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Naspi e lavoro a tempo determinato

3 Novembre 2019
Naspi e lavoro a tempo determinato

Con contratto a termine si perde l’assegno di disoccupazione? Indennità Naspi: limiti di reddito per mantenere il beneficio Inps. 

Stai percependo l’assegno di disoccupazione dall’Inps ma, di recente, un’azienda ti ha offerto un posto di lavoro a tempo determinato. Si tratterebbe di un’esperienza interessante che arricchirebbe il tuo curriculum: ti dispiace rinunciare all’occasione (anche nella speranza di un eventuale rinnovo del contratto), ma nello stesso tempo non vuoi perdere la Naspi. Come stanno le cose? C’è un modo per conservare Naspi e lavoro a tempo determinato? L’una è incompatibile con l’altro?

La normativa, in materia, è molto chiara, ma a fornire ulteriori dettagli è stata una recente sentenza della Cassazione [1]. I giudici supremi sono stati chiamati a spiegare se si può percepire, nello stesso momento, sia l’assegno di disoccupazione che lo stipendio per lavoro a tempo determinato. Ecco qual è la soluzione corretta al quesito. 

Se lavoro perdo la Naspi?

Contrariamente a quanto succedeva un tempo, la Naspi non si perde più per il solo fatto di svolgere un nuovo lavoro (ragion per cui, in passato, si era portati ad accettare rapporti in nero sino alla scadenza dell’assegno di disoccupazione). 

Solo se il reddito della nuova attività supera la soglia prestabilita dalla legge (che a breve indicheremo) si decade dalla Naspi. In caso contrario, invece, l’ex disoccupato che ha trovato un nuovo posto o decide di svolgere attività autonoma non deve rinunciare all’assegno dell’Inps.

Qual è il limite di reddito oltre il quale si perde la Naspi?

La Naspi si riduce, viene sospesa o si perde del tutto in presenza di redditi di lavoro autonomo o dipendente superiori a determinate soglie. Ecco quali sono.

Naspi e rapporto di lavoro autonomo

Il lavoratore che avvia un’attività di lavoro autonomo ha diritto a percepire la Naspi, anche se in misura ridotta, purché:

  • il reddito annuale derivante da tale attività non superi un reddito pari a 4.800 euro (che corrisponde cioè a un’imposta lorda pari o inferiore alle detrazioni spettanti);
  • comunichi all’Inps entro un mese dall’inizio dell’attività (o entro un mese dalla domanda di Naspi se l’attività era preesistente) il reddito annuo previsto.

La Naspi viene ridotta di un importo pari all’80% del reddito previsto, rapportato al periodo di tempo intercorrente tra la data di inizio dell’attività e la data in cui termina il periodo di godimento dell’indennità o, se antecedente, la fine dell’anno. La riduzione è ricalcolata d’ufficio al momento della presentazione della dichiarazione dei redditi.

Se la percezione dell’indennità Naspi coinvolge più anni solari, per consentire il calcolo della riduzione dell’80% in funzione del reddito previsto, all’inizio di ogni nuovo anno di percezione successivo al primo, il beneficiario della Naspi fornisce una nuova comunicazione del reddito presunto tramite modello Naspi-Com (entro il 31 gennaio). La mancata comunicazione del reddito per gli anni di prestazione successivi al primo non determina tuttavia la decadenza dalla prestazione, ma la sua sospensione fino all’acquisizione della nuova comunicazione.

Il lavoratore esentato dall’obbligo di presentazione della dichiarazione dei redditi deve presentare all’Inps un’autodichiarazione concernente il reddito ricavato dall’attività lavorativa autonoma, entro il 31 marzo dell’anno successivo.

Naspi e contratto di collaborazione esterna

In caso di svolgimento di attività di collaborazione coordinata e continuativa, si applicano i limiti previsti per il lavoro subordinato (vedi paragrafo successivo).

Naspi e contratto di lavoro dipendente

Nel caso di reddito annuale superiore a 8.145 euro (ossia il reddito minimo escluso da imposizione fiscale):

  • se di durata superiore a 6 mesi, si ha la decadenza dalla Naspi;
  • se di durata fino a sei mesi (anche se si tratta di lavoro a termine intrapreso in uno stato estero): si ha la sospensione d’ufficio della Naspi per la durata del rapporto di lavoro.

Nel caso di reddito annuale inferiore a 8.145 euro (ossia il reddito minimo escluso da imposizione fiscale) si mantiene la Naspi nonostante il secondo rapporto di lavoro. Tuttavia, è necessario che:

  • il lavoratore comunichi all’Inps entro 30 giorni dall’inizio dell’attività il reddito annuo previsto;
  • il datore di lavoro deve essere diverso da quello con cui è cessato il rapporto di lavoro che ha determinato il diritto alla Naspi o non abbia con questi alcun rapporto di collegamento o di controllo.

Nel caso di più rapporti part-time, di cui uno cessa per licenziamento, dimissioni per giusta causa o risoluzione consensuale in sede protetta (procedura di conciliazione), il cui reddito corrisponde a 8.145 euro si ha la riduzione della Naspi di un importo pari all’80% del reddito previsto, sempre che il lavoratore comunichi all’Inps, entro 30 giorni dalla domanda di prestazione, il reddito annuo previsto.

Naspi e contratto di lavoro a termine

Nel caso di lavoratore titolare di Naspi che si rioccupa con contratti di lavoro a tempo determinato che si susseguono l’uno dopo l’altro con lo stesso o diverso datore di lavoro, la sospensione della Naspi non può superare il limite di 6 mesi. In presenza di rioccupazione con rapporti di lavoro che si susseguono nel tempo per periodi singolarmente non superiori a 6 mesi, ma la cui somma superi detto limite, si verifica la decadenza dalla Naspi.

Il calcolo del reddito

La Cassazione ha precisato che la soglia di reddito annuale che determina la conservazione dello stato di disoccupazione è costituita dal reddito minimo personale escluso da imposizione e consente sempre il mantenimento della condizione di disoccupazione, a prescindere dalla tipologia contrattuale dalla quale tale reddito sia conseguito. Solo in caso di superamento di detta soglia, può ritenersi venuta meno la necessità di sostegno pubblico del reddito in favore del lavoratore (e dei suoi familiari).

Peraltro, «il superamento della soglia di reddito annuale non dà luogo a perdita dello stato di disoccupazione, ma solo a una sospensione, qualora il rapporto sia a tempo determinato della durata fino a otto mesi (o a quattro mesi per i giovani)» e ciò significa che «in tal caso la situazione di disoccupazione potrà essere nuovamente fatta valere dopo la scadenza del termine contrattuale».


Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 17 settembre – 28 ottobre 2019, n. 27506

Presidente Manna – Relatore Ghinoy

Fatti di causa

1. La Corte d’Appello di Catanzaro, in riforma della decisione resa dal Tribunale di Crotone, accoglieva l’opposizione proposta da Pa. Gr. avverso il decreto ingiuntivo con il quale l’INPS aveva agito per il recupero della somma che l’istituto asseriva indebitamente percepita dal Gr. a titolo di indennità di disoccupazione per il periodo dal luglio al dicembre del 2005, revocando il predetto decreto ingiuntivo.

2. La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto non ostativa alla percezione della suddetta indennità la circostanza che il Gr. nel periodo di riferimento avesse prestato attività lavorativa a tempo determinato per un periodo di dieci settimane, avendo egli percepito una retribuzione inferiore alla soglia prevista dall’ art. 4 primo comma, lett. a) del D.Lgs. n. 181/2000 (nel testo modificato dall’art. 5, D.Lgs. n. 297/2002, operante ratione temporis).

3. Per la cassazione di tale decisione ricorre l’INPS, affidando l’impugnazione ad un unico motivo, in relazione al quale l’intimato non ha svolto alcuna attività difensiva.

4. La VI Sezione di questa Corte, valutata la novità della questione posta ed il suo rilievo nomofilattico, ha rimesso la causa a questa IV Sezione per la trattazione in pubblica udienza.

5. L’Inps ha depositato anche memoria ex art. 378 c.p.c.

Ragioni della decisione

6. L’ istituto ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 4, lett. a) e d) e 5, primo comma, D.Lgs. n. 181/2000 e successive modificazioni, con riferimento agli artt. 45 e 77 del r.d.l. n. 1827/1935, conv. in L. n. 1155/1936 e 52 lett. b), 54, primo comma , lett. a) e secondo comma e art. 55, lett. b) del r.d. n. 2270/1924. Sostiene la non conformità a diritto della pronunzia resa dalla Corte territoriale per risultare nella specie applicabile non la norma contenuta nella lett. a) dell’art. 4 D.Lgs. n. 181/2000, bensì la successiva lett. d) del medesimo articolo nella versione vigente ratione temporis (luglio/agosto 2005), secondo cui in caso di accettazione di un’offerta di lavoro a tempo determinato o di lavoro temporaneo inferiore a otto mesi, ovvero di quattro mesi se si tratta di giovani, si ha sospensione dello stato di disoccupazione, con conseguente venir meno dei diritto alla relativa indennità. L’interpretazione del giudice di merito striderebbe anche con l’art. 45 III comma del R.D.L. n. 1827 del 1935, in quanto durante lo svolgimento di attività di lavoro subordinato difetta la condizione di “mancanza di lavoro” e viene meno la funzione della provvidenza in questione. Aggiunge che il D.Lgs. n. 181 del 2000 non avrebbe modificato nel senso individuato dalla Corte territoriale il regime dell’assicurazione contro la disoccupazione, ancora disciplinato per l’aspetto che qui viene in rilievo dall’art. 55 lettera b) del R.D. n. 2270 del 1924.

7. La questione oggetto di causa attiene all’interpretazione dell’art. dell’art. 4 del D.Lgs. n. 181/2000 , nel testo come sostituito dall’art. 5, D.Lgs. 19 dicembre 2002, n. 297, ed in particolare del rapporto sussistente tra la lettera a) e la lettera d), e dunque la sussistenza o meno del diritto all’indennità ordinaria di disoccupazione anche nel periodo di svolgimento di attività lavorativa a tempo determinato nel quale l’assicurato abbia conseguito un reddito annuale inferiore alla soglia per mantenere lo stato di disoccupazione.

8. La normativa del D.Lgs. n. 181 del 2000 e successive modificazioni non ha ridisegnato l’intera disciplina dei trattamenti previdenziali per il caso di disoccupazione, espressamente fatta salva dall’art. 5 comma 1, ma, in attuazione della delega conferita con l’art. 45 comma 1 lettera a) della L. n. 17/05/1999, n. 144, che aveva ad oggetto anche la riforma degli incentivi all’occupazione e degli ammortizzatori sociali, ha individuato quando sussista lo stato di disoccupazione, rilevante anche al fine del loro intervento, in tal senso ridisegnandone i caratteri. Soccorre in tal senso anche la premessa del suddetto D.Lgs. che fa riferimento a detta delega, esplicitando “che, al fine di realizzare il riordino del sistema degli incentivi all’occupazione e degli ammortizzatori sociali, prescrive di procedere alla revisione dei criteri per l’accertamento dei requisiti individuali di appartenenza dei soggetti alle diverse categorie, allo scopo di renderli più adeguati alla valutazione ed al controllo dell’effettiva situazione di disagio”.

9. L’art. 4, rubricato “perdita dello stato di disoccupazione, al comma 1 prevede quanto segue: “Le Regioni stabiliscono i criteri per l’adozione da parte dei servizi competenti di procedure uniformi in materia di accertamento dello stato di disoccupazione sulla base dei seguenti principi:

a) conservazione dello stato di disoccupazione a seguito di svolgimento di attività lavorativa tale da assicurare un reddito annuale non superiore al reddito minimo personale escluso da imposizione. Tale soglia di reddito non si applica ai soggetti di cui all’articolo 8, commi 2 e 3, del decreto legislativo 1. dicembre 1997, n. 468;

b) perdita dello stato di disoccupazione in caso di mancata presentazione senza giustificato motivo alla convocazione del servizio competente nell’ambito delle misure di prevenzione di cui all’articolo 3;

c) perdita dello stato di disoccupazione in caso di rifiuto senza giustificato motivo di una congrua offerta di lavoro a tempo pieno ed indeterminato o determinato o di lavoro temporaneo ai sensi della legge 24 giugno 1997, n. 196, con durata del contratto a termine o, rispettivamente, della missione, in entrambi i casi superiore almeno a otto mesi, ovvero a quattro mesi se si tratta di giovani, nell’ambito dei bacini, distanza dal domicilio e tempi di trasporto con mezzi pubblici, stabiliti dalle Regioni;

d) sospensione dello stato di disoccupazione in caso di accettazione di un’offerta di lavoro a tempo determinato o di lavoro temporaneo di durata inferiore a otto mesi, ovvero di quattro mesi se si tratta di giovani”

10. L’opzione interpretativa adottata dal giudice di merito è corretta e dev’essere confermata.

11. La norma ha infatti individuato alla lettera a) del comma 1 la soglia di reddito annuale che determina la conservazione dello stato di disoccupazione. Essa è costituita dal reddito minimo personale escluso da imposizione, e consente sempre il mantenimento della condizione di disoccupazione, a prescindere dalla tipologia contrattuale dalla quale tale reddito annuale sia conseguito, a tempo determinato o determinato. Solo in caso di superamento di detta soglia può ritenersi venuta meno la necessità di sostegno pubblico del reddito in favore del lavoratore (e dei suoi famigliari).

12. Ai sensi poi della successiva lettera d), il superamento della soglia di reddito annuale come individuata alla lettera a) non dà luogo a perdita dello stato di disoccupazione, ma solo a sospensione dello stesso, qualora il rapporto sia a tempo determinato della durata fino a otto mesi o a quattro mesi per i giovani. Ciò significa che in tal caso la situazione di disoccupazione potrà essere nuovamente fatta valere dopo la scadenza del termine contrattuale.

13. Diversamente, se il rapporto di lavoro a tempo determinato non abbia determinato il superamento della soglia annuale di reddito prevista dalla lettera a), la condizione di disoccupazione secondo la previsione di carattere generale viene conservata.

14. L’interpretazione qui avallata si rende necessaria al fine di non creare un’ingiustificata disparità di trattamento tra lavoro a tempo determinato e indeterminato, in quanto nella prospettazione dell’Inps, disattesa dal giudice di merito, nel caso di lavoro a tempo determinato che in un anno abbia consentito la percezione di un reddito inferiore alla soglia imponibile si avrebbe, al contrario di quanto avviene in caso di lavoro a tempo indeterminato, la sospensione integrale del trattamento di sostegno. La soluzione normativa è in tal modo idonea a valorizzare la precarietà del rapporto di lavoro a tempo determinato, che non consente per definizione una previsione di continuità dell’occupazione al di là della sua durata.

15. Segue coerente il rigetto del ricorso.

16. Non vi è luogo a pronuncia sulle spese, in assenza di attività difensiva della parte intimata.

17. L’esito del giudizio determina la sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dall’art. 13, comma 1 quater, del D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese.

Ai sensi dell’art. 13, co. 1 quater, del D.Lgs. n. 115 del 2002 dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.


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