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Mio papà picchia mia mamma: cosa posso fare?

22 Novembre 2019 | Autore:
Mio papà picchia mia mamma: cosa posso fare?

Un figlio assorbe come una spugna ogni sensazione ed umore di casa, specie se negativo, tra i genitori; se poi sfocia in violenza, occorrono provvedimenti.

La violenza domestica viene definita come quella violenza fisica, sessuale, psicologica o economica che si verifica all’interno della famiglia [1] ed è una grave violazione dei diritti umani. Essa non può essere considerata semplicemente una “lite in famiglia”, né un “conflitto coniugale”, perché sarebbe come negare la violenza stessa e il trauma vissuto dal soggetto che ha subìto la violenza. Quando un figlio vede il papà picchiare la mamma, si domanda «Mio papà picchia mia mamma: cosa posso fare?». Per il Codice penale è un reato, per il diritto civile è la cosiddetta «violenza assistita», ma in ogni caso si tratta di una situazione da gestire con la massima delicatezza e tempestività, per evitare conseguenze peggiori sia per la madre che per il figlio. Nel presente articolo, cercheremo di fare il punto della situazione, presentando i vari strumenti di tutela che la legge e lo Stato offrono.

Cosa sono i centri antiviolenza?

Sono strutture in cui persone qualificate (psicologi, avvocati, medici, ecc…) forniscono un aiuto pratico alle vittime di violenza o minaccia grave che si rivolgono al centro. Si tratta principalmente di donne oppure figli, che vogliono in qualche modo denunciare ciò che avviene a casa.

Il soggetto che vuole aiuto, cerca il centro più vicino a casa e vi si reca direttamente o telefona; in questo modo, l’operatore cerca di capire la situazione e mette in contatto la persona interessata con i professionisti di cui sopra. Poi, a seconda della singola situazione concreta, il centro agisce immediatamente sulla questione economica e sull’eventuale custodia dei figli – per allontanare il pericolo dell’uomo violento sia dalla donna che dai figli – con una casa, un lavoro (se necessario) e un percorso legale assistito.

Come trovare un centro antiviolenza

Bisogna chiamare il cosiddetto “Telefono Rosa” al numero istituzionale gratuito 1522, che fornisce un primo supporto alle donne in difficoltà e le mette in contatto con il centro più vicino. Il numero è attivo 24 ore su 24 e disponibile tutti i giorni, sia da rete fissa che mobile, in italiano, francese, inglese, spagnolo e arabo.

Poi, occorre verificare sul sito comecitrovi.women.it, la mappa di queste strutture in Italia, per trovare il centro più vicino.

La denuncia alle forze dell’ordine e la segnalazione ai servizi sociali

Se il soggetto bisognoso d’aiuto non riesce a contattare il centro antiviolenza, la cosa più veloce da fare è sicuramente andare a denunciare il fatto presso la stazione più vicina dei carabinieri o della polizia, oppure agli uffici dei servizi sociali presenti su tutto il territorio nazionale.

I servizi sociali

I servizi sociali hanno lo scopo istituzionale del sostegno al disagio delle famiglie e dei minori e possono attivarsi autonomamente, senza dover chiedere indicazioni all’autorità giudiziaria, nei confronti di minorenni che si trovino in situazioni di pregiudizio o pericolo, in cui rientra certamente anche un padre manesco che usa violenza sulla loro madre.

In tali casi, il servizio predispone un progetto di intervento in favore del minore e del nucleo familiare interessato, ovviamente con il consenso dei genitori e del minore; se, però, questo consenso non vi è, ad esempio a causa della resistenza del padre, interviene il giudice minorile (su segnalazione dei servizi sociali al pubblico ministero minorile), che può limitare o sospendere la potestà genitoriale del padre violento, permettendo, quindi, la realizzazione degli interventi necessari attraverso un provvedimento del tribunale dei minorenni.

L’ordine di protezione contro gli abusi familiari

La legge [2] prevede che, quando la condotta del coniuge o di altro convivente è causa di grave danno all’integrità fisica/morale o alla libertà dell’altro coniuge o convivente, il giudice, su istanza di parte, può adottare i seguenti provvedimenti [3]:

  • ordina al coniuge o convivente che ha tenuto la condotta pregiudizievole la cessazione di tale condotta e dispone il suo allontanamento dalla casa familiare;
  • ove sia opportuno, gli ordina di non avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dall’istante (luogo di lavoro, il domicilio della famiglia d’origine, il domicilio di altri prossimi congiunti o di altre persone) ed in prossimità delle scuole dei figli della coppia, a meno che questi non debba frequentare gli stessi luoghi per esigenze di lavoro;
  • ove occorra, dispone l’intervento dei servizi sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare, nonché delle associazioni di sostegno e accoglienza di donne e minori o di altri soggetti vittime di abusi e maltrattamenti;
  • ove occorra, dispone il pagamento periodico di un assegno a favore delle persone conviventi che, per effetto dei provvedimenti di cui sopra, rimangono prive di mezzi adeguati.

Cosa si intende per condotta gravemente pregiudizievole dell’integrità fisica o morale o della libertà? La giurisprudenza ha ritenuto tale [4] il comportamento del coniuge che si concretizzi ad esempio:

  • in continui pedinamenti e controlli telefonici;
  • nell’uso continuo e prolungato di epiteti dispregiativi;
  • nella negazione di ogni sostegno economico.

La procedura per ottenere l’ordine di protezione

Vediamola in estrema sintesi [5]:

  • la domanda può essere presentata anche dalla parte personalmente, senza l’assistenza di un difensore, ed è gratuita: la legge [6] prevede, infatti, l’esenzione dall’imposta di bollo e da altre tasse, dai diritti di cancelleria e dall’obbligo di registrazione di tutti gli atti, provvedimenti e documenti relativi all’azione civile contro la violenza nelle relazioni familiari;
  • il tribunale competente è quello del luogo di residenza o domicilio di chi propone la domanda;
  • può proporre la domanda il componente del nucleo familiare che ha subito l’abuso, quindi anche il figlio, in persona dell’altro genitore se minorenne;
  • il giudice convoca le parti interessate e, se necessario, dispone indagini sui redditi, sul tenore di vita e sul patrimonio personale e comune delle parti, anche per mezzo della polizia tributaria, e provvede con decreto immediatamente esecutivo.

La violenza assistita

L’abuso e il maltrattamento di minore sono commessi non solo direttamente sulla persona del minore, ma anche indirettamente: si tratta appunto della c.d. «violenza assistita», dove la vittima diretta della violenza è il genitore, mentre i figli vengono costretti ad assistere. In questi casi, la stessa situazione può dare origine, contestualmente:

  • sia all’ordine di protezione appena visto nel paragrafo precedente, in favore della vittima diretta delle violenze (es.: la madre);
  • sia a provvedimenti da parte del tribunale per i minorenni a tutela della vittima indiretta, cioè il figlio minore.

Dal punto di vista penale, la violenza assistita è diventata in Italia un reato [7] da quando la Convenzione di Istanbul (vedere nota [1]) ha stabilito che vi è violenza assistita non solo quando il minore vede e vive direttamente sul genitore le percosse, gli insulti, le minacce e le sofferenze cui l’altro è esposto, ma anche se queste violenze, pur non avvenendo direttamente innanzi agli occhi del minore, sono da lui conosciute attraverso la percezione dei suoi effetti.

note

[1] Art. 3, lettera b), “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, meglio nota come Convenzione di Istanbul, ratificata dall’Italia con la legge del 27 giugno 2013, n. 77 (in vigore dall’agosto 2014).

[2] Art. 342-bis cod.civ.

[3] Art. 342-ter cod.civ.

[4] tra le tante, Trib. Bari 28 luglio 2004; Trib. Bari 18 luglio 2001.

[5] Art. 736 bis cod.proc.civ.

[6] Art. 7 della L. n. 154 del 2001.

[7] Art. 61 n.11-quinquies cod. pen.11-quinquies).


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