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Amministratore di sostegno: quando non serve?

23 Novembre 2019 | Autore:
Amministratore di sostegno: quando non serve?

Secondo la giurisprudenza, non tutte le fragilità danno diritto alla nomina della figura che gestisce gli atti personali e patrimoniali di un soggetto.

Hai in famiglia una persona che, purtroppo, non è più in grado di badare a sé stessa, ai suoi interessi, a gestire il suo patrimonio, piccolo o grande che sia. È capace di agire, e per questo non è interdetto o dichiarato incapace. Ma non di amministrare con lucidità i suoi beni e, per questo, è soggetto al rischio di rimanere vittima del furbetto di turno che voglia approfittare della situazione. Questa persona ha la possibilità di essere tutelata grazie all’amministrazione di sostegno. Un istituto creato proprio per occuparsi della corretta gestione del patrimonio di chi ha un’infermità che gli impedisce di essere autonomo. Tuttavia, non sempre si può nominare un amministratore di sostegno. Quando non serve? Ci sono diverse sentenze che lo stabiliscono.

In realtà, anche lo stesso Codice civile – se letto e interpretato con una certa attenzione – dice che l’amministrazione di sostegno è un diritto in determinate circostanze ma non un obbligo [1]. Infatti, secondo la normativa, una persona «che per effetto di un’infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica si trova nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, può essere assistita da un amministratore di sostegno». Il Codice, dunque, dice che «può», non che «deve». Non è la stessa cosa, evidentemente. È utile, a questo punto, capire quando non serve la figura dell’amministratore. E di questo ci occuperemo in seguito.

Amministratore di sostegno: chi è?

La normativa prevede la figura dell’amministratore di sostegno per i casi in cui una persona non riesca a provvedere ai propri interessi, anche temporaneamente, a causa di un’infermità o di una menomazione fisica o psichica. Significa che, secondo il Codice civile, non c’è bisogno che tale stato sia definitivo: si può intervenire anche per un periodo di tempo limitato.

L’amministratore di sostegno deve curare gli interessi esclusivi della persona che assiste [2]. Questo porta a scegliere in via preferenziale il coniuge, la persona che vive stabilmente con il beneficiario o un suo parente stretto. Se si arriva a quest’ultima opzione, si arriva ai familiari entro il quarto grado oppure ad una persona designata con testamento, atto pubblico o scrittura privata autenticata.

Quando i presupposti vengono a mancare, è possibile chiedere al giudice tutelare la revoca dell’amministrazione [3].

Amministratore di sostegno: chi può richiederlo?

Chi decide, però, se una persona ha bisogno di un amministratore di sostegno? La domanda può essere fatta al giudice tutelare dallo stesso beneficiario, quando si rende conto di non essere più in grado di badare ai propri interessi oppure prevedendo che arriverà un momento in cui non si troverà più nelle condizioni di farlo.

Allo stesso modo, possono chiedere la nomina dell’amministratore:

  • il coniuge o la persona che convive stabilmente con il beneficiario;
  • i parenti entro il quarto grado;
  • gli affini entro il secondo grado;
  • il tutore o il curatore del beneficiario;
  • il pubblico ministero (d’ufficio).

Una volta che la richiesta è andata a buon fine ed è stato nominato l’amministratore di sostegno, il beneficiario perde la possibilità di agire per tutti gli atti e le pratiche che richiedono l’assistenza dell’amministratore. Questo significa che l’amministratore può non intervenire su qualsiasi tipo di atto. In sostanza, può succedere che ci siano degli atti che:

  • il beneficiario può continuare a fare da solo perché non inclusi nel decreto di nomina;
  • richiedono la rappresentanza esclusiva dell’amministratore;
  • richiedono l’assistenza necessaria dell’amministratore.

Amministratore di sostegno: che cosa fa?

I compiti dell’amministratore di sostegno dipendono da quello che il giudice scrive sul decreto di nomina. Se, ad esempio, il beneficiario non ha un’infermità grave, il magistrato può decidere che quest’ultimo abbia la facoltà di disporre su determinati atti su cui l’amministratore non è deputato ad intervenire. Viceversa, se l’infermità limita di più le capacità dell’interessato, l’amministratore può avere un raggio di azione più ampio. Ad ogni modo, sempre e soltanto nel rispetto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario.

In linea di massima, l’amministratore di sostegno interviene su due ambiti: quello personale e quello patrimoniale. Per esempio, da un punto di vista personale, e sempre che il giudice lo disponga, rientrano nei suoi compiti i poteri di:

  • rappresentanza sulle scelte in materia di separazione;
  • formulare e firmare in nome del beneficiario una domanda di divorzio;
  • rilasciare il consenso informato per cure personali;
  • decidere il luogo in cui vivere;
  • accettare o rinunciare ad un’eredità.

Mentre per quel che riguarda il patrimonio, l’amministratore di sostegno può essere delegato a gestire il denaro del beneficiario, sia perché quest’ultimo non è in grado di farlo sia perché può avere la tendenza a spenderlo in modo errato rischiando di rovinarsi.

Ad esempio, l’amministratore può occuparsi:

  • dei pagamenti delle bollette;
  • della gestione del patrimonio da un punto di vista finanziario;
  • della riscossione della pensione o dello stipendio.

Amministratore di sostegno: che cosa non può fare?

In generale, l’amministratore di sostegno non può occuparsi di tutto ciò che non risulta dal decreto di nomina. Questo dipenderà dal giudice in base alle condizioni del beneficiario.

Addirittura, il tribunale potrebbe respingere la domanda di amministrazione di sostegno. È interessante, a questo punto, segnalare provvedimento con cui il giudice di Vercelli ha detto no alla richiesta in tal senso per una donna di oltre 90 anni, poiché non ha ritenuto necessaria l’assistenza dell’amministratore [4]. In sostanza, la donna non aveva delle patologie psichiche ma soffriva di deficit visivi e uditivi e deambulava con difficoltà. L’anziana, secondo il parere del suo medico curante, era in grado di gestire le proprie finanze e di rispondere alle domande sull’euro e sul suo potere d’acquisto. Avrebbe avuto soltanto bisogno di essere accompagnata a riscuotere la pensione e a fare la spesa, cosa a cui poteva pensare il servizio di assistenza domiciliare di cui la donna usufruiva.

In sostanza, quello che il giudice ritiene è che non tutte le debolezze di una persona presuppongono la nomina di un amministratore di sostegno, ma serve un impedimento fisico o psichico a compiere degli atti quotidiani della vita e a far valere i propri diritti.

La stessa situazione si può presentare nel caso in cui una persona sia ricoverata in una casa di cura e disponga di un’idonea rete familiare, come deciso dal giudice tutelare di Milano [5].

note

[1] Art. 404 cod. civ.

[2] Art. 408 cod. civ.

[3] Art. 413 cod. civ.

[4] Giudice tutelare Vercelli, decreto del 16.10.2015.

[5] Giudice tutelare Milano, decreto del 03.11.2014.

Autore immagine: 123rf.com


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