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Accertamenti e controlli fiscali

3 Novembre 2019
Accertamenti e controlli fiscali

Come agisce l’Agenzia delle Entrate per scoprire l’evasione fiscale: dal redditometro ai controlli su conti e dichiarazioni dei redditi, per finire ai controlli incrociati. 

Parlare di accertamenti e controlli fiscali implica il doversi confrontare con temi ritenuti spesso complessi e destinati solo ai tecnici. In realtà, con un margine di semplificazione, è possibile per chiunque comprendere come funziona la macchina del fisco e come quest’ultimo – per il tramite dei suoi quattro organi principali (Agenzia delle Entrate, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane, Inps) – esegue le verifiche sui contribuenti.

Di tanto parleremo in questa breve guida. Non abbiamo l’ambizione né l’intento di scrivere un trattato tributario, ma vogliamo solo far capire a tutti – e in particolar modo alle persone che non hanno studiato legge – come funzionano gli accertamenti e controlli fiscali. 

Per comprendere come il nostro Stato ha approntato la cura, dobbiamo partire dalla malattia: l’evasione fiscale. Ma procediamo con ordine.

Cos’è l’evasione fiscale?

Nell’immaginario collettivo, l’evasione fiscale è sempre associata a condotte fraudolente o comunque dolose (ossia in malafede) volte a nascondere grandi patrimoni all’erario. Questo, però, non corrisponde alla definizione che la legge dà di evasione fiscale. L’evasione fiscale è qualsiasi condotta che determina un risparmio di imposta a favore del contribuente. Quindi, si può trattare dell’omissione di uno scontrino o di una fattura così come dell’omessa indicazione, in dichiarazione dei redditi, di un pagamento ricevuto; di una detrazione a cui non si ha diritto o dell’impiego di artifici contabili per far apparire dei costi in realtà non sostenuti. Non dimentichiamo coloro che affittano immobili “in nero”, senza cioè contratto d’affitto o coloro che ricevono donazioni da parenti e amici e non le indicano nel 730.

L’evasione, quindi, prescinde sia dalla volontà che dall’importo sottratto allo Stato. Chi non registra una vendita di 1 euro è un evasore al pari di chi non paga le tasse su 1 milione di euro. L’unica differenza è sul piano sanzionatorio e delle conseguenze: nel primo caso, rientriamo nell’ambito del semplice illecito amministrativo, mentre nel secondo si sconfina nel penale. 

Purtroppo, il nostro Paese non ha una radicata cultura fiscale; si tende così spesso a giustificare la piccola evasione. E su questo si fa molto spesso confusione. Una cosa è, infatti, l’evasione di importi irrisori – che comunque è determinata dalla volontà di sottrarre al fisco somme di denaro – e un’altra è la cosiddetta “evasione per necessità”, quella cioè imposta dalle esigenze (si pensi a un imprenditore che, non potendo pagare le tasse con i pochi incassi, preferisce corrispondere gli stipendi ai propri dipendenti e così mandare avanti l’attività). Solo con riferimento a quest’ultima, la giurisprudenza ha più volte escluso i presupposti del reato alla dimostrazione dell’impossibilità oggettiva a pagare le tasse. La “depenalizzazione” di fatto dell’evasione per necessità non esclude, però, le conseguenze di natura patrimoniale: cartelle e pignoramenti scattano quindi anche nei confronti di chi non ha avuto sufficienti ricavi. Tant’è vero che lo stesso agente per la riscossione esattoriale può chiedere il fallimento dell’imprenditore. Ed è anche per questo che la legge stessa consente, al piccolo contribuente incolpevole, di ottenere un taglio netto delle tasse da pagare ricorrendo alla procedura del sovraindebitamento: con l’ausilio di un Organismo di composizione della crisi, sia l’imprenditore che il privato possono ricorrere al tribunale (con procedure e presupposti diversi) per farsi cancellare una parte del debito con l’erario o con gli enti locali. 

Quali sono le ragioni dell’evasione?

L’Italia è il Paese dell’Europa con il maggior tasso di evasione nelle vendite (Iva), eppure non è quello con la pressione fiscale più alta. Questo confronto dovrebbe far riflettere: quali sono le ragioni dell’evasione? C’è, innanzitutto, un’economia lenta e stagnante, che porta i contribuenti a tentare di conservare i risparmi nell’incertezza del futuro. Ma si evade anche perché si sa che le possibilità di essere scoperti sono spesso ridotte. Insomma, si accetta il rischio come in una lotteria, ben sapendo che «del doman non c’è certezza». 

C’è poi la convinzione diffusa che sia giusto non versare le tasse poiché lo Stato sperpera i soldi o li distribuisce alle lobby (ivi compresi i politici). Non in ultimo, si percepisce la disuguaglianza della pressione fiscale per le diverse attività produttive: ed ecco che i lavoratori dipendenti, laddove possono, tentano di evadere nella convinzione che gli autonomi lo facciano da sempre e impunemente. 

Come funziona il nostro sistema fiscale?

Il sistema tributario italiano si regge sul principio espresso nell’art. 53 della Costituzione, il quale indica come dovere di ogni cittadino quello di partecipare al sostenimento delle spese dello Stato, in base alla propria capacità contributiva e secondo un presupposto di progressività.

Questi due principi si attuano in due modi:

  • più guadagni, più paghi le tasse;
  • più guadagni più aumenta l’aliquota (la percentuale) della tassazione da applicare al tuo reddito (ad esempio, chi guadagna fino a 65mila euro paga l’Irpef al 15%, ma chi guadagna di più paga con percentuali maggiori, fino ad arrivare a oltre il 40% di tasse). 

Questo sistema fa sì che la percentuale del prelievo aumenti in modo più che proporzionale (ossia progressivo) con il reddito. In percentuale, quindi, pagano più tasse i ricchi che i poveri. 

Ogni anno, con la dichiarazione, il contribuente auto-dichiara alla Stato il proprio reddito. Solo i lavoratori dipendenti pagano le tasse attraverso il sostituto di imposta, ossia il datore di lavoro. Ma anche quest’ultimo trae vantaggio dall’indicare all’erario il pagamento di uno stipendio inferiore, versando così contributi più bassi.

Questo sistema rimette, in definitiva, agli stessi contribuenti il controllo (totale o parziale) delle tasse da corrispondere allo Stato. Ed ecco perché il fisco deve approntare dei sistemi di accertamenti e controlli. 

I controlli fiscali

Possiamo distinguere l’amministrazione finanziaria in due macro aree: la prima è quella che effettua controlli e accertamenti; la seconda è quella deputata alla riscossione. Nel primo gruppo troviamo l’Agenzia delle Entrate, l’Agenzia delle Dogane e la Guardia di Finanza; nel secondo gruppo, invece, c’è l’Agenzia Entrate Riscossione (ex Equitalia). 

Esistono anche altri organi ed enti deputati al controllo e riscossione delle imposte: l’Inps, il Comune, la Regione, le società private di riscossione esattoriale dei crediti degli enti locali. 

Il controllo fiscale, di solito, segue iter diversi a seconda del tipo di imposta evasa. A tal fine, esistono le:

  • imposte dirette: quelle cioè sui redditi, che pagano tutti i contribuenti che percepiscono uno stipendio, un compenso, un pagamento o qualsiasi altra forma di ricchezza. Ad esempio Irpef, Ires, Irap;
  • imposte indirette: quelle che colpiscono i consumi, ossia solo quando il contribuente pone determinate azioni. Ad esempio: Iva, Imposta di registro e di bollo, canone Rai, bollo auto, ecc.

I controlli fiscali avvengono con una serie di strumenti – ormai tutti di natura informatica – di cui dispone l’amministrazione finanziaria. Ecco i principali.

Redditometro

Il redditometro accerta i consumi del contribuente e le spese da questi sostenute confrontandoli poi con il reddito dichiarato. Se i primi dovessero essere superiori di oltre il 20% al secondo, il contribuente viene chiamato a dare spiegazioni della provenienza del denaro in più che gli ha consentito un tenore di vita superiore rispetto alle proprie possibilità. Egli dovrà fornire prove documentali, munite di data certa, dimostrando che i redditi che gli hanno consentito le maggiori spese sono imputabili, ad esempio, a donazioni, vincite, eredità, prestiti, disinvestimenti (ossia vendite di beni usati), ossia a redditi esenti o già tassati alla fonte.

Risparmiometro

È un nuovo strumento che consente di verificare se il denaro risparmiato sul conto è eccessivo rispetto al reddito dichiarato, tenuto conto delle normali spese che un contribuente deve sostenere per mantenere sé e la propria famiglia. Con la conseguenza che se un contribuente non dovesse mai prelevare dal conto, potrebbe dimostrare di possedere altri redditi in contanti non dichiarati.

Controlli incrociati

Con la nuova super anagrafe tributaria, il fisco è in grado di eseguire dei confronti tra le dichiarazioni dei contribuenti e così accertare se vi sono evasioni. Si pensi a un medico che non registri la fattura emessa ad un paziente, scoperto perché quest’ultimo ha portato in detrazione la relativa spesa.

Le applicazioni dei controlli incrociati sono numerose. La principale di queste viene usata per stanare il fenomeno delle fatture false, fatture cioè emesse solo per ottenere sgravi, deduzioni e detrazioni fiscali, ma non corrispondenti a operazioni reali.  Ogni contribuente comunica tutte le fatture che ha emesso nei confronti di un soggetto e quest’ultimo, a sua volta, comunica all’Agenzia i dati delle fatture da lui ricevute. A questo punto, il cervellone dell’anagrafe tributaria va a incrociare, con un semplice click e una procedura automatizzata, tutti i dati dei soggetti che hanno l’obbligo di comunicazione (cosiddetto spesometro). Si fanno i controlli e si confrontano le fatture emesse e quelle ricevute. Il sistema crea così le cosiddette discordanze. Nel caso in cui ci siano discordanze rilevanti, scattano i controlli fiscali.

Maggiori dettagli nella guida sui controlli incrociati.

Controlli sui conti correnti

L’archivio dei rapporti finanziari, meglio noto come Anagrafe dei conti correnti, consente all’Agenzia delle Entrate di verificare tutte le movimentazioni bancarie dei clienti di banche e poste. I prelievi sono oggetto di controllo solo per gli imprenditori; questi ultimi, se prelevano più di mille euro al giorno o più di 5mila al mese, devono dimostrare l’utilizzo del denaro. Invece, tutti gli altri contribuenti, compresi i professionisti e i titolari di Partita Iva (ma anche i dipendenti, i pensionati e i disoccupati) non possono subire controlli sul denaro prelevato dal c/c. Viceversa, i versamenti e i bonifici ricevuti sono sempre oggetto di controllo e verifica a prescindere dal tipo di attività svolta dal contribuente. Quest’ultimo, quindi, se dovesse emergere sul suo conto un accredito di cui non v’è traccia in dichiarazione dei redditi, è tenuto a giustificarne la provenienza con documenti aventi data certa. In caso contrario, subirà il controllo fiscale.

Isa (indici sintetici di affidabilità)

Sono le nuove pagelle fiscali per professionisti e attività imprenditoriali. Hanno sostituito gli studi di settore. Nel dettaglio, gli indici sono indicatori che, misurando attraverso un metodo statistico-economico, dati e informazioni relative a più periodi d’imposta, forniscono una sintesi di valori tramite la quale sarà possibile verificare la normalità e la coerenza della gestione professionale o aziendale dei contribuenti. Il riscontro trasparente della correttezza dei comportamenti fiscali consentirà di individuare i contribuenti che, risultando “affidabili”, avranno accesso a significativi benefici premiali.

Controlli automatici sulle dichiarazioni dei redditi

Si tratta di verifiche effettuate sulla regolarità formale e sostanziale della dichiarazione dei redditi presentata dal contribuente (si pensi a chi porta in detrazione il coniuge quando invece quest’ultimo dichiara un reddito superiore alla soglia). Sulla base dei dati e degli elementi direttamente desumibili dalla dichiarazione presentata e di quelli risultanti dall’Anagrafe tributaria, l’Agenzia delle Entrate procede, attraverso procedure automatizzate (quindi senza che al contribuente vengano richiesti documenti giustificativi), a una riliquidazione della dichiarazione che potrebbe far emergere un maggior debito per imposte, contributi, premi e/o eventuali differenze a credito cui consegue la possibilità di rimborso. Il controllo ha ad oggetto correzione di errori materiali e di calcolo, detrazioni, deduzioni, crediti di imposta, tempestività dei versamenti. Il controllo deve essere normalmente eseguito entro l’inizio del periodo di presentazione delle dichiarazioni relative all’anno successivo. Ciò significa, per le persone fisiche e per le società di persone, entro il 2 maggio del secondo anno successivo a quello cui la dichiarazione si riferisce.

Controllo formale

Sulla base di specifici criteri fissati dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, le dichiarazioni presentate (esclusa quella Iva) possono subire un ulteriore controllo per verificare la conformità dei dati indicati dalla documentazione conservata dal contribuente e a quelli desunti dal contenuto delle dichiarazioni dei sostituti d’imposta e forniti da enti previdenziali e assistenziali, banche e imprese assicuratrici. A tale scopo, il contribuente può essere invitato a fornire chiarimenti o a esibire documenti. Regole particolari sono stabilite per le dichiarazioni mod. 730 presentate tramite CAF e professionisti abilitati.

Il controllo deve essere eseguito entro il 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione.

Il termine indicato, tuttavia, non è rilevante per il contribuente. Per quest’ultimo, infatti, l’unico termine che deve essere rispettato (ai fini di un’eventuale contestazione circa la decadenza dell’ufficio dal potere di richiedere le maggiori somme dovute) è quello di notifica della conseguente cartella di pagamento (e cioè il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione).


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