Come riconoscere un pedofilo?

5 Novembre 2019
Come riconoscere un pedofilo?

Una ricerca scientifica ha individuato i fattori patologici che causano la pedofilia. Così diventa possibile riconoscerla dai comportamenti ed anche curarla.

La pedofilia è una preoccupazione costante per chiunque ha dei bambini e vuole proteggerli dai pericoli e dalle insidie. Finora, riconoscere un pedofilo è stato sempre piuttosto difficile: la maggior parte di loro operano in maniera subdola e mascherata dietro una vita normale.

Adesso, però, viene in aiuto un nuovo studio scientifico che consente di riconoscere un pedofilo con elevate probabilità, in base a determinate caratteristiche del suo comportamento. Una volta individuato, diventa anche possibile curarlo, intervenendo sulla patologia che causa il fenomeno, e così prevenire gli abusi sui minori.

La ricerca è stata condotta dall’Università di Padova che ha analizzato 66 casi di pedofili italiani conclamati (condannati con sentenza passata in giudicato). I risultati – pubblicati recentemente sulla rivista specializzata Journal of Law and Psychiatry – vengono adesso divulgati in Italia dalla nostra agenzia stampa Adnkronos.

Analizzando in modo approfondito tutti questi casi concreti e raffrontandoli con una serie di casi internazionali già trattati nella letteratura scientifica, i ricercatori hanno trovato prove a favore dell’ipotesi che molti pedofili sono tali perché sono individui affetti da una patologia neurologica.

Quindi, il loro comportamento abusante potrebbe essere la diretta conseguenza di questa patologia, che, a causa di varie malformazioni o malattie (demenza frontotemporale, tumori alla base del cranio, ictus nella regione orbito-frontale della corteccia e altri disturbi), riduce il controllo degli impulsi, vale a dire i normali freni inibitori. Questo provoca negli individui colpiti l’incapacità di riconoscere correttamente il potenziale partner sessuale, e da qui scaturiscono i comportamenti sessuali devianti posti in essere nei confronti dei minori.

Su questo punto chiave, diamo la parola direttamente ai ricercatori: «In questo studio abbiamo evidenziato delle peculiari caratteristiche nel modus operandi dei trasgressori sessuali – spiega la dott.ssa Cristina Scarpazza, del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova e autrice della ricerca- , un pattern (modello) che differenzia i soggetti che sono potenzialmente affetti da patologie neurologiche dai criminali veri e propri: ad esempio, i primi non mostrano il tipico comportamento predatorio dei pedofili classici, non premeditano e pianificano i reati sessuali che commettono e non scelgono selettivamente le loro vittime».

Gli scienziati spiegano che, a causa della loro difficoltà a inibire gli impulsi, questi individui non sono pienamente in grado di controllare le loro azioni e, quindi, considerare questa loro condizione come una vera e propria malattia può avere implicazioni anche a livello legale. Da un punto di vista clinico, invece, questi  soggetti, rappresentando solo una piccola parte dei pedofili, sono a tutti gli effetti pazienti neurologici e dovrebbero essere adeguatamente trattati per la loro patologia cerebrale.

A scanso di equivoci, la scienziata precisa che «Questa ricerca non intende in alcun modo assolvere o giustificare i molestatori di bambini, ma quello di offrire un nuovo strumento per distinguere un criminale che commette reati di pedofilia, da un individuo affetto da una patologia neurologica che lo porta a mettere in atto comportamenti che non è in grado di controllare».

La conseguenza è chiara: se il pedofilo è affetto da questa patologia, l’osservazione del suo modus operandi, cioè di come si comporta nella vita quotidiana, consente di riconoscerlo. Ed anche, in molti casi, di risolvere il fenomeno curando la patologia che ne è alla base e lo provoca.

«L’identificazione di queste persone come ‘pedofili acquisiti‘, in contrapposizione ai pedofili classici, potrebbe rivelarsi importante per varie motivazioni – dice il prof. Andrea Camperio Ciani , direttore del dipartimento dell’Università di Padova che ha condotto la ricerca. In primo luogo, la pedofilia in queste persone è in molti casi reversibile trattando le condizioni mediche che ne sono alla base, come documentato in diversi casi. Ad esempio, se a causare il comportamento pedofilico fosse un tumore al cervello, rimuoverlo chirurgicamente avrebbe come conseguenza anche la sua cessazione».

Da qui il quadro si completa con la possibilità di prevenzione del triste fenomeno, in modo da evitarlo in futuro: «Quest’argomentazione assume notevole rilevanza – continua il prof. Ciani – nel momento in cui suggerisce che il trattamento di questi soggetti potrebbe rappresentare una forma di prevenzione rispetto alla possibile reiterazione di questi reati e il conseguente coinvolgimento di vittime innocenti».


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