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Lavoro a domicilio: ultime sentenze

24 Novembre 2019
Lavoro a domicilio: ultime sentenze

Leggi le ultime sentenze su: lavoro a domicilio; ripartizione dell’onere probatorio; sussistenza del vincolo della subordinazione; configurazione di lavoro subordinato; modalità di esecuzione della prestazione; oggetto della prestazione del lavoratore; lavoro autonomo.

Lavoro a domicilio: presupposti, requisiti, condizioni 

Ritenuto che il lavoro a domicilio è compatibile con modalità di prestazione intrinsecamente precarie e carenti di garanzia giuridica in ordine alla continuità ed entità delle commesse, anche se la possibile precarietà del rapporto non esclude che lo stesso si attui, in concreto, con modalità tali da conferirgli una continuità qualificata e ragionevole e da renderlo pienamente assoggettabile anche alla disciplina limitativa del potere di regresso del datore di lavoro.

Ritenuto che il lavoro a domicilio realizza una forma di decentramento produttivo in cui l’oggetto della prestazione del lavoratore, resa in maniera continuativa all’esterno dell’azienda, e, però, organizzata ed utilizzata in funzione complementare o sostitutiva del lavoro eseguito all’interno di essa, e che, correlativamente, il vincolo di subordinazione viene a configurarsi come inserimento dell’attività del lavoratore nel ciclo produttivo aziendale, del quale la prestazione lavorativa resa diventa elemento integrativo; ritenuto che, perché tale condizione si realizzi è sufficiente che il lavoratore esegua lavorazioni analoghe ovvero complementari a quelle eseguite all’interno dell’azienda, sotto le direttive dell’imprenditore, le quali non devono necessariamente essere specifiche e reiterate, essendo sufficiente, secondo le circostanze, che esse siano inizialmente impartite una volta per tutte, mentre i controlli possono anche limitarsi alla verifica della buona riuscita della lavorazione.

Ritenuto, ancora, che la compatibilità del rapporto a domicilio con modalità di prestazione precarie e carenti di garanzia giuridica in ordine alla continuità ed entità delle commesse non esclude affatto la sussistenza di quell’attenuata subordinazione che la l. n. 877/1973 ha introdotto come “species” derogatoria rispetto al “genus” delineato dall’art. 2094 c.c.; ritenuto tutto quanto precede, il lavoro a domicilio, ancorché precario in questo limitato senso, resta pur sempre un rapporto di lavoro subordinato – ben differenziabile da quello autonomo, all’uopo essendo necessario, ma sufficiente che ricorrano i requisiti indicati dall’art. 1 l. n. 877/1973, come modificato dall’art. 2 l. n. 858/1980 – e, pertanto, sottoposto ai vincoli previsti dal cd. statuto dei lavoratori a tutela di questi ultimi.

Cassazione civile sez. lav., 21/10/2010, n.21625

Giudizio di accertamento negativo dell’obbligo contributivo

Nel giudizio di accertamento negativo dell’obbligo contributivo e con riguardo alla qualificazione del lavoro a domicilio come autonomo o subordinato, è onere del contribuente provare la sussistenza degli elementi che escludono la sussistenza del vincolo della subordinazione, quali la possibilità attribuita al lavoratore di accettare o rifiutare le singole commesse, la pattuizione di un prezzo con il committente di volta in volta, la piena discrezionalità in ordine ai tempi di consegna del lavoro stesso, non potendo certo richiedersi una prova negativa al riguardo da parte dell’istituto di previdenza, una volta accertata la presenza di elementi che connotano in termini di subordinazione il rapporto, con particolare riferimento all’inesistenza di una microunità imprenditoriale, idonea a configurare un’autonomia organizzativa del lavoratore.

Cassazione civile sez. lav., 05/04/2011, n.7747

Qualificazione del lavoro a domicilio

Ai fini della qualificazione del lavoro a domicilio come autonomo o subordinato — secondo la configurazione risultante dalla disciplina contenuta nella l. 18 dicembre 1973 n. 877, che, nel superare la distinzione fra lavoro a domicilio autonomo e subordinato, ha innovato rispetto a quella prevista dalla l. 13 marzo 1958 n. 264 — assume rilevanza la possibilità attribuita al lavoratore di accettare o rifiutare le singole commesse, all’esito di trattative concernenti le caratteristiche del lavoro ed il prezzo da stabilire di volta in volta, dovendosi accertare, in particolare, se tale possibilità di negoziazione sia limitata in ambiti prefissati dal contratto di lavoro, inserendosi in esso quale modalità di esecuzione, ovvero sia espressione di una realtà incompatibile con il lavoro subordinato, configurandosi, in tal caso, tanti contratti di lavoro autonomo per quante sono le singole commesse.

(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva qualificato quale rapporto di lavoro subordinato a domicilio il rapporto intercorrente tra una società ed alcune lavoratrici, valorizzando, fra l’altro, l’inserimento delle predette nel ciclo produttivo aziendale, l’assenza di concreti margini di discrezionalità delle stesse nell’esecuzione del lavoro, la correlazione del compenso al tipo di pezzo da lavorare e la determinazione da parte della società dei tempi di consegna).

Cassazione civile sez. lav., 11/01/2011, n.461

Lavoro a domicilio: la subordinazione

Il carattere della subordinazione è conferito al lavoro a domicilio dalla sottoposizione del lavoratore alle direttive tecniche del datore di lavoro-committente, le quali non lasciano spazio all’iniziativa del dipendente e uniformano il prodotto realizzato a domicilio alle esigenze aziendali.

Cassazione civile sez. lav., 23/12/2009, n.27110

Lavoro a domicilio: i requisiti della subordinazione

Perché possa reputarsi integrata la fattispecie di lavoro a domicilio, secondo i requisiti dettati dall’art. 1 l. n. 877 del 1973 (come modificato dall’art. 2 l. n. 858 del 1980), occorre, anzitutto, che il prestatore esegua il lavoro, nel proprio domicilio oppure in un locale di cui abbia la disponibilità, personalmente ovvero anche con l’aiuto accessorio di membri della sua famiglia conviventi e a carico, ma con esclusione di manodopera salariata o di apprendisti, nonché sia tenuto ad osservare le direttive dell’imprenditore per quel che riguarda le modalità di esecuzione, le caratteristiche e i requisiti del lavoro da svolgere, e che, inoltre, il datore di lavoro possa fare affidamento sulla prestazione del lavorante a domicilio, prestazione che si inserisce così nel ciclo produttivo aziendale e diviene elemento integrativo dell’attività imprenditoriale.

(Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, nel qualificare la fattispecie oggetto di cognizione come lavoro a domicilio, non aveva, però, adeguatamente motivato in ordine alle circostanze, pur riferite in sentenza, per cui i lavoratori avevano la possibilità di accettare o rifiutare le singole commesse di lavoro ovvero di negoziare il corrispettivo delle loro prestazioni, mancando di indagare sulla portata delle facoltà concesse ai lavoratori rispetto al contenuto complessivo del contratto di lavoro e se esse, quindi, potessero caratterizzare o meno il rapporto come ipotesi di lavoro autonomo).

Cassazione civile sez. lav., 19/10/2007, n.21954

Lavoro autonomo e lavoro subordinato: differenza

Nel lavoro a domicilio – secondo la configurazione risultante dalla disciplina contenuta nella l. 18 dicembre 1973 n. 977 – il vincolo di subordinazione si configura come inserimento dell’attività del prestatore nel ciclo produttivo dell’azienda, del quale la prestazione lavorativa resa, pur se in ambienti esterni e con mezzi e attrezzature anche propri del lavoratore stesso, ed eventualmente con l’ausilio dei suoi familiari purché conviventi e a carico, diventa parte integrante; tale integrazione si esprime non solo con l’obbligo di seguire analitiche e vincolanti indicazioni dell’azienda, bensì con l’ineludibile obbligo di lavorare, atteso che la configurabilità di una subordinazione, sia pure attenuata, deve escludersi allorquando, invece, il lavoratore goda di piena libertà di accettare o rifiutare il lavoro commessogli ovvero abbia piena discrezionalità in ordine ai tempi di consegna del lavoro, dovendosi comunque precisare che nei casi in cui l’accertamento e la valutazione delle modalità della prestazione lascino spazi di incertezza e ambiguità è utile avere riguardo anche alla volontà delle parti, espressa nella regolamentazione del loro rapporto e che in difetto di sufficienti indici rivelatori della sussistenza di un vincolo di subordinazione, il cui onere probatorio incombe a chi lo deduce, deve essere esclusa l’applicabilità al lavoro a domicilio della disciplina del lavoro subordinato.

(Nella specie, la Suprema Corte ha cassato la sentenza impugnata che non si era attenuta all’enunciato principio, valorizzando essenzialmente il contenuto e la durata nel tempo della prestazione, sottolineando il carattere non artistico ma seriale della stessa, l’assenza di organizzazione in capo ai prestatori, pantografisti a domicilio, desunta dalla non disponibilità dei più significativi arnesi e macchinari per eseguire il lavoro, trascurando elementi quali la volontà esplicitata dalle parti e la valutazione dei caratteri minimi della subordinazione).

Cassazione civile sez. lav., 14/03/2007, n.5913

Lavoro a domicilio: direttive dell’imprenditore

In tema di lavoro a domicilio non occorre accertare se sussistano i caratteri propri del lavoro subordinato “tout court”, ma è necessario e sufficiente che ricorrano i requisiti indicati dalla l. n. 877/1973, art. 1, e cioè che il lavoratore esegua il lavoro nel proprio domicilio o in locale di cui abbia la disponibilità e che tale lavoro sia eseguito personalmente o con l’aiuto di familiari; il lavoratore deve essere tenuto a seguire le direttive dell’imprenditore quanto alle modalità di esecuzione del lavoro, talché il lavoro a domicilio realizza il decentramento produttivo in cui la lavorazione compiuta rientra nel ciclo aziendale, ma viene svolta all’esterno e si configura come estrinsecazione di energie lavorative piuttosto che come obbligazione di risultato, in funzione di complemento o sostituzione del lavoro svolto all’interno dell’azienda. La subordinazione viene in tal caso a configurarsi come inserimento del lavoratore nel ciclo produttivo dell’azienda.

Cassazione civile sez. lav., 12/03/2007, n.5693

Lavoro a domicilio: iscrizione all’albo delle imprese artigiane 

L’iscrizione all’albo delle imprese artigiane è priva di carattere costitutivo e non impedisce di contestare l’esistenza dei presupposti per il riconoscimento della subordinazione lavorativa fra l’iscritto e il committente il lavoro a domicilio; né tale conclusione è compromessa, sul piano logico, dall’anteriorità dell’iscrizione rispetto alla nascita della società datrice di lavoro, nulla vietando di ipotizzare che un soggetto iscritto quale imprenditore artigiano possa, mantenendo l’iscrizione, modificare radicalmente il modulo della propria attività di lavoro ed entrare in rapporto di subordinazione lavorativa con una società costituitasi dopo la sua iscrizione.

Cassazione civile sez. lav., 10/02/2006, n.2895

Lavoro a domicilio: modalità di esecuzione del lavoro

È qualificabile come subordinato il rapporto di lavoro a domicilio che, come nella specie, venga svolto sulla base di direttive imprenditoriali, relative alle modalità di esecuzione del lavoro, impartite una volta per tutte all’inizio dell’attività lavorativa, anche mediante la consegna di un modello da riprodurre nei suoi particolari, così da poter escludere margini di autonomia esecutiva nello svolgimento della prestazione di lavoro.

Cassazione civile sez. lav., 24/02/2005, n.3835

Oggetto della prestazione del lavoratore

Il lavoro a domicilio realizza una forma di decentramento produttivo, in cui l’oggetto della prestazione del lavoratore assume rilievo non già come risultato, ma come estrinsecazione di energie lavorative, rese in maniera continuativa all’esterno della azienda, e però organizzate ed utilizzate in funzione complementare e sostitutiva del lavoro eseguito all’interno di essa e nella quale, correlativamente, il vincolo di subordinazione viene a configurarsi come inserimento dell’attività del lavoratore nel ciclo produttivo aziendale, del quale la prestazione lavorativa da lui resa – pur se in ambienti esterni all’azienda e con mezzi ed attrezzature anche proprie del lavoratore stesso ed eventualmente anche con l’ausilio dei suoi familiari, purché conviventi ed a carico – diventa elemento integrativo (c.d. subordinazione tecnica).

Nè valgono di per sè ad escludere la configurabilità del suddetto tipo di rapporto, l’iscrizione del prestatore di lavoro all’albo delle imprese artigiane (in quanto ad una iscrizione formale priva di valore costitutivo può non corrispondere l’effettiva esplicazione di attività lavorativa autonoma), ovvero l’emissione di fatture per il pagamento delle prestazioni eseguite (potendo tale formalità essere finalizzata proprio alla elusione della normativa legale), oppure la circostanza che il lavoratore svolga la sua attività per una pluralità di committenti.

Cassazione civile sez. lav., 11/11/2004, n.21449

Lavoro a domicilio: natura del rapporto di lavoro

La qualificazione giuridica del rapporto di lavoro effettuata dal giudice di merito è censurabile in sede di legittimità soltanto limitatamente alla scelta dei parametri normativi di individuazione della natura subordinata o autonoma del rapporto, mentre l’accertamento degli elementi, che rivelano l’effettiva presenza del parametro stesso nel caso concreto attraverso la valutazione delle risultanze processuali e sono idonei a ricondurre la prestazione al suo modello, costituisce apprezzamento di fatto, che, se immune da vizi giuridici e adeguatamente motivato, resta insindacabile in Cassazione.

(Nella specie, il giudice di merito, con la sentenza confermata dalla S.C., aveva ravvisato gli elementi qualificanti del rapporto di lavoro subordinato a domicilio, sulla base dei tre seguenti elementi: a) che il lavoratore era tenuto ad osservare le direttive dell’imprenditore circa le modalità di esecuzione, le caratteristiche e i requisiti del lavoro da svolgere, nella esecuzione parziale, nel completamento o nella intera lavorazione di prodotti oggetto dell’attività del committente. b) che il lavoro era eseguito senza ausilio di manodopera salariata; c) che la prestazione lavorativa riguardava prodotti oggetto dell’attività del committente ed il lavoratore era inserito nel ciclo produttivo dell’impresa, restando irrilevanti l’iscrizione del prestatore di lavoro all’albo delle imprese artigiane, il possesso di partita i.v.a., la mancata fissazione di termini rigorosi per la consegna del lavoro commissionato, o l’utilizzazione da parte del lavoratore di attrezzature proprie.

Cassazione civile sez. lav., 17/01/2004, n.669



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