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Risarcimento danni per pignoramento: quando si può chiedere?

9 Novembre 2019
Risarcimento danni per pignoramento: quando si può chiedere?

A seguito della vendita all’asta dell’unico immobile adibito a prima casa, il Giudice dell’esecuzione ha disposto ai debitori  l’ordinanza  di sgombero immediato  dell’immobile, nominando un custode  giudiziario.

 I coniugi che vi abitano hanno chiesto di  restare ad abitare l’immobile fino alla vendita,  hanno presentato ben tre opposizioni tutte disattese dal giudice dell’esecuzione che non ha bloccato l’esecuzione ne si è espressa sulle opposizioni presentate. I Coniugi sono riusciti ad ottenere dal custode due rinvii all’abbandono dell’immobile.

Il giorno fissato dal giudice  provvederemo a consegnare le chiavi al custode giudiziario che provvederà a far visionare l’immobile ai probabili acquirenti,  per cui ci sarà un via vai  di persone interessate all’acquisto tutto  questo sarà sicuramente  notato dal vicinato a discapito della privacy, riservatezza e reputazione delle persone che per tanti anni hanno abitato nell’immobile.

La procedura  della vendita all’asta è stata avviata dalla Banca. Possiamo chiedere i danni?

Se non ci sono gravi irregolarità nella procedura esecutiva non c’è ragione per poter chiedere un risarcimento nei confronti del creditore (nel caso di specie, la banca).

La giurisprudenza (tra le tante, Cassazione, Terza Sezione, sentenza 8 novembre 2018, n. 28527) riconosce il diritto del debitore esecutato a chiedere il risarcimento dei danni al creditore solamente quando questi abbia agito illegittimamente. L’illegittimità, però, deve essere accertata all’interno del giudizio sorto a seguito di opposizione all’esecuzione. In altre parole, la domanda di risarcimento deve essere rivolta al giudice che ha stabilito l’infondatezza della pretesa esecutoria.

Non a caso la legge (art. 96 c.p.c.) dice che il giudice che accerta l’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito un provvedimento cautelare, o trascritta domanda giudiziale o iscritta ipoteca giudiziale, oppure iniziata o compiuta l’esecuzione forzata, su istanza della parte danneggiata, condanna al risarcimento dei danni l’attore o il creditore procedente, che ha agito senza la normale prudenza.

Orbene, per poter chiedere il risarcimento dei danni alla parte procedente (la banca), occorre dimostrare in giudizio l’infondatezza del credito per cui agisce; in caso contrario, nessuna domanda di risarcimento potrà essere avanzata al creditore.

Eccezionalmente, la giurisprudenza ha riconosciuto la possibilità di chiedere il risarcimento del danno in separato giudizio, ma solo quando esistono cause che rendono del tutto impossibile proporre il risarcimento nel giudizio di opposizione all’esecuzione.

In particolare, la Corte ha ritenuto che la domanda per responsabilità aggravata ascrivibile al creditore procedente può essere proposta in via autonoma rispetto al giudizio inteso a far dichiarare l’illegittimità del pignoramento, soltanto in due casi:

  • quando non è stato possibile proporre opposizione all’esecuzione (impossibilità di diritto, che ricorre, ad esempio, nel caso in cui il giudice dell’esecuzione, rilevata l’avvenuta caducazione del titolo esecutivo giudiziale posto a fondamento dell’esecuzione, chiuda il processo esecutivo “motu proprio”);
  • nell’ipotesi in cui, proposta opposizione all’esecuzione, il danno patito dall’esecutato sia insorto successivamente alla definizione di tale giudizio, purché si tratti di un danno nuovo ed autonomo e non di un mero aggravamento del pregiudizio già insorto prima della definizione del giudizio di opposizione all’esecuzione (impossibilità di fatto).

In entrambi i casi occorre comunque che un giudice stabilisca l’illegittimità della procedura esecutiva, elemento fondamentale e indispensabile per poter chiedere e ottenere un risarcimento.

Sempre la Cassazione (Cass., sent. n. 12413 del 16/06/2016),  in tema di conseguenze dannose in ipotesi di illegittimità di un fermo amministrativo, ha ritenuto che la richiesta di risarcimento dei danni subiti dal debitore presuppone l’istanza di parte e l’accertamento dell’inesistenza del diritto per cui è stato eseguito il provvedimento di fermo e della mancanza della normale prudenza in capo all’Agente della Riscossione.

Nemmeno può essere fatta valere la violazione della privacy o del diritto alla dignità di una persona, visto che, purtroppo, l’esecuzione forzata può prevedere l’esproprio coattivo dei beni del debitore, il quale se li vedrà sottratti contro la propria volontà. Le modalità dell’esecuzione, d’altronde, sono stabilite dal giudice, il quale dispone come si deve procedere. Nel Suo caso, è il giudice ad aver disposto la consegna delle chiavi al custode, poiché evidentemente ritiene fondata la pretese della banca.

Sempre nella stessa sentenza da ultimo richiamata la Cassazione ha ricordato che non sarebbero risarcibili comunque i danni consistenti in meri disagi, fastidi, disappunti, ansie ed ogni altra espressione di insoddisfazione costituenti conseguenze non gravi ed insuscettibili di essere monetizzate.

In altra pronuncia (Cass., sent. n. 9445 dell’11/06/2012), è stato riconosciuto il risarcimento per danni morali all’avvocato destinatario di un pignoramento mobiliare nel proprio studio, eseguito alla presenza di colleghi, segretaria e figlia, nonostante che la cartella, da cui scaturiva il credito tributario, fosse stata annullata e la sentenza trasmessa prontamente all’Equitalia con una diffida ad astenersi dal porre in esecuzione il titolo, relativo ad un credito insussistente. Anche in questa circostanza, dunque, l’esecuzione era stata già dichiarata nulla dal giudice.

Dunque, a sommesso avviso dello scrivente non ricorrono le condizioni per poter chiedere il risarcimento dei danni al creditore espropriante, a meno che il giudice non stabilisca l’infondatezza della pretesa di controparte. Quest’ultima questione, però, andrebbe analizzata approfonditamente nel merito, alla luce di ulteriori elementi.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva


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