Diritto e Fisco | Editoriale

L’ipocrisia dell’università italiana

18 dicembre 2011 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 18 dicembre 2011



Il sistema universitario non si aggiorna e considera “pubblicazioni scientifiche”, ai fini concorsuali, solo quelle su carta stampata e non anche quelle digitali, con inevitabile pregiudizio per chi scrive on line.

Un sistema che non si rinnova è un sistema pieno di contraddizioni e, peraltro, spesso ipocrita.

Tra i dinosauri più resistenti all’estinzione c’è quello dell’università italiana, con la sua ricerca sottopagata e i metodi “chiusi” di accesso alla carriera.

L’esempio più calzante è in tema di bandi per accedere alle qualifiche di ricercatore, di associato o di ordinario. Nell’elenco dei requisiti richiesti vi sono le cosiddette “pubblicazioni”, un termine orribile se contestualizzato alla nostra realtà digitale.

Ad essere richiesta, ovviamente, è solo la pubblicazione cartacea (attraverso libri-monografie o articoli su riviste specializzate). Nei bandi di concorso universitari, infatti, si trova spesso questa clausola:

Gli aspiranti che siano in possesso di eventuali titoli didattici e scientifici dovranno inoltre allegare alla domanda: elenco in duplice copia dei documenti e delle pubblicazioni.

Viene così richiamata una legge che risale addirittura al 1939 [1].

La giurisprudenza, dal canto suo, è rigida nell’interpretare in modo formale questo requisito: secondo i magistrati, contano solo le pubblicazioni su carta. Viene esclusa qualsiasi altra forma di contributo alla scienza effettuato con metodi alternativi [2]. La questione che, quindi, rimane irrisolta, o meglio completamente ignorata, è quella relativa agli elaborati diffusi a mezzo di Internet.

A rincarare la dose, peraltro, ci ha pensato una sentenza del Consiglio di Stato [3]. Essa ha stabilito che, ai fini concorsuali, per “pubblicazione scientifica” deve intendersi non già una qualsiasi stampa, ma l’opera pubblicata da un editore, il quale, come è noto, non solo cura la riproduzione dell’opera, ma anche la sua diffusione tra il pubblico.

Dunque, il requisito della “pubblicazione”, utile per la carriera universitaria, deve necessariamente rispondere a due caratteristiche:

– si deve trattare di carta stampata, nel senso più classico del termine;

– la stampa deve essere curata da un editore, con un contratto di edizione, che quantomeno garantisca un codice ISBN (il codice apposto su ogni libro che lo rende, a tutti gli effetti, una pubblicazione presente nel catalogo nazionale).

Chi predispone i bandi, però, forse non sa che oggi la carta è solo un mezzo residuale di diffusione del pensiero. Ad essa viene spesso preferito (almeno in prima battuta) il web.

La facilità di accesso alla rete, la democraticità di tale accesso e la diffusione a livello planetario di ogni scritto ne ha fatto la forma principe di pubblicazione del nuovo millennio. Ignorare questo dato nasconde cecità da parte dell’ordinamento o, nella peggiore delle ipotesi, un sistema volutamente strutturato per rimanere chiuso.

Vediamo perché.

Chi ha già avuto la necessità di pubblicare uno scritto sa che il sistema della diffusione con la classica carta stampata è falsato da una condizione ad essa necessaria: il finanziamento.

Se non si ha alle spalle un finanziatore – così come è naturale che avvenga nel 90% dei casi, quando si tratta di autori sconosciuti, spesso in fase di formazione e quindi inappetibili al mercato dell’editoria – per ottenere una pubblicazione è anche necessario pagare l’editore.

Umberto Eco li chiamava (nel suo “Il Pendolo di Foucault”) A.P.S., Autori a proprie spese: autori, cioè, che remunerano l’editore affinché questi pubblichi il loro elaborato. Un vero e proprio contratto a pagamento (un libro dietro corresponsione di denaro), dove la qualità dello scritto non viene per niente presa in considerazione e, soprattutto, non è soggetta ad alcun controllo preventivo.

Ottenere un contratto di edizione e una pubblicazione munita di codice ISBN è molto facile, ma può arrivare a costare anche 3000 euro per poche copie. Un accesso alla “cultura” che, prescindendo dagli effettivi meriti dell’autore, premia solo chi se lo può permettere o ha finanziamenti esterni (per es., chi è già dentro l’università e può accedere a un fondo universitario).

Spesso poi gli elaborati non hanno grande pregio di ricerca, ma piuttosto sono il frutto di lavori compilativi, pubblicati solo per necessità dell’autore e non della scienza.

Solo In Italia ogni giorno escono ben 159 libri e il 60% non vende neanche una copia. Molto spesso, i libri stampati con un contributo dell’autore non arrivano neanche in libreria, poiché privi di un’adeguata rete di distribuzione.

A sostegno della carta, si dice che l’editore tradizionale offre, a differenza di Internet, la garanzia di una verifica sull’attendibilità e sulla qualità dell’elaborato pubblicato. In verità, questo è un dato solo presunto e teorico (salvo rare ipotesi di case editrici particolarmente serie). L’editoria è un’industria privata e, come tale, fa sempre i conti con i bilanci di fine anno.

Inconsistente è anche la presunzione che la pubblicazione con l’editore garantisca la diffusione dell’opera. Si tratta, invece, di una qualità solo potenziale, che difficilmente si realizza se l’opera non ha un mercato di consumo.

Non esiste alcun reale controllo di qualità che differenzia a monte l’editore classico da quello sul web. Escludere a priori la pubblicazione online, dai requisiti per i concorsi, significa distorcere la concorrenza in modo inaccettabile. Significa favorire chi ha già delle risorse economiche. Significa soprattutto ignorare che le opere trovano maggiore lettura proprio quando sono accessibili a tutti e da tutti consultabili, come avviene sul web.

Esistono, su Internet, giornali specializzati che hanno un alto valore scientifico. Su di essi, scrivono i migliori autori, vengono consultati costantemente dai professionisti e gli studenti vi fondano le loro tesi di laurea.

Le stesse riviste scientifiche stanno conoscendo una graduale fase di trasformazione: dal cartaceo, all’online (più economico e più facile da aggiornare).

Dall’altro lato, il mercato della carta stampata, non essendo più consultato, gioca un ruolo sempre più marginale, relegato a un mercato di nicchia.

Esso rischia di fare la parte del nobile, che si atteggia tale anche dopo l’eliminazione dei titoli nobiliari. Ma l’Italia, si sa, è sempre stato il Paese della carta.

Sono un collaboratore universitario di giurisprudenza. Nei primi dieci anni della mia carriera scrivevo testi sapendo perfettamente che nessuno li leggeva. Tale consapevolezza mi dava molta libertà. E soprattutto ciò che i quattro gatti che leggevano i miei testi pensavano a riguardo restava una loro opinione privata.

I dolcenti di giurisprudenza scrivono per le riviste di giurisprudenza. Le riviste di giurisprudenza non commentano in alcun modo gli articoli che pubblicano. Nessuno può pubblicamente far sapere agli altri quanto vale l’altrui scritto. Le riviste di nicchia sono fatte appositamente per questo: per non essere lette.

Ma internet è diverso, la blogsfera è diversa. Puoi vedere quanta gente legge ciò che scrivi; se dai l’autorizzazione puoi leggerne i commenti. Sei sottoposto al continuo esame del pubblico. E così il gioco della concorrenza e della meritocrazia non viene più falsato.

Così l’università, se davvero vuole risorgere su basi più meritocratiche e moderne, dovrebbe cominciare ad aprire gli occhi e non a stamparsi da sola la moneta.

note

[1] Legge n. 374 del 2 febbraio 1939. Essa richiede che tali stampati, prima della produzione all’università, siano stati consegnati alla prefettura e alla procura.

[2] È stata esclusa anche l’attività di relatore in convegni (cfr. TAR Reggio Calabria sent. n. 822 del 25.10.1994; Cons. St. sent. n. 205 del 20.04.91 e sent. n. 184 del 31.03.1987), per quanto spesso richieda capacità di sintesi, di esposizione e di comunicazione superiori a quelle di un mero articolato scritto.

[3] Cons. St. sent. n. 2364 del 22.04.2004.

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5 Commenti

  1. Tutto questo andava bene fino a pochi anni fa ma ora che abbiamo questo nuovo canale che si chiama web ma usiamolo! Quindi Università Italiane aprite le porte al W.W.W guardiamo avanti, ciao medioevo!

  2. La sensibilità al divenire storico è una virtù che gli stolti conquistano solo quando il nuovo è gia passato.

  3. Ma cosa si pretende da un sistema universitario in cui oltre metà dei rettori è isciritto alla Massoneria.

  4. Leggendo un libro di Lawrence Lessing, ho riflettuto su alcuni aspetti ulteriori e così ho aggiunto questo ulteriore pezzo all’articolo:

    Sono un collaboratore universitario di giurisprudenza. Nei primi dieci anni della mia carriera scrivevo testi sapendo perfettamente che nessuno li leggeva. Tale consapevolezza mi dava molta libertà. E soprattutto ciò che i quattro gatti che leggevano i miei testi pensavano a riguardo restava una loro opinione privata.
    I dolcenti di giurisprudenza scrivono per le riviste di giurisprudenza. Le riviste di giurisprudenza non commentano in alcun modo gli articoli che pubblicano. Nessuno può pubblicamente far sapere agli altri quanto vale l’altrui scritto. Le riviste di nicchia sono fatte appositamente per questo: per non essere lette.
    Ma internet è diverso, la blogsfera è diversa. Puoi vedere quanta gente legge ciò che scrivi; se dai l’autorizzazione puoi leggerne i commenti. Sei sottoposto al continuo esame del pubblico. E così il gioco della concorrenza e della meritocrazia non viene più falsato.

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