostro ordinamento: la vittima viene privata della propria libertà sessuale e costretta a subire un rapporto o, comunque, una coercizione fisica. Quando si parla di violenza sessuale il pensiero va sempre alle tante donne vittime di soprusi da parte degli uomini, spesso legate al carnefice da vincolo affettivo. La violenza sessuale, però, non è un delitto necessariamente maschile, nel senso che l’autore non deve essere per forza un uomo. Parrà strano, ma in Italia molti uomini sono vittime di violenza.
      Per saperne di più, leggi il nostro articolo sulla Violenza sessuale sugli uomini https://www.laleggepertutti.it/194042_violenza-sessuale-su-uomini-e-reato

      1. Per chi non lo sapesse segnalo che gli uomini vittime di violenza sono esclusi per legge dai centri antiviolenza, dal congedo retribuito per vittime di violenza e dagli sgravi per l’assunzione di vittime di violenza.

  2. Sempre più studi mostrano che gli uomini rappresentano un’ampia percentuale del totale delle vittime di violenza domestica; alcuni di essi riferiscono addirittura percentuali che variano dal 40 al 50%, inclusa la violenza fisica grave (Hines & Douglas, 2016). Simili risultati sono stati rilevati (nell’arco di circa 40 anni) all’interno di numerosi sondaggi sia nazionali che internazionali svolti in diversi paesi (Straus, 2010).
    Questi numeri però non si riflettono nelle percentuali degli arresti e delle incarcerazioni a causa del cosiddetto “sessismo giuridico”. Diverse ricerche hanno rilevato infatti come, a parità di reato commesso e di circostanze, gli uomini, rispetto alle donne, abbiano il doppio delle possibilità di essere incarcerati (quando colpevoli) e ricevano pene detentive il 63% più lunghe (Starr, 2012).
    Ulteriori fattori che portano a minimizzare la reale portata del fenomeno sono:
    – il maggiore under-reporting nelle denunce da parte degli uomini vittime di violenza;
    – la minore percentuale di donne sospettate (e arrestate) da parte delle forze dell’ordine;
    – i bias di polizia, servizi sociali, psicologi e psichiatri interni al sistema di giustizia criminale rispetto alle donne fisicamente e/o sessualmente abusanti (anche verso bambini).
    Ad esempio, Skeem e colleghi (2005) hanno preso un campione di 147 professionisti della salute mentale chiamandoli a esprimersi sul rischio di agiti aggressivi in 680 pazienti psichiatrici afferenti a un servizio di urgenza: la ricerca ha rilevato che i professionisti fossero particolarmente limitati nella loro capacità di valutare il rischio di futura violenza dei pazienti di sesso femminile e tendevano a sottostimarlo. Questo effetto è ancora più evidente per la violenza sessuale: Denov (2001) ha infatti utilizzato interviste semi-strutturata con un campione di poliziotti e psichiatri. Addirittura anche con i bambini vittime di stupro, questi professionisti continuavano a vedere, a parità di gravità, le sospettate donne come meno pericolose e meno nocive dei sospettati uomini. Denov si riferisce a questo concetto come “cultura della negazione”, in cui i professionisti implicati nel sistema di giustizia criminale minimizzano l’offending e distorcono la realtà della violenza femminile compiendo sforzi, coscientemente o incoscientemente, per trasformare l’autore e il suo reato, riallineandoli con nozioni più culturalmente accettabili del comportamento femminile e quindi, in ultima analisi, alla negazione del problema. Tutto questo porta inevitabilmente a minori sospetti, minori arresti, minori incarcerazioni e pene più lievi per le donne abusanti, che dunque non verranno contate nei “numeri ufficiali”.
    Inoltre è molto utilizzata, da parte delle abusanti, la giustificazione della “legittima difesa”: sebbene sia maschi che femmine abbiano la stessa probabilità di sferrare il primo colpo in caso di violenza domestica (Hines & Saudino, 2002), quasi sempre la violenza domestica femminile viene scartata come “autodifesa”, soprattutto nei casi in cui la vittima è morta e quindi non può replicare. A tale proposito, Weiss & Young (1996) hanno riportato diversi casi di donne che affermavano di aver agito per “difendersi” è che hanno portato comunque ad assoluzione o a pene irrisorie, come una donna che aveva sparato al marito sei volte dietro la nuca affermando che lui l’avrebbe minacciata con una sedia (caso statunitense archiviato dal tribunale), o un’altra a Brooklyn che sparò nello stomaco a suo marito con una .357 magnum mentre dormiva, dopo aver trovato una sua foto con un’altra donna: da tentato omicidio (l’uomo sopravvisse ma perse parte del suo stomaco, fegato e intestino superiore) il reato venne declassato ad aggressione di secondo grado, producendo una condanna a un solo giorno di prigione e 5 anni di domiciliari.
    Riferimenti:
    -Denov, M.S. A Culture of Denial: Exploring Professional Perspectives on Female Sex Offending. Canadian journal of criminology. Revue canadienne de criminologie, 2001; 43(3):303-329.
    -Hines DA, Douglas EM. Relative Influence of Various Forms of Partner Violence on the Health of Male Victims: Study of a Helpseeking Sample. Psychol Men Masc. 2016 Jan 1;17(1):3-16.
    -Hines D.A., Saudino K.J. Intergenerational transmission of intimate partner violence: A behavioral genetic perspective. Trauma, Violence, and Abuse, 2002; 3, 210−225.
    -Michael Weiss, Cathy Young. Feminist Jurisprudence: EqualRights Or Neo-Paternalism? Policy Analysis No. 256, CatoInstitute, June 19, 1996.
    -Skeem J, Schubert C, Stowman S, Beeson S, Mulvey E, Gardner W, Lidz C. Gender and risk assessment accuracy: underestimating women’s violence potential. Law Hum Behav. 2005 Apr;29(2):173-86.
    -Starr, Sonja B. Estimating Gender Disparities in Federal Criminal Cases. University of Michigan Law and Economics Research Paper (August 29, 2012), No. 12-018.
    -Straus, M.A. Thirty years of denying the evidence on gender symmetry in partner violence: Implications for prevention and treatment. Partner Abuse 2010, 1(3), 332-362.”

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