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Editoriali Inquinamento delle acque di falda. Il decreto “del fare” e l’ambiente: una storia troppo semplice

Editoriali Pubblicato il 11 luglio 2013

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> Editoriali Pubblicato il 11 luglio 2013

Alcune norme in materia ambientale contenute nel recente testo di legge approvato dal Governo per rilanciare l’economia pongono forti dubbi per i loro possibili riflessi negativi sull’ambiente e sulla salute pubblica.

Una norma del cosiddetto “decreto del fare”, emanato di recente dal Governo, in materia di semplificazioni dell’attività amministrativa, modificando un articolo del Testo unico ambientale in materia di gestione delle acque sotterranee, afferma che, nel caso in cui l’inquinamento delle acque di falda crei una situazione di rischio sanitario, ossia per la salute pubblica, la fonte della contaminazione debba esser eliminata solo “ove possibile ed economicamente sostenibile”.

In pratica, la “sostenibilità economica” di cui si parla nella legge riguarda i soggetti tenuti alla bonifica delle acque, ossia gli stessi che hanno creato la situazione d’inquinamento.

La norma, nella sua tensione “semplificatrice”, è in contrasto con una serie di disposizioni della Costituzione, nell’ordine:

1) l’art. 2, che afferma il principio “personalistico” della Costituzione, ossia quello per il quale la persona e i suoi diritti inviolabili vengono prima di tutto il resto; anche prima dei bilanci delle corporations che contaminano le acque di falda. E tra quei diritti inviolabili non pare difficile far rientrare anche quello alla salute.

2) l’art. 9, che prevede la tutela del paesaggio, e che, insieme all’art. 32, è stato ritenuto la base costituzionale del cosiddetto “diritto all’ambiente salubre”. In particolare, la Corte costituzionale, in una fondamentale sentenza del 1987, ha definito l’ambiente come “valore primario ed assoluto.”

3) l’art. 41, c. 2, che afferma che “l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.” E’ difficile immaginare che possa esser compatibile con l’utilità sociale e la sicurezza il lasciare tranquillamente in piedi la fonte di contaminazione delle acque di una collettività.

4) l’art. 42, c. 2, che impone il limite della “funzione sociale” alla proprietà privata

5) e infine, dulcis in fundo, l’art. 32, c. 1, che sancisce che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.

In quest’ultimo caso, pare davvero inutile sottolineare quanto sia improbabile sostenere che il diritto alla salute sarebbe garantito da una norma come quella del “decreto del fare” che si sta esaminando.

Ciò anche e soprattutto perché nel testo di legge sopra riportato non si prende in considerazione un generico “rischio ambientale” (che pure, come dovrebbe esser ormai acquisito, “qualche effetto” sulla salute pubblica di solito lo comporta), si fa, invece, espresso riferimento ad una vera e propria “situazione di rischio sanitario”.

In pratica, chi ha redatto il decreto in sede governativa e chi lo approverà in ambito parlamentare non potrà neanche giustificarsi, per così dire, con le solite bizzarre affermazioni per cui “con l’ambiente non si mangia” e “l’economia e la crescita vengono prima di tutto”.

Chi ha ideato questa norma e chi la voterà sa e saprà benissimo che essa incide direttamente su un “rischio sanitario”, ossia sulla salute e sulla malattia delle persone che vivono in un dato territorio.

Sulla loro vita e sulla loro morte.

Ed il legislatore, quello governativo e, poi, quello parlamentare, non potranno neanche accampare l’altrettanto vuoto alibi per cui “ce lo chiede l’Europa”.

Perché se c’è una cosa che chiede l’Europa è che “chi inquina paghi”, com’è scritto nel suo Trattato fondativo sottoscritto a Lisbona meno di quattro anni fa.

Una buona ragione in più perché chi ha a cuore le sorti dell’ambiente e della salute pubblica si senta sempre più europeo e “inviti” i nostri rappresentanti istituzionali a sentirsi tali.

E, soprattutto, a comportarsi di conseguenza.


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