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Avvocati: sono una casta?

13 Novembre 2019 | Autore:
Avvocati: sono una casta?

L’avvocatura italiana rappresenta una casta? La classe forense gode di particolari privilegi? Esiste una casta forense in Italia?

Karl Marx scriveva: «La storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classe». Un pensiero forse un po’ datato, ma che introduce bene il tema di cui vorrei parlarti con questo articolo: l’avvocatura italiana rappresenta una casta? Sicuramente, la figura dell’avvocato è molto cambiata nel corso degli anni: se un tempo all’avvocato ci si rivolgeva come se fosse stato il depositario della legge, oggi si va presso uno studio legale come se ci si recasse da un burocrate o, peggio ancora, da uno scribacchino. Ciò che ho appena detto non vale ovviamente sempre, e soprattutto non vale per tutti: la considerazione che gli italiani hanno dei difensori, però, è di gran lunga peggiorata rispetto al passato. Nonostante ciò, ancora oggi qualcuno si pone questa domanda: gli avvocati sono una casta?

Sebbene avrai già compreso quale sia la mia posizione sul punto, ad essere oggettivi ci possono essere degli aspetti che possono indurre a pensare, dall’esterno, che la classe forense costituisca un ordine solido e granitico i cui privilegi sono intoccabili. In realtà, non è così e ti spiegherò perché. Ti consiglio di prenderti qualche minuto da dedicare alla lettura di questo articolo: vedremo insieme se gli avvocati costituiscono ancora una casta.

Perché gli avvocati sono una casta?

Cominciamo questo nostro viaggio all’interno della classe forense esaminando dapprima quali sono gli aspetti che possono indurre i cittadini a pensare che l’avvocatura sia una casta, cioè che costituisca una classe sociale protetta e munita di speciali privilegi.

L’avvocato è obbligatorio per legge

Milita a favore dell’idea per cui gli avvocati sono una casta l’obbligo legale di nominare un difensore nel caso in cui si voglia cominciare un giudizio: infatti, ad eccezione di poche ipotesi (ad esempio, cause davanti al giudice di pace di valore inferiore ai 1.100 euro), chi vuole intraprendere un percorso giudiziario deve farlo munendosi di difensore.

L’obbligatorietà dell’avvocato è ancora più forte nel giudizio penale: mentre in un processo civile il convenuto potrebbe anche disinteressarsi completamente della causa, la persona imputata di un reato deve obbligatoriamente essere assistito da un difensore, tant’è vero che, se non provvede a nominarne uno di fiducia, il magistrato gliene assegna uno d’ufficio, il quale dovrà comunque essere pagato.

In realtà, l’obbligo di avere un avvocato è la naturale conseguenza del diritto alla difesa sancito direttamente in Costituzione. Starai pensando: ma che diritto è se devo pagarlo? Ebbene, sappi che:

  • l’ordinamento giuridico garantisce il gratuito patrocinio a tutti coloro che possiedono un reddito inferiore ai limiti di legge;
  • il processo italiano (civile, penale, tributario o amministrativo che sia) è talmente complesso da necessitare per forza dell’intervento di un esperto del settore. Voler affrontare un giudizio da soli è un po’ come volersi sottoporre a un intervento chirurgico decidendo di fare da sé. Dunque, l’obbligo alla difesa tecnica è una garanzia per tutti i cittadini.

La parcella dell’avvocato è tutelata dalla legge

Si potrebbe pensare che gli avvocati sono una casta perché la loro parcella (a volte) è molto esosa e, quando non ne è concordata una, interviene la legge a supplire dettando dei criteri di determinazione. In realtà, la legge lascia libere le parti di pattuire l’onorario che ritengono più conveniente: i parametri legali intervengono a fornire un criterio di riferimento solamente nel caso in cui l’avvocato non abbia fatto firmare alcun preventivo al proprio cliente.

Dunque, i parametri ministeriali servono a tutelare l’avvocato nel caso in cui non ci sia stato un accordo scritto tra le parti; in caso contrario, avvocato e cliente possono stabilire la parcella liberamente.

Gli avvocati si proteggono a vicenda

Molti pensano che gli avvocati siano una casta perché tendono a proteggersi tra loro. Cosa significa? Molte volte, i clienti lamentano il fatto che non riescano a trovare un avvocato disposto ad assisterli nelle cause da intraprendere contro altri avvocati, in genere per inadempimenti professionali.

Tizio aveva incaricato l’avvocato Caio di recuperargli un vecchio credito. A causa dei ritardi di Caio, il credito finisce in prescrizione. Allora, Tizio va da un altro avvocato, Sempronio, chiedendogli di aiutarlo a fare causa a Caio per il suo inadempimento al mandato.

In casi del genere, può succedere che un avvocato sia un po’ restio a citare in giudizio un proprio collega. Bisogna dire che si tratta di episodi non rari, soprattutto nelle piccole città ove i colleghi si conoscono un po’ tutti.

Questa scelta non significa necessariamente che, a monte, ci sia un’ideologia di tipo corporativistica: semplicemente, la conoscenza che può esserci tra due avvocati spinge a non farsi causa tra di loro. Si tratta più di una forma di rispetto che di protezione vera e propria.

Inoltre, l’affermazione per cui gli avvocati sono una casta perché si proteggono le spalle a vicenda è solo in parte vera: tanti legali sono disposti a screditare i propri colleghi pur di accaparrarsi qualche incarico in più.

Perché gli avvocati non sono una casta?

Visti quali sono i principali motivi che potrebbero indurre a pensare che gli avvocati sono una casta, vediamo ora tutte le ragioni per cui l’avvocatura italiana sia ben lontana dall’essere una classe sociale coesa.

Non potrebbe esistere una casta così numerosa

Innanzitutto, bisogna partire da un dato di fatto: l’Italia vanta un numero di avvocati davvero esagerato, superiore ai duecentomila. Il concetto di casta, al contrario, presuppone una classe composta da un numero ristretto di persone, unite tutte da uno scopo comune che è quello di tutelarsi.

Purtroppo, solamente chi vive dall’interno la realtà dell’avvocatura italiana sa che, da questo punto di vista, gli avvocati sono ben lontani dall’essere una casta o almeno una classe sociale: all’interno di essa, infatti, esistono troppe disomogeneità, per cui è impossibile che gli avvocati abbiano tutti gli stessi interessi.

Se di casta si può parlare, essa esiste solamente tra avvocati di pari importanza, cioè tra colleghi che sono titolari di grandi studi e i cui guadagni non hanno nulla a che vedere con la piccola avvocatura di provincia la quale rappresenta la stragrande maggioranza dei professionisti legali.

Chiunque può diventare avvocato

Inutile negarlo: grazie al numero aperto delle facoltà di giurisprudenza, chiunque può diventare avvocato, se lo vuole. Certo, la strada non è semplice: occorre completare un corso quinquennale di studi; dopodiché, affrontare diciotto mesi di praticantato e, infine, un esame di Stato che si tiene solo una volta all’anno e per i cui risultati occorre attendere non meno di sei mesi.

Anche se non è facile, dunque, chiunque abbia il desiderio di divenirlo può essere un avvocato. Una casta, invece, è per definizione composta da un numero chiuso o comunque ristretto di persone.

Diverso è, invece, il discorso della “sopravvivenza”: tutti, con un po’ di buona volontà e con sacrificio, possono indossare la toga; il problema è riuscire a conservarla per gli anni a venire. Come ti spiegherò nei prossimi paragrafi, la condizione economica di una buona parte dell’avvocatura italiana è davvero pessima. Il rischio, dunque, è di veder realizzato il proprio sogno solamente per poco tempo.

La condizione economica degli avvocati

Quanto detto sul finire del precedente paragrafo ci offre l’occasione di parlare di un altro aspetto per cui gli avvocati non sono una casta: la situazione economica. Gli avvocati, come tutti gli altri liberi professionisti, vivono un periodo storico di grande contrazione dei guadagni: la crisi economica globale e nazionale, non da ultimo, ha contribuito a restringere la clientela praticamente di tutti i legali.

I tempi degli avvocatoni con le loro grasse parcelle è un ricordo lontano e, se ancora oggi qualche avvocato si consente il lusso di presentare un onorario di migliaia e migliaia di euro, rappresenta l’eccezione.

La legge non tutela gli avvocati

Sei sicuro che la legge protegga gli avvocati? La classe forense non solo è tra le più bistrattate in assoluto, ma è anche tra le più vessate: un avvocato deve pagare da sé i propri contributi, le tasse, le spese ordinarie che occorrono per spostarsi da un tribunale all’altro, l’attrezzatura necessaria per gli invii telematici, le bollette del proprio studio, l’assicurazione professionale obbligatoria, l’iscrizione annuale all’ordine di appartenenza, e tante altre spese più o meno fisse. Per non parlare delle volte in cui l’avvocato deve anticipare le spese di giustizia perché il cliente è in ritardo con i pagamenti.

In quanto titolare di partita Iva, l’avvocato gode di una scarsissima tutela da parte della legge: non ha le ferie pagate, non gode di permessi di malattia, non può assentarsi da lavoro perché deve assistere i genitori anziani. Insomma: all’avvocato toccano tutti gli inconvenienti tipici della libera professione.

Il gratuito patrocinio penalizza gli avvocati

A dimostrazione del fatto che non esistono leggi che tutelano gli avvocati, ti parlerò brevemente del gratuito patrocinio. Come anticipato, poiché la difesa in giudizio è un obbligo, le persone titolari di un reddito inferiore ai limiti di legge (circa undicimila euro), può chiedere all’avvocato di essere assistito senza alcun esborso.

Nel caso di gratuito patrocinio, chi paga l’avvocato? La risposta è semplice: lo Stato. Ma hai idea di quanto tempo lo Stato ci metta a pagare un avvocato? Con la procedura di patrocinio a spese dello Stato, la parcella dell’avvocato verrà pagata:

  • solamente a fine incarico (il che può significare anche dover attendere un decennio);
  • ridotta di un terzo rispetto ai parametri ordinari;
  • con il ritardo tipico delle pubbliche amministrazioni.

Insomma, il gratuito patrocinio, per un avvocato, spesso e volentieri significa dover lavorare davvero gratuitamente.

In definitiva: gli avvocati sono una casta?

Tirando le fila di tutte le ragioni schematicamente esposte fino a questo momento, ritengo di non essere nel torto giungendo a questa conclusione: l’avvocatura non è una casta. Non esistono, infatti, favoritismi per gli avvocati, né privilegi da parte della legge. Sfido chiunque stia leggendo questo contributo a trovare una norma di legge che preferisca gli avvocati anziché altri lavoratori.

Se è vero che gli avvocati non sono una casta, bisogna però dire che, come in ogni ambito lavorativo, esiste una forma di coesione (piuttosto blanda, invero) tra gli avvocati, coesione dovuta essenzialmente a una forma di rispetto per la professione e per i tanti sacrifici che un legale deve fare per portare avanti il proprio studio tra mille difficoltà, economiche e burocratiche.

Insomma: tra avvocati c’è il rispetto che intercorre tra chiunque sia collega di un altro, in qualsiasi settore operi. Troppo poco per poter parlare di casta.

note

Autore immagine: 123rf.com


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