Condoni edilizi: come lo Stato butta i soldi

6 Novembre 2019
Condoni edilizi: come lo Stato butta i soldi

Persi ben 19 miliardi per pratiche di condono ferme. Si parla di 1,2 punti di Pil per denaro non incassato per oneri concessori, oblazioni, diritti di istruttoria, segreteria e paesaggistica, sanzioni da danno ambientale.

Anche gli abusi edilizi possono diventare un affare per lo Stato se ben sfruttati. Ma l’Italia non è in grado di sfruttare neanche il business dell’illegalità. Difatti, la pubblica amministrazione e gli enti locali perdono miliardi di euro di incassi per le 4 milioni di pratiche di condono edilizio ferme da 35 anni negli scaffali dei Comuni. 

Secondo il direttore scientifico del Centro Studi Sogeea, Sandro Simoncini, “si può stimare che i mancati introiti per le casse del nostro Paese sono pari a poco più di 19 miliardi di euro”. Il dato, spiega l’urbanista – che oggi al Senato ha presentato il Secondo Rapporto sul Condono edilizio in Italia – si ottiene “sommando il denaro non incassato per oneri concessori, oblazioni, diritti di istruttoria, segreteria e paesaggistica, sanzioni da danno ambientale”.

Simoncini sottolinea che “per dare un’idea più precisa dell’entità della cifra che manca all’appello, si parla di un ammontare equivalente a circa 1,2 punti del Pil italiano, oppure di due terzi del valore della Legge di Bilancio 2019 o, infine, di fondi pari al Pil dell’intero Trentino”. 

Concentrandosi sull’analisi dei mancati introiti per ciascuna delle voci da prendere in considerazione, il Centro Studi Sogeea stima che si tratta di 9,8 miliardi solo per le oblazioni – somme che si suddividono, a grandi linee, in parti uguali tra Stato e Comuni, più una piccola quota destinata anche alle Regioni.

Nei mancati introiti rientrano anche 7 miliardi di oneri concessori; 760 milioni di diritti di segreteria e di istruttoria; 1,7 miliardi tra diritti di paesaggistica e risarcimenti per danno ambientale. 

Anche in questo caso, il Rapporto segnala che, a livello di territori, guida la classifica la Campania con circa 3,1 miliardi di euro ancora da incassare, seguita da Lazio (2,9 mld) e Sicilia (2,8 mld).

“Portare a termine la lavorazione delle domande di condono rappresenterebbe per i Comuni una preziosissima fonte finanziaria” rimarca Simoncini segnalando che si tratta di “denaro che potrebbe essere restituito ai cittadini sotto forma di servizi o, ancora meglio, impiegato per la messa in sicurezza del territorio”. 

L’urbanista argomenta che “lo stretto rapporto esistente, ad esempio, tra abusivismo edilizio e dissesto idrogeologico è drammaticamente testimoniato da quanto accade in vaste zone del nostro Paese con frequenze sempre più preoccupanti”.

“Milioni di persone possono trovarsi da un momento all’altro in condizioni di estrema insicurezza a fronte di fenomeni meteorologici di intensità superiore al normale. Va da sé – chiarisce – la necessità di arrestare la cementificazione selvaggia del territorio e inasprire i vincoli paesaggistici e ambientali, ma concludere l’iter delle pratiche di condono consentirebbe anche di avviare una seria campagna di demolizione di ciò che è stato costruito in spregio delle leggi e del buon senso”.

“Non solo. I Comuni – prosegue il direttore scientifico – potrebbero realizzare interventi che in certi territori possono cambiare totalmente le prospettive di vita di migliaia di cittadini: argini per fiumi e torrenti, canali di scolo per la pioggia, impianti idrovori, consolidamento della piantumazione”. Simoncini avverte però che “certo, molti degli enti locali dovrebbero assicurare un cambio di passo nell’evasione delle domande di condono: il ritmo mensile medio di smaltimento delle istanze tra il primo e il secondo Rapporto, quindi nel triennio 2016-2019, è stato di appena 16.708 unità”. “Il che vuol dire – osserva infine – che per svuotare gli archivi italiani serviranno ancora più di 21 anni”.



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