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Come fa un avvocato a farsi pagare

3 Novembre 2019 | Autore:
Come fa un avvocato a farsi pagare

Quali rimedi prevede la legge per il recupero della parcella dell’avvocato? Cosa può fare il cliente per difendersi? Preventivo scritto: è obbligatorio?

Solo i liberi professionisti possono comprendere quanto sia difficile farsi pagare dai propri clienti. È vero: a volte, le parcelle richieste sono alte ed è giusto concedere un po’ di tempo per poter racimolare i soldi. Troppo spesso, però, bisogna fare i conti con il comportamento scorretto di chi, dopo aver beneficiato della prestazione professionale, si rifiuta di pagare quanto convenuto. Con questo articolo vorrei soffermarmi sulla sola situazione dei legali: vorrei quindi spiegarti come fa un avvocato a farsi pagare.

Nonostante il tema, si tratta di un argomento che riguarda non solo gli avvocati, ma anche i clienti, cioè tutti coloro che si rivolgono a un legale perché hanno necessità di essere tutelati: è giusto che anche il cliente sappia come e quando il suo avvocato può recuperare la parcella che gli spetta. Nel corso dei prossimi paragrafi, poi, ti spiegherò anche cosa deve fare un avvocato affinché possa maturare il suo diritto a essere pagato. Insomma: ci aspetta una bella panoramica di ciò che c’è da sapere sulla parcella dell’avvocato, su come recuperare il credito e su quando gli spetti realmente. Se hai dieci minuti di tempo, mettiti comodo e prosegui nella lettura: vedremo cosa deve fare un avvocato per farsi pagare.

La parcella dell’avvocato

L’avvocato, come ogni libero professionista, ha diritto al pagamento delle prestazioni effettuate. Per la precisione, l’avvocato è un professionista intellettuale, nel senso che la sua prestazione è il frutto non di un lavoro manuale, ma di uno riconducibile al proprio ingegno.

L’avvocato, inoltre, deve essere regolarmente iscritto all’albo forense: se tale iscrizione mancasse, egli non potrebbe pretendere alcunché. Per iscriversi, ogni aspirante legale deve superare un esame di Stato che si tiene annualmente presso ciascun distretto di Corte d’Appello.

Avvocato: quando va pagato?

Prima di vedere come fa un avvocato a farsi pagare, bisogna fare un’importante premessa: affinché un legale maturi il diritto alla corresponsione dell’onorario, occorre che siano rispettate alcune condizioni. La prima l’abbiamo già indicata: solo un legale iscritto all’albo può chiedere validamente di essere pagato per l’attività professionale svolta.

A questa, però, si aggiungono ulteriori condizioni, quali: l’obbligo di fornire al cliente un preventivo scritto; il diligente adempimento dell’incarico; la conclusione del mandato. Mentre questi ultimi due sono ovvi presupposti (se si incarica il proprio legale di depositare una memoria, ma questo non si attiene all’impegno, è chiaro che perderà il diritto al compenso, rischiando addirittura di dover pagare il risarcimento), quella del preventivo scritto può sembrare una condizione non obbligatoria. Vediamo cosa dice la legge.

L’obbligo del preventivo scritto

La legge [1] impone all’avvocato di redigere preventivo scritto anche in mancanza di espressa richiesta di parte. In pratica, se ti rivolgi a un avvocato, questi è tenuto a prospettarti per iscritto la sua parcella, anche se tu non gliel’hai chiesta e ti andrebbe bene una semplice stretta di mano a sigillare l’accordo economico.

Cosa succede se l’avvocato non prepara per il proprio cliente un preventivo scritto? Ebbene, l’avvocato che non ha pattuito per iscritto il proprio compenso ha comunque diritto di essere pagato, solo che dovrà “accontentarsi” dell’onorario così come stabilito dalle tabelle ministeriali, provando adeguatamente in giudizio la propria attività svolta.

In altre parole, se l’avvocato aveva pattuito soltanto oralmente con il cliente un onorario maggiore a quello medio stabilito dalla legge, egli non potrà pretendere questo maggior prezzo, ma dovrà adeguarsi ai parametri standard offerti dalla normativa statale.

Cosa deve fare un avvocato che vuole farsi pagare?

Vediamo ora quali strade può percorrere il legale la cui parcella non è stata onorata. Ipotizziamo che un avvocato, dopo aver compiuto l’incarico assegnatogli dal cliente, chieda il saldo del proprio onorario; la persona assistita, però, risponde picche, promettendo di passare per lo studio a pagare il debito ma, da fatto, lasciando passare mesi. Come può tutelarsi l’avvocato in una situazione del genere?

Ebbene, devi sapere che la legge [2] ha previsto una disciplina particolare per il recupero del credito dell’avvocato; l’avvocato che vuole agire contro il cliente che non l’ha pagato può:

  • fare ricorso per decreto ingiuntivo;
  • fare ricorso al tribunale con rito sommario di cognizione.

Approfondiamo entrambi i rimedi previsti dalla legge.

Il decreto ingiuntivo per i crediti dell’avvocato

L’avvocato che intende recuperare le proprie competenze professionali può innanzitutto avvalersi del più ordinario strumento di recupero dei crediti certi, liquidi ed esigibili: il decreto ingiuntivo [3].

Perché l’avvocato non pagato possa ottenere ciò che gli spetta, deve però dimostrare al giudice il proprio diritto al compenso. Per fare ciò, il difensore dovrà produrre ogni documento idoneo a dimostrare la propria attività difensiva, come ad esempio: la procura firmata dall’assistito; le memorie difensive; i verbali d’udienza; la sentenza finale.

Dimostrata l’effettiva attività difensiva prestata, occorre poi che egli dia prova dell’importo che chiede al suo debitore; in altre parole, dopo aver dimostrato che realmente c’è stato il conferimento di un incarico, l’avvocato deve fornire giustificazione anche dell’entità della parcella.

È qui che entra in gioco l’importanza del preventivo scritto: se l’avvocato ha l’accordo sottoscritto dal cliente circa l’entità della parcella, allora basterà produrre al giudice tale scrittura privata al fine di dimostrare la legittimità dell’importo richiesto.

In assenza di preventivo scritto, l’avvocato dovrà provare l’entità della propria parcella diversamente, attraverso una procedura che viene definita di opinamento. Vediamo di cosa si tratta.

L’opinamento della parcella dell’avvocato: cos’è?

L’avvocato, in assenza di un accordo scritto con il cliente, non può chiedere, al termine del mandato, l’importo che più gli conviene: egli è tenuto, infatti, a misurare l’onorario in base ad alcuni criteri stabiliti dalla legge [4]. Questi parametri tengono conto di numerosi aspetti, come ad esempio la complessità dell’incarico, il numero delle parti difese, il tipo di udienze svolte, ecc.

Orbene, una volta calcolato l’importo della parcella attraverso il ricorso ai parametri forensi, l’avvocato deve sottoporre l’onorario così ottenuto all’approvazione dal proprio consiglio dell’ordine: si tratta della cosiddetta procedura di opinamento.

In pratica, dunque, se non c’è un accordo scritto tra avvocato e cliente, il compenso richiesto deve essere:

  • calcolato in base ai parametri forniti dalla legge;
  • ottenere l’approvazione del consiglio dell’ordine degli avvocati del proprio foro, che è chiamato a stabilire la congruità della parcella in base all’attività concretamente svolta e ai parametri forensi.

La procedura di opinamento (che, si badi, ha un costo non inferiore ai duecento euro circa), in assenza di accordo sull’onorario sottoscritto dal cliente, può essere evitata solamente se l’avvocato chiede una parcella in linea con i parametri minimi previsti dalla legge: in altre parole, se l’avvocato chiede al giudice l’emissione di un decreto ingiuntivo per l’importo più basso previsto dalla legge, non occorrerà il parere di congruità del consiglio dell’ordine.

Il ricorso con rito sommario per il pagamento dell’onorario

In alternativa al decreto ingiuntivo, l’avvocato può farsi pagare ricorrendo a una procedura un po’ diversa rispetto a quella appena descritta: si tratta del ricorso al rito sommario di cognizione. Di cosa si tratta?

In estrema sintesi, l’avvocato che vuole farsi pagare può fare ricorso al giudice chiedendo che gli venga riconosciuta la parcella giusta per la propria attività. Si tratta di un giudizio in piena regola, contraddistinto dalla particolare brevità della trattazione: in altre parole, la causa che prende l’avvio verrà definita celermente dal giudice, probabilmente subito dopo la prima udienza di comparizione delle parti.

Si tratta, appunto, di un rito sommario di cognizione, proprio perché più breve e di pronta decisione, visto che è molto probabile che il giudice decida direttamente sulla scorta della documentazione prodotta dall’avvocato.

Quando ricorrere al rito sommario?

Quand’è che all’avvocato conviene ricorrere al rito sommario anziché al ricorso per decreto ingiuntivo? La risposta è semplice: se il legale può vantare un accordo di onorario scritto, allora potrà tranquillamente agire con decreto ingiuntivo, dovendo semplicemente allegare al ricorso la predetta scrittura privata.

Al contrario, in assenza di preventivo scritto, l’avvocato potrebbe preferire il giudizio con rito sommario, il quale gli eviterebbe di fare ricorso alla procedura di opinamento della parcella (procedura che è a pagamento, si badi).

Inoltre, il vantaggio del rito sommario è che esso dovrebbe concludersi in un’unica udienza: contro il ricorso per decreto ingiuntivo, invece, la controparte può sempre presentare opposizione, vanificando così la celerità propria di tale strumento.

Cliente che non vuole pagare l’avvocato: cosa deve fare?

Se il cliente dell’avvocato insiste nel non voler pagare l’onorario perché, ad esempio, in mancanza di accordo scritto l’avvocato chiede più di quanto pattuito a voce, allora può sempre far sentire le proprie ragioni al giudice.

In particolare, a seconda del rimedio esperito dall’avvocato, il cliente può:

  • fare opposizione al decreto ingiuntivo, entro quaranta giorni dalla notifica di quest’ultimo. L’opposizione, che di regola andrebbe fatta con atto di citazione, nel caso specifico di recupero del credito dell’avvocato va proposto con ricorso, dal quale nasce un giudizio sommario di cognizione che verrà deciso dal giudice con ordinanza non impugnabile;
  • costituirsi in giudizio, nel caso di rito sommario, difendendo le proprie ragioni e sollevando le eccezioni che ritiene più opportune, ad esempio contestando l’entità dell’onorario oppure perfino la fondatezza del credito stesso, adducendo che l’avvocato non ha compiuto alcuna attività oppure che gli ha addirittura arrecato un danno.

note

[1] L. n. 247/2012 e L. n. 124/2017.

[2] Art. 14 del d. lgs. n. 150/2011.

[3] Artt. 633 ss. cod. proc. civ.

[4] D.M. n. 55/2014.

Autore immagine: 123rf.com


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