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Proposta di conciliazione e transazione del giudice: i chiarimenti del Trib. Milano

9 luglio 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 9 luglio 2013



In tutti i processi pendenti, anche in quelli per i quali si sia svolta la prima udienza, il giudice dovrà formulare la nuova proposta di transazione e conciliazione; questo perché la norma è immediatamente in vigore.

La nuova norma che prevede il potere/dovere del giudice di rivolgere alle parti una proposta conciliativa o transattiva, in prima udienza e non oltre la fase istruttoria, si applica anche ai processi pendenti. Questo perché il ritocco al codice di procedura civile [1], contenuto nel “Decreto del Fare”, non contiene disposizioni transitorie; pertanto la sua efficacia temporale è legata a quella del decreto legge, che entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione (nel caso di specie, il 21 giugno 2013, data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale).

A sottolineare l’immediata efficacia del nuovo art. 185-bis è una recentissima ordinanza del Tribunale di Milano [2]. Da oggi, dunque, in tutti i processi pendenti, anche quelli per i quali si sia già svolta la prima udienza di comparizione e trattazione, il giudice è tenuto a formulare la proposta conciliativa/transattiva. Infatti, posto che tale obbligo del magistrato può essere svolto non solo in prima udienza, ma anche nella fase dell’istruzione della causa – purché quest’ultima non si sia chiusa – la nuova proposta di conciliazione/transazione andrà formulata in tutte le cause non ancora giunte all’udienza di precisazione delle conclusioni.

Tutti i procedimenti in corso, pertanto, dovranno essere “sanati” alla luce della riforma. I giudici saranno costretti, ora, a formulare centinaia di proposte, nel più breve tempo possibile, prima che termini l’istruttoria, onde essere in linea con la nuova legge. Il rischio, però, è che i ristretti tempi con cui è chiesto l’adeguamento alla modifica del codice di procedura non sanciscano la nascita di una frettolosa pratica, tanto per essere in linea con la norma, decretando il fallimento dell’istituto prima ancora della sua nascita.

Dall’altro lato, è comprensibile l’espressione della norma che pone, come termine ultimo per la formulazione della proposta del giudice, il momento “sino a quando è esaurita l’istruzione”. Infatti, consentire una proposta conciliativa anche in sede di precisazione delle conclusioni, in una fase cioè in cui non resta che rimettere la causa in decisione, significherebbe anticipare il contenuto della sentenza, poiché alcun nuovo elemento istruttorio potrebbe intervenire a modificare il convincimento del giudice.

note

[1] Art. 185-bis cod. proc. civ.

[2] Trib. Milano, ord. 4.07.2013.

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