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Azienda derisa sui social: quali rischi

7 Novembre 2019
Azienda derisa sui social: quali rischi

Diffamazione verso società e persone giuridiche: c’è reato e risarcimento del danno.

Siamo abituati a pensare alla diffamazione come a un reato che si consuma contro una persona fisica, individuata (ad esempio, “Mario Rossi”) o individuabile in base ad elementi certi (ad esempio, il vincitore dell’ultimo concorso a docente). Tant’è che la Cassazione ha spesso detto che le offese contro un gruppo di persone, non identificate nello specifico, non costituisce illecito penale. Dire, ad esempio, che tutti gli avvocati sono corrotti non consente di parlare di diffamazione. 

A metà tra queste due ipotesi, ci sono le società e le associazioni: gruppi di persone, cioè, a cui l’ordinamento ha voluto dare una propria personalità giuridica e che, quindi, possono costituire un autonomo centro di interessi, separato dai soci. 

La società, così, ha diritti e doveri propri, al pari di un privato cittadino. Ma si può commettere un reato contro una società? È legittimo criticare, offendere e prendere in giro una ditta su internet? 

La giurisprudenza ha più volte spiegato cosa succede nel caso di un’azione derisa sui social: quali rischi si corrono? Una rassegna delle principali sentenze in materia servirà a comprendere qual è l’orientamento dei giudici in materia. 

Deridere una società è reato?

Il fatto che la vittima di un’offesa sia una società non esclude la sussistenza del reato di diffamazione. A riguardo, la giurisprudenza [1] ha chiarito che, in tema di diffamazione, non solo una persona fisica, ma anche un’entità giuridica o di fatto, come una società, una fondazione o un’associazione, può rivestire la qualifica di persona offesa dal reato. È, infatti, ugualmente identificabile, in capo a tali gruppi, un onore o un decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o membri, considerati come unitaria entità, capace di percepire l’offesa.

La Suprema Corte [2] ha chiarito che non sussiste alcun dubbio in ordine alla configurabilità della lesione alla reputazione nei confronti di un ente collettivo e quindi alla possibilità, in caso di offese, di realizzare il reato di diffamazione. Tale lesione deriva, infatti, dalla diminuzione della considerazione da parte dei consociati in genere, o di settori o categorie di essi con le quali l’ente interagisca; ancora più delicata la posizione quando si tratta di un’associazione di consumatori.

Bisogna poi sottolineare che, in caso di offesa sui social, la diffamazione è aggravata dall’uso del mezzo di pubblicità, assimilabile alla stampa tradizionale. Pena più grave, quindi, per chi, con un post su Facebook o con un articolo in un blog, offende la credibilità di un’azienda. 

Quando c’è diffamazione nei confronti di un’azienda?

Per far scattare il reato di diffamazione è necessario oltrepassare il limite della critica. L’accusa deve essere rivolta, più che ai prodotti, alla dignità e all’onore del produttore, alla morale dello stesso; deve tendere al discredito puro e semplice. 

Il diritto di critica è soggetto a precisi limiti concretizzandosi non in una semplice narrazione di fatti, ma in un giudizio e/o nella manifestazione di un’opinione che non può essere di per sé obiettiva. Per non costituire reato, la critica deve concretizzarsi in un dissenso ragionato e motivato con valutazioni misurate. È lecito il diritto di critica se la manifestazione del dissenso non si risolva in aggressione gratuita e distruttiva dell’onore dell’interessato [3]. 

L’argomentazione critica, il dissenso, la confutazione, incontrano dei limiti che, in linea generale, non consentono di giustificare atteggiamenti di eccessiva violenza verbale o di istigazione alla brutalità fisica, e più in particolare sono dettati dallo specifico contesto personale ed ambientale entro il quale la comunicazione avviene.

Come chiarito dal tribunale di Roma [4], i presupposti per il legittimo esercizio della critica sono:

  • l’interesse al racconto, ravvisabile anche quando non si tratti di interesse della generalità dei cittadini, ma di quello della categoria di soggetti ai quali, in particolare, si indirizza la comunicazione;
  • la correttezza formale e sostanziale dell’esposizione dei fatti da intendersi nel senso che l’informazione non deve assumere contenuto lesivo dell’immagine e del decoro; la corrispondenza tra la narrazione ed i fatti realmente accaduti; 
  • l’esistenza concreta di un pubblico interesse alla divulgazione. Un fatto ormai vecchio, narrato solo per screditare l’interessato, può integrare reato di diffamazione. 

Altre conseguenze per chi deride un’azienda

Ulteriore conseguenza per chi deride un’azienda sui social è il risarcimento del danno.

Il danno può essere di due tipi:

  • danno patrimoniale: si tratta della perdita di guadagni per via della diminuzione della clientela conseguente al discredito;
  • il danno non patrimoniale all’immagine e alla reputazione.

Il giudice, al fine di determinare l’ammontare della sanzione penale e del risarcimento, tiene conto della gravità dell’offesa e della diffusione dello stampato.


note

[1] Cass. sent. n. 43184/2012. Trib. Milano, sent. n. 3747/2015.

[2] Cass. sent. n. 5499/2014.

[3] Trib. Milano sent. n. 7953/2019.

[4] Trib. Roma, sent. n. 15950/2019.

Tribunale Terni, 13/03/2018, n.216

In materia di diffamazione, la persona giuridica e l’ente collettivo in genere, ha titolo al risarcimento del danno non patrimoniale a fronte di un comportamento che ne leda i diritti immateriali della personalità, compatibili con l’assenza di fisicità e costituzionalmente protetti, quali sono i diritti all’immagine, alla reputazione e all’identità.

Cassazione civile sez. I, 10/05/2017, n.11446

In tema di risarcimento del danno non patrimoniale subito dalle persone giuridiche, il pregiudizio arrecato ai diritti immateriali della personalità costituzionalmente protetti, ivi compreso quello all’immagine, può essere oggetto di allegazione e di prova anche attraverso l’indicazione degli elementi costitutivi e delle circostanze di fatto da cui desumerne, sebbene in via presuntiva, l’esistenza.

Cassazione civile sez. III, 13/10/2016, n.20643

In materia di responsabilità civile, anche nei confronti delle persone giuridiche ed in genere degli enti collettivi è configurabile il risarcimento del danno non patrimoniale, da identificare con qualsiasi conseguenza pregiudizievole della lesione – compatibile con l’assenza di fisicità del titolare – di diritti immateriali della personalità costituzionalmente protetti, ivi compreso quello all’immagine, il cui pregiudizio, non costituendo un mero danno-evento, e cioè “in re ipsa”, deve essere oggetto di allegazione e di prova, anche tramite presunzioni semplici. (Nella specie, la sentenza impugnata aveva liquidato il danno all’immagine in favore di una società operante nella grande distribuzione sulla base della sola considerazione che un tale operatore di mercato “mira a costruirsi una immagine ben riconoscibile”: la S.C. ha ritenuto inidonea tale motivazione, in quanto tautologica e priva di indicazioni dalle quali inferire, anche in via presuntiva, un discredito sociale subito dalla società).

Tribunale Milano sez. I, 23/03/2015, n.3747

In tema di diffamazione, non solo una persona fisica ma anche una entità giuridica o di fatto, una fondazione, un’associazione può rivestire la qualifica di persona offesa dal reato, essendo concettualmente identificabile un onore o un decoro collettivo, quale bene morale di tutti gli associati o membri, considerati come unitaria entità, capace di percepire l’offesa.

Cassazione penale sez. V, 26/09/2014, n.48712

La sanzione della riparazione pecuniaria, prevista nel caso di condanna per diffamazione a mezzo stampa, ha natura civilistica. L’omessa pronuncia da parte del giudice sulla richiesta avanzata dalla persona offesa comporta l’annullamento della sentenza con rinvio al giudice civile.

Cassazione civile sez. III, 10/03/2014, n.5499

Nessun dubbio sussiste in ordine alla configurabilità della lesione alla reputazione nei confronti di un ente collettivo; lesione che deriva dalla diminuzione della considerazione da parte dei consociati in genere, o di settori o categorie di essi con le quali l’ente interagisca; ancora più delicata posizione quando si tratti di un’associazione di consumatori.

Corte appello Milano, 27/01/2014

Qualora alla pubblicazione a mezzo stampa di un articolo segua l’inserzione dello stesso all’interno dell’archivio informatico della testata, la sopravvenuta dichiarazione di diffamatorietà dell’articolo pubblicato comporta il dovere, in capo all’editore del quotidiano e al titolare del relativo archivio, di procedere, dietro specifica richiesta dell’interessato, all’aggiornamento e alla rettifica dell’informazione disponibile on line, con menzione dell’accertamento del carattere diffamatorio e della relativa condanna risarcitoria ove presente, nel rispetto del diritto all’immagine dell’interessato (sia esso persona fisica o giuridica).

Cassazione penale sez. V, 17/09/2013, n.4615

In tema di diffamazione a mezzo stampa, non può essere invocata l’esimente di cui all’art. 51 c.p. (esercizio del diritto di cronaca) e l’exceptio veritatis, ai sensi dell’art. 596, comma 3, n. 2 c.p., quando il fatto attribuito al diffamato sia ritenuto assolutamente privo di consistenza storica e di rilevanza giuridica dall’autorità giudiziaria che abbia proceduto con riguardo al detto fatto. (Fattispecie in cui le dichiarazioni accusatorie contro il diffamato sono state ritrattate dall’autore e il procedimento penale attivato a seguito delle predette dichiarazioni si è concluso con il decreto di archiviazione).

Cassazione penale sez. V, 21/09/2012, n.43184

In tema di diffamazione, posto che la reputazione è data dalla stima e dalla considerazione di cui un soggetto (persona fisica o anche entità giuridica o di fatto, quale una fondazione, un’associazione o una società) gode nell’ambito sociale ed economico di appartenenza, deve ritenersi che essa sia pregiudicata non solo dall’attribuzione alla persona offesa di specifici comportamenti da essa posti in essere, ma anche dalla rappresentazione di situazioni suscettibili di incidere negativamente sull’immagine che della medesima si abbia tra i consociati. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha censurato la decisione del giudice di merito che aveva ritenuto inidonea a ledere la reputazione di una società esercente un’attività di discoteca la diffusione della falsa notizia che un cliente del locale aveva accoltellato un “buttafuori”).

Cassazione penale sez. V, 16/06/2011, n.37383

Integra il reato di diffamazione la condotta lesiva dell’identità personale, intesa come distorsione, alterazione, travisamento od offuscamento del patrimonio intellettuale, politico, religioso, sociale, ideologico o professionale dell’individuo o della persona giuridica, quando viene realizzata mediante l’offesa della reputazione dei soggetti medesimi.

Cassazione penale sez. V, 16/03/2010, n.16281

È valida la querela proposta dal socio rappresentante ed amministratore di uno studio legale in ordine al reato di diffamazione, qualora le espressioni offensive, pur indirizzate a singoli soci e collaboratori del predetto studio legale, si traducano in offesa alla reputazione di questi ultimi, in qualità di componenti di un organismo professionale, coeso per via di associazione, e, quindi, nella lesione della reputazione dell’associazione professionale per la quale sia proposta querela. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il Tribunale – confermando la decisione del primo giudice che aveva ritualmente acquisito l’atto costitutivo comprovante il potere rappresentativo del querelante – ha ritenuto validamente proposta la querela in questione concernente espressioni offensive pronunciate da un magistrato in udienza, dirette ai legali del predetto studio, definiti come “ridicoli, incompetenti, maleducati”).


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