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Berlusconi al processo trattativa Stato-mafia

11 Novembre 2019
Berlusconi al processo trattativa Stato-mafia

Stamattina, davanti ai giudici di Palermo, Silvio Berlusconi si è avvalso della facoltà di non rispondere alle domande nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Si è avvalso della facoltà di non rispondere l’ex premier Silvio Berlusconi, sentito questa mattina a Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia, dove è indagato nel procedimento aperto sulle stragi mafiose del 1993 e ora pendente in appello. Il resoconto dell’accaduto è fornito dall’agenzia Adnkronos.

All’udienza, Berlusconi si è presentato puntuale arrivando nell’aula bunker insieme ai suoi difensori, gli avvocati Franco Coppi e Nicolò Ghedini. La sua citazione era stata chiesta dalla difesa dell’imputato Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado a 12 anni di carcere e che stamane non era presente. In questo processo Berlusconi è “testimone assistito” poiché risulta indagato nel processo connesso sui mandanti delle stragi occulte del 1993; dunque, non ha l’obbligo di rispondere.

Appena aperto il processo, gli avvocati difensori di Dell’Utri hanno chiesto di proiettare un video contenente una intervista a Silvio Berlusconi fatta il 20 aprile 2018 subito dopo la pronuncia della sentenza di primo grado del processo trattativa tra Stato e mafia, nella quale il Cavaliere aveva dichiarato che «il governo Berlusconi non ha mai ricevuto nel ’94 e negli anni a seguire nessuna minaccia dalla mafia o dai suoi rappresentanti». La Corte ha però respinto la richiesta, ma ha disposto la trascrizione dell’intervista e la sua acquisizione agli atti del processo.

Al momento di deporre, Berlusconi si è seduto sullo scranno del testimone e ha dichiarato di volersi avvalere della facoltà di non rispondere. Le domande avrebbero dovuto riguardare «quanto sa a proposito delle minacce mafiose subite dal Governo da lui presieduto nel 1994 mentre era premier».

Il Collegio ha preso atto di questa sua legittima facoltà e così Berlusconi ha abbandonato l’aula subito dopo. Durante questo suo intervento ha chiesto di non essere ripreso dalle telecamere e dai fotografi e non ha rilasciato dichiarazioni.

Nella sentenza di primo grado, ora appellata nel processo in corso oggi, i giudici avevano scritto che «con l’apertura alle esigenze dell’associazione mafiosa Cosa nostra, manifestata da Dell’Utri nella sua funzione di intermediario dell’imprenditore Silvio Berlusconi nel frattempo sceso in campo in vista delle politiche del 1994, si rafforza il proposito criminoso dei vertici mafiosi di proseguire con la strategia ricattatoria iniziata da Riina nel 1992» e avevano aggiunto che, nonostante non vi sia «prova diretta dell’inoltro della minaccia mafiosa da Dell’Utri a Berlusconi, perché solo loro sanno i contenuti dei loro colloqui, ci sono ragioni logico-fattuali che inducono a non dubitare che Dell’Utri abbia riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa Cosa nostra mediati da Vittorio Mangano».


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