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Come si paga una ammenda

7 Novembre 2019 | Autore:
Come si paga una ammenda

Pene pecuniarie: come si pagano dopo la condanna del giudice? Come chiedere la rateizzazione? Cosa succede in caso di insolvenza?

Il processo penale, si sa, può terminare con il proscioglimento dell’imputato oppure con la sua condanna. In quest’ultimo caso, la pena potrebbe ridursi al mero pagamento di una sanzione di natura economica: niente carcere, insomma, ma soltanto un importo da versare alle casse dello Stato. Le pene pecuniarie previste dal diritto penale sono solamente due: la multa, per le condanne inerenti a delitti, e le ammende, previste per le contravvenzioni, cioè per i reati minori. Ti sei mai chiesto come si paga una ammenda?

È chiaro che, se sei stato condannato dal giudice in sede penale, non puoi aprire il portafogli, andare in cancelleria e pagare così, su due piedi, in modo da toglierti il pensiero: trattandosi di una condanna penale a tutti gli effetti, anche il pagamento di un’ammenda necessita del rispetto di una procedura stabilita dalla legge. Vediamo qual è.

Ammenda e multa: cosa sono?

Multa e ammenda sono entrambe pene pecuniarie. Cosa significa? Vuol dire che, esattamente come la reclusione, l’arresto e l’ergastolo, conseguono a una condanna penale; la differenza, ovviamente, è che la multa e l’ammenda non restringono la libertà personale del condannato, ma gli impongono il pagamento di una somma il cui limite è imposto dalla legge ma la cui entità concreta è stabilita dal giudice.

Multa e ammenda possono essere previste come pene cumulative (cioè che si aggiungono) o alternative a quelle detentive: ad esempio, la legge [1] punisce la diffamazione con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro. Questo significa che il giudice, a seconda della gravità della condotta, potrà comminare la sola pena detentiva o, in alternativa, quella pecuniaria.

Multa e ammenda: differenze

Sia la multa che l’ammenda sono pene pecuniarie: la prima, però, consegue alla condanna per un delitto, mentre la seconda a quella per una contravvenzione. Sia i delitti che le contravvenzioni sono reati, solamente che i primi sono molto più gravi dei secondi. Sono delitti i furti, le rapine, gli omicidi, le diffamazioni, le violenze di ogni tipo, ecc; costituiscono contravvenzioni, invece, il disturbo della quiete pubblica, il porto abusivo di armi, ecc.

Da tanto consegue un’ulteriore differenza: la multa si traduce nel pagamento di un importo a volte molto elevato, essendo il tetto massimo previsto dalla legge pari a cinquantamila euro. Per le ammende, invece, atteso il minor disvalore penale della condotta che la giustifica, la soglia massima è fissata in diecimila euro.

Come pagare un’ammenda?

Vediamo ora come si paga un’ammenda, tenendo conto che lo stesso discorso vale anche per le multe. Trattandosi di una pena a tutti gli effetti, l’obbligo di pagare un’ammenda scatta solamente nel momento in cui la sentenza di condanna sia divenuta definitiva, nel senso che non è più possibile impugnarla perché sono scaduti i termini o, più semplicemente, perché sono esauriti i gradi di giudizio (si è già giunti in Cassazione, in pratica).

Al condannato è offerta la possibilità di pagare spontaneamente; in caso contrario, si procederà all’iscrizione a ruolo delle somme dovute allo Stato, con tutte le conseguenze negative che ne derivano. Prosegui nella lettura.

Pagamento spontaneo dell’ammenda: come funziona?

Il pagamento spontaneo dell’ammenda presuppone comunque che sia il tribunale a fare la prima mossa. Per la precisione, entro un mese dal passaggio in giudicato della sentenza di condanna, la cancelleria del giudice dell’esecuzione (denominato ufficio del campione penale) deve notificare al condannato l’invito al pagamento.

L’invito contiene l’intimazione a pagare entro il termine di trenta giorni e a depositare la ricevuta di versamento entro dieci giorni dall’avvenuto pagamento, pena l’iscrizione a ruolo delle somme dovute [2]. Il pagamento dovrà avvenire con il modello F23 che giungerà in allegato all’invito.

Il pagamento a rate dell’ammenda

Nel caso in cui l’importo da pagare sia particolarmente elevato o, comunque, il debitore non riesca a farvi fronte con le propri risorse, è possibile chiedere al giudice di pagare a rate la pena pecuniaria.

La rateizzazione dell’ammenda può essere ottenuta in due modi:

  • chiedendolo direttamente al giudice all’udienza di discussione. In tal caso, se il giudice lo concede, l’invito al pagamento arriva già rateizzato perché sarà già disposto in sentenza;
  • successivamente, cioè dopo la condanna, l’istanza va sottoposta al magistrato di sorveglianza, allegando la documentazione comprovante le precarie condizioni economiche del condannato. Si tenga presente che, per legge [3], la pena pecuniaria può essere frazionata in un massimo di trenta rate.

Riscossione dell’ammenda mediante iscrizione a ruolo

Scaduto il termine per l’adempimento spontaneo di cui sopra e decorsi i dieci giorni per il deposito della ricevuta di versamento (in pratica, almeno quaranta giorni dopo la notifica dell’invito al pagamento), la cancelleria provvede all’iscrizione a ruolo ed alla consegna del medesimo all’ente che si occuperà del recupero forzoso del credito (Agenzia Entrate – Riscossione).

A questo punto, l’ente per la riscossione avrà un termine di quattro mesi per notificare la cartella di pagamento al condannato, con invito espresso a pagare entro sessanta giorni, decorsi i quali si procederà alla riscossione coattiva tramite esecuzione forzata da parte degli ufficiali esattoriali.

Nessuna istanza di rateizzazione può essere più presentata: la rateizzazione del pagamento può essere chiesta solamente fino alla fase dell’adempimento spontaneo dell’obbligo di versare l’ammenda.

La conversione della pena pecuniaria

La fase successiva è la conversione della pena pecuniaria: l’ente incaricato di recuperare il credito provvede a darne comunicazione alla cancelleria del giudice che ha emesso la condanna la quale, a sua volta, dà avvio alla successiva fase della procedura di conversione della pena pecuniaria.

L’ammenda non verrà ovviamente convertita in carcere: chi è stato condannato alla multa o all’ammenda non può finire dietro le sbarre, nemmeno se non paga.

La procedura di conversione è la seguente. Dopo la comunicazione da parte del concessionario che attesta l’infruttuoso esito del recupero della multa o dell’ammenda, il campione penale (cioè, la cancelleria del giudice) trasmette gli atti al pm affinché presenti richiesta di conversione presso il magistrato di sorveglianza.

Il giudice, dopo aver ordinato nuove indagini sulla situazione economica del condannato, può dichiarare:

  • la solvibilità del condannato. In tal caso, all’ente addetto al recupero crediti viene dato il via libera per la riscossione coattiva sui beni individuati dal magistrato;
  • l’insolvenza, cioè la temporanea situazione di precarietà economica del debitore. In questa evenienza, il giudice può: disporre d’ufficio la rateizzazione della pena pecuniaria; differire la conversione per un tempo non superiore a sei mesi (rinnovabile per una sola volta se lo stato di insolvibilità perdura);
  • l’effettiva insolvibilità del condannato. In tal caso il magistrato di sorveglianza procede alla conversione della pena pecuniaria nella libertà controllata o nel lavoro sostitutivo.

La notifica dell’ammenda all’irreperibile

Ulteriore ipotesi di mancato pagamento nei termini è quella dovuta all’irreperibilità del condannato. In questi casi, il giudice ordina che la notifica avvenga secondo le modalità previste dal codice di procedura civile in materia di persone irreperibili.

Nello specifico, quando la condanna è alla sola pena pecuniaria (pagamento soltanto di un’ammenda o di una multa), la notifica dell’avviso di pagamento eseguita a persona irreperibile non andata buon fine comporta l’annullamento del credito da parte della cancelleria del giudice dell’esecuzione. In pratica, lo Stato, appurata l’assoluta impossibilità di rinvenire il debitore, rinuncia la proprio credito. Tuttavia, è prevista la reviviscenza del credito qualora successivamente il condannato risulti reperibile.


note

[1] Art. 595 cod. pen.

[2] D.p.r. n. 115/2002.

[3] Art. 133-ter cod. pen.

Autore immagine: 123rf.com


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