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Amante: può essere chiamata a testimoniare?

1 Novembre 2019
Amante: può essere chiamata a testimoniare?

Separazione, violazione dell’obbligo di fedeltà e onere della prova dei coniugi.

Una recente ordinanza della Cassazione [1] si occupa di infedeltà e successiva causa di separazione tra marito e moglie. Il discorso verte sempre sullo stesso perno: il tradimento è, di per sé ed in automatico, un motivo per chiedere l’addebito al coniuge fedifrago? La risposta è negativa. Per arrivare a una sentenza di condanna nei confronti del coniuge adultero, è necessario che la “tresca” – anche quella di una sola occasione – sia stata l’effettiva causa della rottura tra i coniugi. Ma se, per ipotesi, la coppia abbia superato lo shock del tradimento e, dopo qualche mese, abbia deciso di separarsi per altre ragioni (incompatibilità e litigi), la vecchia scappatella non può essere più ripescata. 

Di qui, il punto nodale: chi chiede l’addebito deve dimostrare, non solo l’infedeltà in sé, ma anche che questa sia stata l’effettiva causa dell’intollerabilità della convivenza. Ed allora ci si chiede: l’amante può essere chiamata a testimoniare? 

Cerchiamo di fare il punto in tema di separazione, violazione dell’obbligo di fedeltà e onere della prova dei coniugi.

Tradimento: effetti

Il tradimento costituisce la violazione di uno dei principali doveri del matrimonio: la fedeltà. Esso però non è né un reato, né un motivo per chiedere il risarcimento del danno. L’unica conseguenza del tradimento è il cosiddetto “addebito”. In buona sostanza, il soggetto tradito può ricorrere al tribunale per chiedere la separazione e far dichiarare al giudice la colpa a carico dell’ex. Non è solo una questione ideologica o di principio: chi subisce l’addebito non può né chiedere l’assegno di mantenimentovantare diritti ereditari nei confronti dell’altro qualora quest’ultimo dovesse morire prima del divorzio. 

Dunque, l’addebito ha solo due conseguenze di natura economica. 

Il tradimento può determinare anche una richiesta di risarcimento del danno quando si è manifestato in modo tale da ledere la reputazione e l’onore dell’altro coniuge (si pensi a una relazione nota a tutto il contesto sociale in cui i coniugi vivono).

Tradimento: onere della prova

Per chiedere l’addebito a carico del coniuge infedele, bisogna dimostrare innanzitutto il fatto in sé, ossia il rapporto tra il marito/moglie e l’«estraneo». Non è necessaria la dimostrazione di un atto carnale, ma di un legame affettivo o sessuale. Basta, quindi, una chat che riveli l’attrazione fisica senza che i due amanti debbano per forza scambiarsi parole d’amore. 

Il semplice legame platonico non è causa di addebito se non rivela un attaccamento morboso, al di là dell’amicizia. 

Oltre a ciò, il coniuge tradito deve dimostrare che tale tradimento è stato la causa che ha reso intollerabile la convivenza, ossia il vero motivo di rottura dell’unione familiare. Poiché si tratta di una prova assai difficile, la Cassazione ha detto che, quando il tradimento è a ridosso della causa di separazione, si presume che esso sia stato l’unico ed effettivo motivo della disgregazione del rapporto matrimoniale.

Spetta, quindi, all’altro coniuge – quello accusato di tradimento – la prova contraria: egli cioè può evitare l’addebito dimostrando al giudice che la coppia era già in crisi. Il fedifrago ha, quindi, l’onere di provare l’anteriorità della crisi matrimoniale all’infedeltà accertata. In che modo? Ad esempio, portando in causa le prove che i due coniugi non vivevano più insieme o che dormivano in letti separati o che ormai erano ai ferri corti e non avevano più alcun tipo di rapporto, neanche sessuale. Solo così egli si salva dalla responsabilità per la fine del matrimonio. 

L’amante può essere chiamata a testimoniare?

Nella ricerca delle prove circa l’infedeltà, il coniuge tradito può avvalersi dei normali mezzi indicati dal Codice civile. Non può essere egli stesso testimone (facoltà concessa solo nei processi penali e non in quelli civili come nelle cause di separazione e divorzio), ma può chiamare soggetti “terzi”, che non abbiano alcun interesse nella causa. Tra questi, vi è certamente l’amante. Ammesso che quest’ultimo/a sia disposta a rilasciare dichiarazioni su colui con cui un tempo ha avuto una relazione, è sicuramente un soggetto che può testimoniare.

Spetta al giudice poi accertarne l’attendibilità sulla base dei fatti e dei comportamenti delle parti.

Marta trova sul cellulare del marito Marco una serie di messaggi di Giovanna. Per procurarsi le prove del tradimento, chiede a Giovanna chi sia e che cosa voglia dal proprio marito. Quest’ultima ammette di avere una relazione con l’uomo. Marta chiede la separazione da Marco, convinta di avere le prove del tradimento. Ma Marco dimostra, in sede di giudizio, di aver denunciato Giovanna per stalking: si tratterebbe cioè di una sua ammiratrice con manie ossessive, con cui non ha avuto alcun rapporto se non uno scambio di messaggi su internet. In tal caso, Marta potrà sempre chiedere la separazione da Marco, ma quest’ultimo non subirà l’addebito. Il giudice, infatti, alla luce della querela, ritiene non attendibile la testimonianza di Giovanna che potrebbe essersi semplicemente vendicata di Marco per non aver accettato la sua “corte”. 

Il testimone, dunque, può essere sentito, ma spetta al prudente apprezzamento del giudice valutare se questi dice il vero o il falso. È chiaro che, per smontare le parole dell’amante sentito in giudizio, saranno necessari validi elementi e non semplici dichiarazioni. 

Le altre prove del tradimento

Sicuramente, il coniuge tradito potrà portare in giudizio altre prove contrarie al traditore. Le più utilizzate sono:

  • stampe di chat o trascrizioni di file audio con le conversazioni tra gli amanti;
  • testimonianze di terzi che abbiano visto, con i propri occhi, i due amanti stare insieme, incontrarsi e baciarsi (non basterebbe un semplice incontro);
  • report fotografico dell’agenzia di investigazioni che abbia fotografato gli incontri segreti; se il report viene contestato, si potrà chiedere l’audizione a testimone del detective che ha visto, con i propri occhi, la scena.

note

[1] Cass. ord. n. 27777/19 del 30.10.2019.

Autore immagine: 123rf com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1 ordinanza 24 settembre – 30 ottobre 2019, n. 27777

Presidente Genovese – Relatore Mercolino

Rilevato

che D.I.R. ha proposto ricorso per cassazione, per quattro motivi, avverso la sentenza del 10 ottobre 2016, con cui la Corte d’appello di Milano ha rigettato il gravame da lei interposto avverso la sentenza non definitiva emessa dal Tribunale di Milano il 9 febbraio 2015, che aveva pronunciato la separazione personale della ricorrente dal coniuge I.P. , con addebito a carico della D. , rigettando la domanda di addebito della separazione all’I. e quella di riconoscimento di un assegno di mantenimento in favore della ricorrente;

che l’I. ha resistito con controricorso.

Considerato

che con il primo motivo d’impugnazione la ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., e degli artt. 116 e 183 c.p.c., censurando la sentenza impugnata nella parte in cui, ai fini della pronuncia in ordine alle reciproche domande di addebito della separazione, ha rigettato l’istanza di ammissione delle prove testimoniali da lei dedotte a sostegno dell’allegata riconducibilità della crisi coniugale al comportamento opprimente, assente e moralmente discutibile del coniuge e della assenza di nesso causale con la relazione extraconiugale da lei intrapresa, e ha omesso di valorizzare la relazione del c.t.u., da cui emergevano profili rilevanti della personalità dell’I. ;

che il motivo è inammissibile, in quanto il rigetto dell’istanza di ammissione delle prove testimoniali è censurabile in sede di legittimità esclusivamente per vizio di motivazione, configurabile a condizione che lo stesso si sia tradotto nell’omessa motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, e quindi che la prova non ammessa sia idonea a dimostrare circostanze tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie in base alle quali si è formato il convincimento del giudice di merito, di modo che la ratio decidendi venga a trovarsi priva di fondamento (cfr. Cass., Sez. II, 29/10/2018, n. 27415; Cass., Sez. III, 7/03/2017, n. 5654);

che la deduzione del predetto vizio postula d’altronde che la parte non si limiti ad indicare le prove non ammesse, trascrivendo nel ricorso i capitoli che ne costituiscono oggetto o fornendo le indicazioni necessarie per rintracciarli negli atti di causa, ma evidenzi l’esistenza di un nesso eziologico tra l’omesso accoglimento dell’istanza e l’errore addebitato al giudice, dimostrando che la pronuncia, senza quell’errore, sarebbe stata diversa, in modo da consentire al giudice di legittimità un controllo sulla decisività delle prove (cfr. Cass., Sez. I, 4/10/2017, n. 23194; 22/02/2007, n. 4178);

che nella specie, invece, la ricorrente si limita a richiamare i capitoli di prova dedotti nelle memorie depositate ai sensi dell’art. 183 c.p.c., comma 6, e nell’atto di appello, insistendo genericamente sull’idoneità degli stessi a dimostrare la riconducibilità della crisi coniugale al comportamento tenuto dal coniuge, senza censurare specificamente le ragioni addotte dalla sentenza impugnata a fondamento del giudizio d’irrilevanza e contraddittorietà delle circostanze capitolate, e senza tener conto dell’affermazione della Corte territoriale, avente carattere dirimente, secondo cui nessuna istanza istruttoria era stata avanzata in riferimento ai più gravi comportamenti addebitati all’I. ;

che pertanto, anche a voler prescindere dall’esclusivo riferimento della ricorrente al vizio di violazione di legge, le predette censure non possono trovare ingresso in questa sede, risolvendosi nella sollecitazione di un nuovo apprezzamento in ordine all’ammissibilità ed alla rilevanza dei mezzi di prova, non consentito a questa Corte, alla quale non spetta il compito di riesaminare il merito della controversia, ma solo quello di controllare la correttezza giuridica delle argomentazioni svolte nelle sentenza impugnata, nonché la coerenza logica delle stesse, nei limiti in cui le relative anomalie risultano ancora censurabili ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo modificato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134;

che per analoghi motivi risultano inammissibili le censure riflettenti l’omessa valorizzazione delle argomentazioni svolte nella relazione del c.t.u., delle quali la ricorrente si limita ad evidenziare genericamente l’idoneità a fornire “spunti di estrema rilevanza” in ordine alla personalità del coniuge, in quanto fondate su dichiarazioni rese da quest’ultimo, affermandone l’utilizzabilità come elementi indiziari, senza neppure considerare che le stesse non riguardavano fatti storici, ma profili caratteriali dell’I. , inidonei a giustificare una pronuncia di addebito della separazione, in mancanza della prova di comportamenti da lui tenuti in violazione dei doveri coniugali;

che con il secondo motivo la ricorrente deduce la violazione e/o la falsa applicazione degli artt. 151 e 156 c.c., ribadendo che, nell’attribuire rilevanza assorbente alla relazione extraconiugale da lei intrapresa, la sentenza impugnata ha omesso di procedere ad una valutazione globale e comparativa delle condotte tenute dai coniugi e di tener conto della situazione di crisi familiare già irrimediabilmente in atto a quell’epoca, ritenendo provato il nesso causale tra quest’ultima e la condotta infedele di essa ricorrente sulla base delle dichiarazioni rese dal c.t.u., senza che l’I. avesse fornito elementi di prova decisivi al riguardo;

che il motivo è infondato, in quanto, nell’addebitare la separazione alla ricorrente, la Corte distrettuale si è correttamente attenuta al principio, più volte ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui la parte che faccia valere la violazione dell’obbligo di fedeltà da parte dell’altro coniuge è tenuta a provare la relativa condotta ed il nesso causale con l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, mentre incombe a chi eccepisce l’inefficacia dei fatti posti a fondamento della domanda, e quindi l’inidoneità dell’infedeltà a rendere intollerabile la convivenza, l’onere di provare le circostanze su cui l’eccezione si fonda, vale a dire l’anteriorità della crisi matrimoniale all’accertata infedeltà (cfr. Cass., Sez. VI, 19/02/2018, n. 3923; Cass., Sez. I, 14/02/2012, n. 2059);

che infatti, dato atto della mancata contestazione dell’intervenuta violazione dell’obbligo di fedeltà da parte della ricorrente, la sentenza impugnata ha posto in risalto da un lato la mancata dimostrazione dei fatti allegati a sostegno dell’asserita anteriorità della crisi familiare rispetto alla relazione extraconiugale da lei intrapresa, dall’altro l’infondatezza dell’assunto secondo cui il coniuge avrebbe a lungo tollerato il tradimento, richiamando la relazione del c.t.u. soltanto ad ulteriore conforto degli elementi risultanti dagli atti di parte e dalla documentazione prodotta;

che nel contestare la rilevanza degli elementi posti a fondamento della decisione, la ricorrente sollecita ancora una volta una rivisitazione dell’accertamento dei fatti risultante dalla sentenza impugnata, non censurabile in sede di legittimità per violazione di legge, ma esclusivamente per vizio di motivazione, configurabile nel caso di omessa valutazione di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza impugnata o dagli atti processuali, abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e presenti carattere decisivo, ovvero nel caso in cui la motivazione risulti totalmente assente o meramente apparente, oppure perplessa, incomprensibile o contraddittoria, al punto tale da rendere impossibile l’individuazione del percorso logico seguito per giungere alla decisione (cfr. Cass., Sez. VI, 25/09/ 2018, n. 22598; Cass., Sez. II, 13/08/2018, n. 20721; Cass., Sez. III, 12/10/ 2017, n. 23940);

che il rigetto dei primi due motivi comporta l’assorbimento del terzo, con cui la ricorrente ha lamentato la violazione e/o la falsa applicazione degli artt. 115, 151 e 156 c.p.c., chiedendo, in caso di accoglimento delle censure riguardanti l’addebito della separazione, il riesame della domanda di riconoscimento dell’assegno di mantenimento;

che con il quarto motivo la ricorrente denuncia la violazione e/o la falsa applicazione dell’art. 433 c.c., censurando la sentenza impugnata nella parte in cui, ai fini del rigetto della domanda di riconoscimento dell’assegno alimentare, ha conferito rilievo all’apporto economico fornitole dal suo attuale compagno, non allegato dalla difesa dell’I. e non avente comunque carattere di stabilità, in assenza di un rapporto di convivenza;

che, nell’escludere la sussistenza dello stato di bisogno, necessario per il riconoscimento del diritto agli alimenti, la Corte territoriale ha svolto due distinti ordini di considerazioni, autonomamente idonee a sorreggere la decisione adottata, e costituite rispettivamente dal contributo economico fornito alla ricorrente dal nuovo compagno e dalla mancata prova dell’impossibilità oggettiva di provvedere autonomamente al proprio sostentamento;

che, nell’impugnare la predetta statuizione, la ricorrente si limita a negare il predetto apporto ed a contestarne comunque la stabilità, senza censurare l’affermazione della sentenza impugnata, secondo cui ella è ancora in grado di procurarsi da sola i mezzi economici necessari per il suo mantenimento, avendo quarantacinque anni e non risultando affetta da patologie;

che nel caso in cui, come nella specie, la decisione sia fondata su una pluralità di ragioni logicamente e giuridicamente distinte, la mancata impugnazione di alcune delle stesse rende inammissibili, per difetto d’interesse, le censure relative alle altre, non potendo queste ultime condurre all’annullamento della sentenza, destinata a reggersi autonomamente sulla base delle ragioni non contestate (cfr. Cass., Sez. I, 29/12/2017, n. 31182; Cass., Sez. VI, 18/04/2017, n. 9752; Cass., Sez. III, 14/02/2012, n. 2108);

che il ricorso va pertanto rigettato, con la conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese processuali, che si liquidano come dal dispositivo.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore del contro-ricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nell’ordinanza.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.

 


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