Cosa fare in caso di controllo sul conto corrente

7 Novembre 2019
Cosa fare in caso di controllo sul conto corrente

Il contribuente deve giustificare ogni singolo versamento contestato dall’Agenzia delle Entrate.

Non è più remota come un tempo la possibilità di un controllo fiscale sul conto corrente. L’Agenzia delle Entrate non ha più bisogno di inviare i verificatori in banca per chiedere la documentazione in merito ai rapporti intrattenuti da un contribuente. Oggi, può limitarsi a fare le verifiche comodamente dall’ufficio, tramite un collegamento all’archivio dei rapporti finanziari, un database – alimentato dalle stesse banche – ove sono indicati i saldi di tutti i conti correnti e le relative movimentazioni in entrata e in uscita. Nel caso di operazioni sospette o che non trovano corrispondenza nella dichiarazione dei redditi o nel 730, scatteranno la procedura per l’accertamento e l’applicazione delle sanzioni. 

Cosa fare in caso di controllo sul conto corrente? Una serie di pronunce della giurisprudenza, in particolar modo a firma della Cassazione, fornisce valide indicazioni per contrastare le “presunzioni” dell’Agenzia delle Entrate e dimostrare che bonifici e versamenti in contanti, registrati sull’estratto conto, non costituiscono il frutto di evasione. 

Qui di seguito, ti spiegheremo dunque cosa temere e come difendersi in caso di verifica bancaria. 

Controllo sul conto corrente: come funziona?

Nei confronti degli imprenditori, i controlli fiscali si spingono su qualsiasi operazione: sotto la lente d’ingrandimento finiscono infatti i versamenti, i bonifici e i prelievi (questi ultimi solo se superiori a 5mila euro al mese o a mille euro al giorno). 

Al contrario, per tutti gli altri contribuenti, l’Agenzia delle Entrate può chiedere chiarimenti solo in merito a versamenti e bonifici. I prelievi, dunque, sono liberi. Nessuno potrà pretendere spiegazioni in merito all’uso del denaro riscosso al bancomat o allo sportello.

C’è, però, un’altra regola da tenere presente. Per legge [1], l’Agenzia delle Entrate è autorizzata a presumere che tutti i bonifici ricevuti sul conto e i versamenti effettuati in contanti che non trovano riscontro nella dichiarazione dei redditi siano frutto di evasione fiscale. Un esempio chiarirà tutti i dubbi che potrebbero sorgere in proposito.

Marco è un lavoratore. Ha un contratto di collaborazione esterna con una società da cui percepisce circa 600 euro al mese. Inoltre, ha un part-time con un’altra azienda di 700 euro mensili. Tali compensi gli vengono puntualmente versati sul conto, dai due datori di lavoro, con bonifici mensili e risultano nella sua dichiarazione dei redditi. Dopo qualche anno, però, l’ufficio delle imposte rileva che, sul conto di Marco, appaiono due operazioni sospette: c’è un versamento di duemila euro in contanti e un bonifico di 3mila euro ricevuto da un tale con cui non ha alcun legame di parentela. L’Agenzia delle Entrate chiede così a Marco per quale ragione ha incassato tali soldi. Marco si limita a dire che sono frutto di donazioni, ma non riesce a dimostrarlo con una prova scritta. Per il fisco allora scatta la presunzione di evasione. Tali soldi vengono considerati “reddito” (evaso): su di essi scattano le imposte e le sanzioni.

Di qui la regola: tutte le volte in cui sul conto corrente di un contribuente qualsiasi (sia questi un lavoratore dipendente, un disoccupato, un pensionato, un professionista o un titolare di partita Iva) risultano bonifici o versamenti, i cui importi non sono riportati nella dichiarazione dei redditi, l’Agenzia delle Entrate può eseguire i controlli e imputare tali importi a “reddito”, tassandoli.

Termini per controlli sul conto corrente

Esiste un limite temporale all’esecuzione dei controlli sui conti correnti. La decadenza è di cinque anni che si contano a partire dall’anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione dei redditi. Se, però, la dichiarazione non è mai stata eseguita, il termine diventa di sette anni.

Come difendersi dai controlli sul conto corrente

Veniamo ora alle tecniche di difesa che può adottare il contribuente. In linea generale, egli deve dimostrare la provenienza lecita e non tassabile del denaro. 

Nell’esempio di poc’anzi, Marco dovrà fornire la dimostrazione che il denaro accreditato in banca è, ad esempio, il frutto di una vincita al gioco, di cui dovrà tenere traccia scritta, o di una donazione.

Sono sostanzialmente due le motivazioni che si possono dare al fisco: 

  • il denaro proviene da una fonte non imponibile, ossia esentasse: ad esempio, un risarcimento del danno morale, una vendita di beni usati (cosiddetto «disinvestimento»), una donazione da un genitore, un prestito da un amico, ecc.
  • il denaro è già stato tassato prima della sua erogazione (tassazione alla fonte): ad esempio, una vincita al gioco o alle scommesse.

Il secondo elemento che rileva è la prova di tale circostanza. La prova deve essere sempre scritta e munita di data certa. Non sarà sufficiente la testimonianza di un genitore o di un nonno che confermi di aver regalato i soldi poi accreditati sul conto corrente del soggetto sottoposto a controlli. 

Ecco perché, il più delle volte, sarà sempre meglio far precedere all’accredito di un importo rilevante, come un atto di donazione o un prestito, la registrazione all’Agenzia delle Entrate dell’atto stesso in modo da dargli una “data ufficiale”.

Il terzo e ultimo elemento che rileva per difendersi dai controlli sul conto corrente è un’analitica dimostrazione delle singole entrate sul conto corrente.

In altre parole, a fronte della contestazione di maggiori ricavi sulla base dei versamenti riscontrati dal fisco in sede di indagini finanziarie, il contribuente non può limitarsi a opporre, in modo del tutto generico, la corrispondenza tra l’importo complessivo delle somme versate sul conto nel periodo accertato e la sommatoria di tutti gli incassi registrati nello stesso periodo. Al contrario, è sempre richiesta una giustificazione puntuale di ogni singola movimentazione bancaria contestata dall’Ufficio. Lo ha stabilito la Cassazione con una recente ordinanza [2].

Sul punto, vi è però un contrasto giurisprudenziale. Una parte dei giudici ritiene che la sola presenza di accrediti sul conto non è sufficiente a fondare un accertamento, per cui il fisco è tenuto a reperire ulteriori elementi probatori convergenti; dunque, al contribuente che voglia contrastare le indagini finanziarie è sufficiente una generica prova contraria [3]. 

La Suprema Corte, però, è di parere opposto [4]: tali indagini finanziarie integrano una presunzione legale relativa (che ammette cioè la prova contraria), per cui l’onere probatorio dell’Amministrazione finanziaria è soddisfatto attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti correnti, mentre grava sul contribuente l’onere di dimostrare che gli elementi desumibili dalle movimentazioni bancarie non sono riferibili a operazioni imponibili, fornendo a tal fine una prova non generica, ma analitica [5].

Approfondimenti

Per ulteriori informazioni, leggi i seguenti articoli:

note

[1] Art. 32, comma 1, numero 2 del Dpr 600/1973 e Art. 51, comma 2, numero 2, del Dpr 633/1972.

[2] Cass. ord. n. 26985/2019.

[3] Ctp Brescia, sent. n. 790//1/2018; Ctp Treviso, sent. n. 323/1/2016

[4] Cass. sent. nn. 3785, 8266, 44562 e 25786 del 2018.

[5] A. Borgoglio in Quotidiano del Fisco: «Taluni giudici provinciali pochi mesi fa avevano quindi stabilito che il contribuente può contrastare l’accertamento bancario, dimostrando che i versamenti sul conto corrente contestati dall’Ufficio sono ascrivibili a incassi per contanti relativi a gruppi di fatture di vendita o di scontrini emessi di modico importo: insomma, la prova contraria del contribuente può essere fornita per masse di incassi (si veda Ctp Caserta, sentenza 1866/2019).

La Suprema Corte, però, con l’ordinanza qui commentata, ha ribaltato questa tesi e, infatti, cassando anche in questo caso la decisione del collegio di merito favorevole al contribuente, ha stabilito che nel caso di specie dal prospetto prodotto dal commerciante non emergeva alcuna reale corrispondenza aritmetica e sommatoria fra i singoli versamenti e gli incassi del giorno, trattandosi di incassi aggregati per più giornate, cosicché la dedotta corrispondenza fra le singole somme versate ogni giorno e l’incasso della giornata medesima era meramente congetturale, non essendo stata accertata alcuna corrispondenza analitica fra singolo versamento e causale allegata, laddove la prova liberatoria avrebbe dovuto viceversa essere circostanziata e non generica».


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA