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Antidepressivi: cosa sono e a cosa servono

30 Novembre 2019 | Autore:
Antidepressivi: cosa sono e a cosa servono

Per scoprire tutto ciò che c’è da sapere sugli antidepressivi e su chi può prescriverli, leggi il mio articolo.

Gli antidepressivi appartengono alla categoria degli psicofarmaci e sono utilizzati per il trattamento di diverse patologie psichiatriche come i disturbi depressivi, l’ansia (ansia generalizzata ed attacchi di panico), il disturbo ossessivo compulsivo, i disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia, binge eating), il disturbo post traumatico da stress, i disturbi dell’umore e altre condizioni non prettamente psichiatriche come i disturbi del sonno, la fibromialgia, la roncopatia, le emicranie ed il dolore cronico.

Le perplessità, i luoghi comuni e le fake news che ruotano attorno all’assunzione di questi psicofarmaci sono numerosi. Allora, con molta probabilità, vorrai saperne di più sugli antidepressivi: cosa sono e a cosa servono. Per sciogliere ogni tuo dubbio sull’argomento, abbiamo intervistato uno specialista. Per saperne di più, prosegui nella lettura del mio articolo. A seguire, troverai l’intervista al dr. Matteo Pacini, specialista in psichiatria e docente di medicina delle dipendenze. Dopodiché, ti spiegherò chi è autorizzato a prescrivere gli psicofarmaci e ti parlerò di cosa hanno deciso gli ermellini riguardo il caso di un medico che, nel prescrivere al paziente un dosaggio superiore di antidepressivi rispetto a quello consentito, ne ha causato la morte.

Cosa sono i farmaci antidepressivi?

La prima cosa da sapere è che si tratta di un nome “farmaceutico”. Essendo la percezione della psichiatria molto “depressione-centrica”, ed avendo questi farmaci qualcosa in comune a livello neuro-chimico, l’etichetta antidepressivi fino ad ora ha funzionato per identificare una categoria. Si deve, però, sapere che gli antidepressivi possono essere utili non solo nella depressione e che alcuni antidepressivi sono utili per una serie di altri disturbi, dal panico al disturbo ossessivo, al colon irritabile. Queste indicazioni sono, talvolta, riportate alla voce “indicazioni” del foglietto, ma spesso le indicazioni sono solo una parte dei possibili usi scientificamente provati di quel farmaco.

Molti si stupiscono dicendo: “mi hanno prescritto antidepressivi…ma io non sono depresso”, il che può essere verissimo, perché le diagnosi curabili con questi farmaci sono svariate e non necessariamente hanno a che fare con la depressione.

In generale, la cosa che gli antidepressivi hanno in comune è il possibile uso nella depressione e l’azione su sistemi cosiddetti monoaminergici, cioè di alcuni neuromediatori quali la dopamina, la serotonina, la nor-adrenalina. Uno di quelli più nuovi agisce, per esempio, anche sulla melatonina, per cui in futuro questa definizione potrebbe allargarsi o non essere addirittura più soddisfacente.

Antidepressivi: come agiscono?

L’azione di questi farmaci, come dicevamo, coinvolge i neuroni che comunicano tramite questi neuro-messaggeri. Di neuro-messaggeri ce ne sono svariati altri e alcuni antidepressivi potrebbero agire anche su sistemi non conosciuti, o dovere una parte della loro efficacia a effetti non ancora identificati su altri tipi di neuroni. A seconda delle varie combinazioni di “obiettivi” molecolari, si distinguono antidepressivi “selettivi” su alcuni meccanismi, altri che hanno azioni “doppie” o “triple” e si distinguono per il tipo di sito cellulare su cui vanno ad agire in prima battuta (alcuni sui recettori di membrana, altri sugli enzimi che rottamano i neurotrasmettitori, altri ancora sui sistemi di accumulo dei neurotrasmettitori dentro i serbatoi cellulari).

Sul web, molti si domandano: «quando prendere gli antidepressivi?». Cosa ci dice a riguardo?

Questa domanda riflette un pregiudizio. C’è il rischio di prendere antidepressivi senza che ve ne sia bisogno? Alcune osservazioni diffuse sul web, per esempio, dicono che l’uso dell’antidepressivo nella depressione “lieve” non avrebbe senso. Ovviamente, più si abbassa la soglia per considerare la depressione uno stato di flessione dell’umore, più capita di prender dentro anche situazioni passeggere o che risentono molto di fattori ambientali. Inoltre, la gradazione “lieve-media-grave” rimane soggettiva per molti sintomi e troppa enfasi si dà all’umore rispetto ad altri sintomi che, invece, meglio indicano una depressione “vera e propria”.

Ad esempio, la questione del distinguere la tristezza e i sentimenti negativi “fisiologici” dalla depressione è un non-problema: la depressione si compone di molti altri sintomi. Potrebbe darsi che alcuni si aspettino dall’antidepressivo un effetto “contro il cattivo umore”, in generale, cosa che non è. Il vero problema di quando prendere gli antidepressivi coincide, quindi, con la diagnosi: quando si rientra in una determinata categoria. Ci sta che in qualche caso, lieve, l’effetto non sia significativo o che, a posteriori, si possa dire che la sindrome è andata via da sola. Ma lo stesso, si potrebbe dire per le terapie anti-influenzali o gli antibiotici.

Antidepressivi: dopo quanto fanno effetto?

L’effetto dei vari antidepressivi ha un periodo di attesa, di solito di 2-4 settimane. Questa latenza non è dovuta al tempo necessario per portare la dose al valore efficace, c’è comunque anche iniziando con una dose piena. La latenza è legata al fatto che l’azione dell’antidepressivo non è diretta, ma prevede una reazione del cervello alla sua presenza, con modificazione della “configurazione” dei neuroni.

Il primo impatto dell’antidepressivo può anche coincidere con un peggioramento dei sintomi e questo può spaventare la persona, perché parrebbe un controsenso: peggiorano i sintomi per cui ci si è rivolti al medico. In realtà, questo passaggio (non sempre presente) prelude all’effetto terapeutico. Molte persone sofferenti sopratutto di disturbi d’ansia, però, hanno difficoltà nel superare i primi giorni, perché il loro disturbo li porta a reagire in maniera allarmata all’intensificazione di qualche sintomo o alla comparsa di qualche possibile sintomo “nuovo”.

Antidepressivi: ci sono controindicazioni?

La controindicazione è quella condizione per la quale è meglio non assumere un farmaco, perché i rischi sono decisamente elevati e di tipo grave. Non sono da confondersi con gli effetti collaterali o con le precauzioni. In generale, i nuovi antidepressivi sono stati messi a punto anche per avere delle molecole con meno controindicazioni, che si possano usare in chi soffre di malattie cardiache, respiratorie e che abbiano effetti collaterali minori sull’apparato cardiovascolare, gastrointestinale e urinario. Alcune condizioni estreme, ad esempio le insufficienze epatiche e renali, possono controindicare l’uso degli antidepressivi o limitarne i dosaggi.

La demenza può essere incompatibile con l’uso degli antidepressivi, soprattutto i vecchi, e anzi può capitare che una condizione apparente di depressione nell’anziano si riveli demenziale proprio perché sotto antidepressivi si manifestano sintomi di disorientamento, allucinazioni o disorganizzazione del comportamento.

Antidepressivi: quali sono gli effetti collaterali?

Per gli effetti collaterali non esiste un unico tipo. Diciamo che mentre i vecchi antidepressivi, sempre in commercio (alcuni) poiché sicuramente efficaci nella depressione, specie quella grave, danno sintomi caratteristici come secchezza della bocca, stitichezza, possibile ritardo nell’urinare, riduzione della pressione arteriosa, tachicardia con conseguente aumento del lavoro cardiaco.

I nuovi hanno un profilo in cui l’effetto più lamentato è sicuramente quello sessuale (calo del desiderio, interferenza con l’orgasmo e l’eccitamento). Non che i vecchi antidepressivi non avessero anche effetti sessuali, ma in quelli nuovi, per il resto molto maneggevoli e tollerati, la pecca maggiore nelle terapie a lungo termine è questa.

Antidepressivi: provocano sonnolenza?

E’ un effetto possibile, ma tipico delle prime fasi del trattamento. Una sonnolenza anomala non sarebbe molto compatibile con l’idea di una risposta antidepressiva buona. Una persona che “esce” dalla depressione deve poter tornare alle sue funzioni generali e individuali; quindi, è tipicamente vigile, attenta e recupera velocità di esecuzione e di reazione. Alcuni antidepressivi, specie all’inizio, hanno proprietà sedative o calmanti che sono usate per indurre il sonno o tamponare alcuni sintomi chiave.

Antidepressivi: compromettono la guida?

In generale, troverete sempre sui foglietti illustrativi una raccomandazione in tal senso. In verità, per diverse di queste molecole esistono degli studi riguardanti le capacità di guida. Non è facile avere dei dati realistici, per vari motivi: gli studi riguardano la frequenza di terapie in chi ha avuto incidenti e non l’inverso; riguardano magari antidepressivi insieme ad altri farmaci e non da soli. Inoltre, gli studi spesso riguardano non direttamente le capacità di guida, ma le funzioni che sono coinvolte anche nella guida o la prestazione su simulatori di guida.

Farmaci antidepressivi: sono consigliati in gravidanza?

Quando studiavo si diceva che la gravidanza era al riparo dalla depressione, per motivi ormonali, mentre invece, per gli stessi motivi, il post-partum è a rischio. Vero, ma purtroppo è più vero il rischio del post-partum che non la protezione durante la gravidanza. La necessità di curarsi durante una gravidanza, o comunque l’idea di curarsi e contemporaneamente di poter rimanere incinta, è una questione importante. A questo proposito, sono disponibili dati su molti farmaci. Si tratta quasi sempre di dati sulle gravidanze svoltesi durante terapie, e ovviamente non di gravidanze esposte per motivi sperimentali a farmaci antidepressivi senza motivo. I dati, in questo modo, comunque permettono di stabilire i rischi statistici, paragonandoli a quelli di una gravidanza qualsiasi. Per diversi antidepressivi è dimostrata la possibilità di impiego in gravidanza e, per alcuni, anche durante l’allattamento.

Antidepressivi e alcol: quali conseguenze?

L’interazione con gli alcolici è un problema dalle diverse facce. Non si tratta solo dell’interazione tra due sostanze, che non è neanche nota in tutti i casi. Si tratta del fatto che l’effetto combinato, su alcune persone, produce una specie di euforia amplificata o di agitazione. Il problema, però, non è soltanto questo e non riguarda solo l’interazione. L’aspetto più interessante è forse che rapporto ci può essere tra terapia antidepressiva e consumo alcolico. Se questo aumenta con gli antidepressivi, questo è importante da sapere e può indicare una diagnosi diversa dalla depressione. Spesso, a chi beve troppo sono prescritti antidepressivi, sia perché la persona può dichiararsi depressa, sia perché è popolare l’idea che il bevitore usi l’alcol per curarsi ansia e depressione. I dati scientifici, invece, dicono altro e, quindi, la combinazione degli antidepressivi con l’alcol spesso cambia l’umore del bevitore, ma non modifica il bere.

Antidepressivi e aumento di peso: c’è una correlazione?

Sulla carta, alcuni antidepressivi tendono a far aumentare di peso, altri no. Alcuni sono indicati nella bulimia e, quindi, si potrebbe erroneamente pensare che “facciano dimagrire”. Altri prevengono magari l’aumento di peso nei fumatori che smettono di fumare, ma non significa che “facciano dimagrire”.

In sostanza, nessun antidepressivo ha proprietà di far dimagrire sulla media delle persone. Anzi, spesso il fatto di stare meglio, avere meno ansie, meno sintomi corporei, significa anche mangiare di più, più liberamente, e avere anche più piacere del cibo. Ne consegue che gli aumenti di peso sono possibili, oltre che con alcuni antidepressivi, anche con il buon umore.

Come e quando ridurre o sospendere gli antidepressivi?

Non esiste un segno “del cielo” che dice quando sia opportuno smettere una cura. La regola migliore rimane sempre quella di ridurli con gradualità, quando decide il medico. In questo modo, si può anche verificare se i sintomi ricompaiono ed evitare ricadute piene, perché magari il disturbo riprende mentre ancora la copertura dell’antidepressivo è presente, seppur parziale. Men che meno il criterio per sospendere la cura è “quando me lo sento”, o “perché sto bene”.

Se un tempo si assecondava la richiesta della persona di sospendere appena ritrovato il benessere, si è presto concluso che per poter contare su una remissione stabile è necessario prima un periodo di cura sufficientemente lungo, certamente non di pochi mesi. Nelle forme ricorrenti, se già si è sperimentato che sospendendo la cura la ricaduta è probabile, val la pena riflettere sul fatto che la ricaduta non dipende dalla sottrazione della cura, ma dal fatto che la malattia è sempre “attiva”, e che evidentemente l’effetto curativo non arriva fino al punto di “spegnere” la malattia del tutto, ma di tenerla sotto la cenere, come se non ci fosse.

Miti da sfatare: i farmaci antidepressivi creano dipendenza?

Proseguendo il discorso, il mito della dipendenza dagli antidepressivi va sicuramente smontato. Alcuni danno dei sintomi da sospensione, cioè la sospensione brusca è seguita da alcuni giorni di sintomi, per lo più un periodo che ricalca quello della latenza quando si iniziano a prendere. Possono esserci vertigini, senso di testa vuota, senso di scosse nella testa e nel corpo. C’è però da dire due cose. Innanzitutto, non vi è motivo di sospendere bruscamente, e il fatto che gli stessi sintomi compaiano invece dopo una sospensione graduale dovrebbe far pensare che forse il disturbo è sempre “caldo”, per cui, più che sospensione, il problema sta nel fatto che la sospensione prelude poi al ritorno del disturbo vero e proprio.

Alcune persone si fissano di dover sospendere le cure, senza contare che il disturbo possa essere attivo, perché rifiutano l’idea di dover “dipendere” da una medicina per star bene. Quando questo è il punto di vista, si arriva a equivocare il malessere che torna con sintomi da sospensione che non se ne vanno dopo mesi. Lo stesso discorso vale per i tranquillanti, difficili da sospendere finché il disturbo non è ben stabilizzato e la cui sospensione anche graduale è vissuta male dalla persona, specie quando non associata a nessuna terapia specifica.

Alcuni antidepressivi, tra tutti quelli usciti, sembravano indurre fenomeni di abuso, e sono stati ritirati dal commercio, o sono caduti in disgrazia e non più prodotti. In ogni caso, come categoria, l’antidepressivo non è il tipo di farmaco che si presta bene all’abuso, poiché l’effetto non è diretto.

Psicofarmaci: chi può prescriverli?

Dopo aver analizzato tutto ciò che riguarda i farmaci antidepressivi nell’intervista al dr. Matteo Pacini, ora ti spiegherò chi può prescrivere gli psicofarmaci.

Nel momento in cui si presentano alcuni sintomi che interessano la salute fisica o psichica, in genere, il paziente si rivolge in prima battuta al medico di base visto il rapporto di fiducia che si instaura con il professionista.

Inevitabilmente, una domanda sorge spontanea: il medico di base può prescrivere psicofarmaci? Prima di rispondere a questo quesito, partiamo innanzitutto dalla definizione di “psicofarmaco”.

Gli psicofarmaci sono medicine sintetizzate in laboratorio, adottate per curare alcuni dei più diffusi disturbi psicologici come la depressione, l’ansia, la maniacalità e le psicosi. Questi farmaci si suddividono in antidepressivi, ansiolitici, stabilizzatori dell’umore e antipsicotici. Ad eccezione degli ansiolitici benzodiazepinici, gran parte degli psicofarmaci richiede un trattamento cronico o fino alla risoluzione della malattia.

Chi è autorizzato a prescrivere gli psicofarmaci? Lo psichiatra o il medico di medicina generale? Tutti i medici possono prescrivere psicofarmaci, occorre però che la prescrizione sia effettuata in base a corrette indicazioni diagnostiche. Il medico di base, abilitato all’esercizio della professione sanitaria, avendo superato l’esame di stato ed essendo iscritto all’albo dei medici chirurghi e degli odontoiatri, può prescrivere psicofarmaci. Per una puntuale diagnosi, il medico di base provvederà a fare un’attenta anamnesi del paziente, cioè raccoglierà tutti i dati e le notizie riguardanti i precedenti fisiologici e patologici, personali ed ereditari.

Secondo il codice di deontologia medica, il medico è tenuto ad un’adeguata conoscenza della natura e degli effetti dei farmaci prescritti, delle loro indicazioni, controindicazioni, interazioni e reazioni individuali prevedibili, delle modalità di impiego appropriato dei mezzi diagnostico – terapeutici.

Molti pazienti con disturbi mentali temono che le rivelazioni fatte al proprio medico di fiducia possano essere confidate ad altri, ma questa convinzione è superata dal segreto professionale che il medico deve mantenere su tutto ciò di cui è a conoscenza in virtù dello svolgimento della sua attività [1].

Uno psicoterapeuta può prescrivere psicofarmaci? Lo psicologo psicoterapeuta non può prescrivere psicofarmaci, in quanto non è un medico, mentre lo specialista psichiatra è laureato in medicina e specializzato in psichiatria; pertanto, quest’ultimo è autorizzato alla prescrizione degli psicofarmaci.

Antidepressivi e reato di omicidio colposo

Che succede se un medico prescrive al paziente un dosaggio superiore di antidepressivi e ne causa la morte? A fornirci un chiarimento a riguardo, è stata la Corte di Cassazione [2]. Gli ermellini hanno stabilito che è responsabile del reato di omicidio colposo [3] il medico neurologo che, nel prescrivere farmaci antidepressivi a dosaggi superiori rispetto a quelli consentiti, provoca un accumulo di principi attivi nell’organismo del paziente da cui possono derivare gravi alterazioni patologiche e, di conseguenza, causarne il decesso.

In particolare, la Suprema Corte aveva riscontrato la sussistenza del nesso causale tra la condotta del medico e l’evento morte del paziente “alla luce della natura commissiva della causalità individuata nella fattispecie – da cui l’esclusione della necessità di porsi la domanda se il mutamento della terapia avrebbe avuto efficacia salvifica – nonché in seguito all’esclusione di ipotesi alternative plausibili nella ricostruzione della causalità medesima”.

note

[1] Art. 10 cod. deontologia medica.

[2] Cass. pen. sez. IV n.840 del 06.11.2007.

[3] Art. 589 cod. pen.

Autore immagine: 123rf com.


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