Diritto e Fisco | Editoriale

La “casta” degli avvocati: i legali italiani sono davvero una lobby?


> Diritto e Fisco Pubblicato il 5 luglio 2013



Le recenti parole del Ministro Cancellieri, lo scontro con il Cnf, lo sciopero minacciato e la riforma che non riforma, hanno aperto di nuovo il dibattito se gli avvocati italiani siano o meno una casta.

In realtà, si tratta di una categoria profondamente mutata negli ultimi decenni, sino a farne un rifugio di precari e di semplici titolari di partita Iva.

 

Come ormai noto, lo scontro tra il Cnf e il neo eletto Ministro della Giustizia è nato dalle parole di quest’ultimo che, evidentemente, sente il pressing dei gruppi di interesse attivi all’interno del Dicastero. Il Guardasigilli, nel corso di un convegno di Confindustria, rispondendo a una domanda su quali siano le cause della mancata riforma del sistema della giustizia, ha dichiarato: “Gli avvocati, le grandi lobby impediscono che il nostro Paese diventi normale”.

Sono parole forti, quelle del Ministro, che pesano su un ordine professionale storico, di per sé permaloso e chiuso. Paragonare gli avvocati italiani ad una lobby, anzi, ad una “grande lobby”, in grado di ostacolare un processo di riforma fondamentale per l’Italia, vuol dire gettarsi in pasto a quasi 240.000 persone. Un po’ come gridare “Abbasso il Papa” a Piazza San Pietro.

Gli autogol del Ministro non finiscono qua. Lo scorso 29 giugno, durante l’incontro organizzato dall’Università Suor Orsola da Benincasa di Napoli, la Cancellieri, in un fuori onda rivelato da Sky, avrebbe dichiarato: “Li vado ad incontrare [gli avvocati, n.d.r.] così me li levo dai piedi”.

Di qui il dibattito sfociato sui media e nei bar sul ruolo degli avvocati. Un dibattito intriso di luoghi comuni e di gelosie trasversali.

Accostare i legali italiani a una lobby è un po’ come affermare che la nazionale di calcio rappresenta il popolo italiano. Undici persone – milionarie, viziate dalle donne e dagli sponsor – non sono l’immagine del popolo italiano, ma piuttosto di un’Italia di minoranza.

Se la metafora non é ancora chiara, cercherò di spiegarmi meglio.

Inutile dire che le lobby esistono e che molte delle leggi oggi approvate sono solo il frutto di gruppi di pressione. Il Parlamento è statico di natura e, se non “adeguatamente stimolato”, è difficile che abbia buone o cattive idee. Dunque, se anche nell’ambito della giustizia qualcosa si muove – o non si muove, per usare le parole della Cancellieri – è verosimile che dietro ci sia un “interesse”.

Ma allora qual è la “lobby degli avvocati” che blocca le riforme?

La risposta parte necessariamente dall’analisi di alcuni dati circa l’avvocatura nel nostro paese.

Potremmo definire l’avvocatura come una sommatoria di due componenti: la “base” e la “rappresentanza”.

La rappresentanza

Da un lato c’è il Consiglio Nazionale Forense, risalente al 1926, dotato della capacità di rappresentare la classe forense, che consta di solo 26 componenti.

Dall’altro lato ci sono gli ordini professionali, dotati di una capacità di relazione istituzionale e non solo di rappresentanza economico-sociale degli iscritti, caratteristica del modello corporativo risalente sin al mondo medievale italiano e attuato nel decreto fascista del 1934.

La base

Secondo le recenti statistiche, l’Italia è il sistema europeo con il maggior numero di avvocati: quasi 240 mila contro i 53 mila in Francia, i 158 mila della Germania, i quasi 180 mila del Regno Unito.

Ebbene, una lobby, per sua natura e definizione, è un gruppo ristretto e molto limitato, capace quasi di poter contare i suoi membri da solo, senza bisogno di censimenti.

La base dell’avvocatura, quella di liberi professionisti ormai divenuti imprenditori di sé stessi, alla ricerca di nuovi mercati per fare affari, una categoria disorientata e sovraccaricata – anch’essa – dai costi di una burocrazia e di un fisco vorace, non può considerarsi affatto una lobby.

Dunque, la capacità di lobbying degli avvocati, sollevata dal Ministro della Giustizia, può solo essere riferita ad altri organi. A tal punto che si potrebbe dire che la vera lobby è solo l’organo di rappresentanza, ormai distaccato dalla base rappresentata, quasi in un dualismo antitetico, dove gli interessi si sono completamente differenziati. Proprio come è successo coi parlamentari e gli elettori.

Nonostante il superamento, nell’esperienza repubblicana italiana, del ruolo degli ordini professionali come corporazioni, il retaggio culturale e comportamentale connesso a queste aggregazioni per la rappresentanza è molto radicato e forte. Tanto da potersi dire che l’interesse perseguito non è più quello dei “nuovi avvocati” – benché costituiscano la maggioranza – ma dei vecchi studi o, meglio, di quelli più radicati e forti.

Bisogna quindi stare attenti a non confondere quando si parla di “avvocati” e quando invece si parla di “avvocatura”. I primi sono più simili alle vecchie città marinare, piccoli centri facenti capo a un’unica persona (il signore locale), abituato ad amministrare il suo piccolo feudo, in perenne guerra coi vicini e sempre sotto il timore di essere conquistato da un feudo più forte.

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3 Commenti

  1. C’è una percezione comune che i tempi biblici della giustizia siano in realtà dovuti anche alla pratica, dicono piuttosto diffusa, da parte degli avvocati di dilazionare il più possibile i tempi coinvolgendo l’assistito nel maggiore numero possibile di udienze e relativi introiti….come ribatte lei a simili accuse…? E’ vero poi che in Italia c’è un sovrannumero di avvocati rispetto agli altri paesi…?

  2. Comunque la definizione Wikipediana di lobby (http://it.wikipedia.org/wiki/Lobby) non fa alcun accenno alla cardinalità delle persone coinvolte nella faccenda, anzi è del tutto logico pensare che una lobby sia tanto più potente quanto più essa è numerosa in quanto può esercitare maggiore pressione sia diretta che indiretta.

    Comunque non è un problema…esiste la casta dei medici, degli psicanalisti, dei professori universitari, dei tassisti ecc….ogni categoria di lavoratore può essere vista come una lobby più o meno potente che tira acqua al proprio mulino…tutti hanno diritto a vivere, ma l’impressione e la relativa riflessione filosofica fa pensare che a questo mondo vivere (o sopravvivere) voglia dire in qualche modo far del male a qualcun altro approfittandosene, quella che nell’attuale crisi economica così come in quella del lontano ’29 è stata chiamata con il termine speculazione…

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