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Mensa scolastica: si può portare cibo da casa?

12 Novembre 2019 | Autore:
Mensa scolastica: si può portare cibo da casa?

Pasto domestico alla mensa della scuola: è una condotta lecita? Come funziona il servizio di ristorazione scolastica? Cosa dice la giurisprudenza?

Sicuramente saprai, perché sei genitore o per esperienza diretta, che le scuole italiane mettono a disposizione un servizio di refezione comunemente definito “mensa”. La mensa serve a far sì che gli alunni impegnati con il rientro nelle ore pomeridiane non debbano allontanarsi dall’istituto per poi ritornare per il prosieguo delle lezioni. Non tutti, però, si avvalgono del predetto servizio: a volte per motivi economici alcune famiglie preferiscono far rientrare i figli oppure preparare per loro un pasto a parte (il classico panino); altre volte, invece, la mensa non offre pasti adeguati alle singole esigenze e, per tale ragione, alcuni alunni ne chiedono l’esonero. Secondo la legge italiana, è possibile portare cibo da casa alla mensa scolastica?

Il quesito sembra di poco conto, quasi banale; in realtà, qualche tempo fa è salito agli onori della cronaca grazie a una sorprendente sentenza resa a Sezioni unite dalla Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che gli scolari sono costretti a mangiare alla mensa, senza possibilità per loro di poter portare del cibo da casa. Insomma, no al panino portato da casa alla mensa scolastica.

Eppure, l’orientamento sul punto sembra non esser univoco. Se pensi che il divieto di portare il cibo da casa alla mensa scolastica sia ingiusto, prosegui nella lettura: ne parleremo insieme analizzando gli ulteriori sviluppi della giurisprudenza.

Ristorazione scolastica: come funziona?

La mensa scolastica è un servizio che le scuole mettono a disposizione degli alunni quando l’orario di studio si estende anche alle ore pomeridiane. Per la precisione, la ristorazione scolastica deve essere offerta dal Comune di appartenenza, il quale deve garantire locali conformi alle norme tecniche per l’edilizia scolastica, e fornire un servizio di mensa che garantisca un pasto di qualità nel rispetto delle norme igienico sanitarie, può gestire il servizio direttamente oppure appaltarlo a imprese private.

All’istituto scolastico spetta, invece, garantire, durante il tempo dedicato alla refezione, l’assistenza educativa mediante il personale docente e l’assistenza materiale attraverso il personale ausiliario (personale ata).

Il servizio mensa è erogato senza nuovi o maggiori oneri per gli enti pubblici interessati e in forma gratuita ovvero con contribuzione delle famiglie a copertura dei costi, previa individuazione delle fasce di reddito sino al limite della gratuità. In pratica, alle famiglie con reddito inferiore ai limiti di legge deve essere garantito un servizio di ristorazione gratuito.

Il servizio mensa viene messo a disposizione solamente nel caso in cui gli alunni abbiano il cosiddetto “tempo pieno” o “tempo prolungato”, cioè quando debbano rimanere a scuola anche nelle ore pomeridiane. In questo caso i Comuni, proprietari degli edifici scolastici, mettono a disposizione delle famiglie un servizio di mensa facoltativo. Approfondiamo questo specifico aspetto.

La mensa scolastica è obbligatoria?

Se un alunno deve rientrare a scuola nel pomeriggio per completare l’orario scolastico, è obbligato a servirsi della mensa? Ovviamente no: secondo la legge [1], la mensa è un servizio facoltativo, per le alunne e agli alunni delle scuole pubbliche dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado.

Ma v’è di più: non solo l’alunno è libero di scegliere se pranzare avvalendosi della ristorazione scolastica, ma nemmeno il Comune può essere obbligato a mettere a disposizione tale servizio, qualora questo gravi sulle risorse economiche pubbliche oppure non vi siano le condizioni per poterlo attuare adeguatamente (ad esempio, mancanza di locali idonei a ospitare la refezione).

Secondo la giurisprudenza [2], la mensa scolastica è un servizio locale a domanda individuale, non obbligatorio per l’ente locale e facoltativo per l’utente.

Pasto domestico alla mensa: si può?

Posto che la mensa scolastica è un servizio che il Comune può garantire a determinate condizioni, e che gli alunni non sono obbligati ad avvalersene, affrontiamo ora il problema principale di questo articolo: si può portare il cibo da casa alla mensa scolastica?

In altre parole, l’alunno che vuole andare nei locali della mensa scolastica con i propri compagni, ma non vuole mangiare ciò che viene preparato dal servizio, bensì un pasto portato da casa o uno preconfezionato, è legittimato a tale comportamento?

Sul punto, è intervenuta una recente sentenza della Corte di Cassazione [3] la quale ha suscitato non poco scalpore. Secondo i supremi giudici, non è possibile introdurre all’interno della ristorazione scolastica cibo differente da quello ivi servito; non esisterebbe, dunque, un diritto all’autorefezione individuale, cioè un diritto a consumare un pasto domestico all’interno dei locali adibiti alla mensa scolastica.

Dunque, alla luce di questa sentenza, possiamo dire che l’alunno delle scuole primarie e secondarie di primo grado può liberamente scegliere, nel caso di orario pieno e, dunque, di obbligo di rientrare a scuola, di non avvalersi del servizio mensa messo a disposizione da Comune e scuola; tuttavia, se decide di partecipare, non potrà consumare un pasto portato da casa, ma dovrà scegliere tra ciò che è stato cucinato alla mensa scolastica.

Tra l’altro, con la medesima sentenza la Suprema Corte condanna anche la pratica di mangiare il proprio pasto portato da casa durante l’orario della mensa ma al di fuori dei locali adibiti alla ristorazione (ad esempio, in classe): tale condotta, infatti, sarebbe contraria allo spirito di socializzazione che ispira l’attività scolastica, in quanto costringerebbe gli studenti che non si avvalgono della mensa a dover rimanere a scuola, ma isolandosi così dal resto dei compagni.

Cibo da casa alla mensa: è davvero vietato?

Nonostante la pronuncia appena citata delle Sezioni unite della Corte di Cassazione, la giustizia amministrativa non sembra essere dello stesso avviso: una recentissima sentenza del Tar Lazio [4] ha espressamente riconosciuto il diritto degli alunni di consumare, presso il locale refettorio della scuola, il cibo portato da casa nelle scuole nelle quali è istituto il servizio di refezione scolastica.

Secondo questo orientamento (sostenuto costantemente dalla giurisprudenza amministrativa [5]), non sussisterebbero reali ragioni ostative alla possibilità che gli alunni consumino un pasto portato da casa, essendo infondata il motivo per cui, come sostenuto da alcuni, il consumo di pasti confezionati a domicilio o comunque acquistati autonomamente potrebbe rappresentare un comportamento non corretto dal punto di vista nutrizionale, oltre che una possibile fonte di rischio igienico sanitario.

Insomma, una vera e propria spaccatura: da un lato, la Corte di Cassazione dice che gli studenti non possono consumare nelle sale adibite a mensa scolastica pasti diversi da quelli offerti dal servizio di ristorazione; dall’altro, la giustizia amministrativa sostiene l’esatto contrario.

Merenda durante la ricreazione: si può?

Quanto detto in tema di cibo portato da casa alla mensa scolastica non vale, ovviamente, per quanto concerne il consumo di merende portate da casa durante il tempo destinato alla ricreazione, il quale non interferisce con il servizio pubblico della refezione scolastica.


note

[1]  Art. 6, comma 1, D. lgs n. 63/2017.

[2] Corte di Appello di Torino, sent. n. 1059 del 21 giugno 2016.

[3] Cass., sez. un., sent. n. 20504 del 30 luglio 2019.

[4] Tar Lazio, sent. n. 6918 del 25 ottobre 2019.

[5] Consiglio di Stato, sent. n. 5156 del 3 settembre 2018.

Autore immagine: 123rf.com


3 Commenti

  1. “… una sorprendente sentenza resa a Sezioni unite dalla Corte di Cassazione, la quale ha stabilito che gli scolari sono costretti a mangiare alla mensa, senza possibilità per loro di poter portare del cibo da casa”.

    Quindi, secondo voi, la Cassazione affermerebbe che il servizio mensa facoltativo e a domanda individuale è in realtà obbligatorio, e che l’iscrizione alla scuola pubblica sarebbe soggetta alla sottoscrizione e al pagamento di tale servizio? Secondo voi la Cassazione obbliga i genitori alla sottoscrizione di un servizio facoltativo e vieta il consumo di cibo portato da casa nelle scuole? Credo che fareste meglio a rileggervi bene la Sentenza della Cassazione, citandola con precisione, prima di diffondere informazioni che non corrispondono al vero, fuorviando i lettori.

    1. La Cassazione ha annullato una sentenza della Corte d’Appello di Torino che aveva affermato il principio opposto, secondo cui era legittimo portarsi il cibo da casa e, dunque, consentiva ai genitori di scegliere cosa far mangiare ai loro figli a scuola. D’ora in poi, invece, gli alunni non potranno consumare cibi diversi da quelli proposti dalle ditte appaltatrici dei servizi di mensa; l’unica alternativa, per chi non vuole far mangiare loro il cibo preparato dalla scuola, sarà quella di riportarli a casa durante l’orario dei pasti. Resta, invece, consentito portarsi il panino che si vuole, lo snack o la merenda preferita per la ricreazione. Per maggiori informazioni, leggi il nostro articolo sulla mensa scolastica: no al panino portato da casa https://www.laleggepertutti.it/295011_mensa-scolastica-no-al-panino-portato-da-casa

  2. Per integrare e motivare le mie domande poste sopra:

    Se è vero che la Cassazione ha detto che “il diritto all’autorefezione non può definirsi un diritto assoluto incondizionato”, è stato comunque riconosciuto alla stregua di un diritto sociale “condizionato alle ponderate scelte organizzative rimesse all’Amministrazione Scolastica, chiamata ad operare un bilanciamento tra gli interessi”.

    La Cassazione rimette al giudizio del Giudice Amministrativo eventuali contenziosi che potrebbero venirsi a creare.

    La massima espressione della Giustizia Amministrativa dotata, in materia di servizi pubblici, di giurisdizione esclusiva è il Consiglio di Stato, che con una sentenza ancora oggi pienamente valida ed efficace (n. 5156 del 2018) ha sentenziato per difendere il diritto al pasto domestico.

    Si premette che per legge (Cassazione e Consiglio di Stato dixit):

    la mensa è un servizio facoltativo a domanda individuale e non potrà mai essere imposta alle famiglie;

    il tempo mensa (e non il servizio mensa) è tempo scuola ovvero il tempo della refezione scolastica è di fatto un momento scolastico così come lo è la lezione in classe. Durante una lezione di matematica la scuola non può allontanare dall’edificio scolastico un alunno costringendo il genitore a portarlo a casa e così non potrà fare la stessa cosa durante il momento del pasto. Sarebbe interruzione di pubblico servizio. Saranno sempre e soltanto i genitori a scegliere di farlo, se lo vorranno, firmando un’apposita autorizzazione;

    lasciare digiuno un alunno sarebbe un reato configurabile penalmente;

    La somma di questi tre assiomi di leggi genera come unico risultato possibile il fatto che la Scuola debba trovare una soluzione per consentire la fruizione del “tempo scuola” anche a chi non aderisce al “servizio mensa” facoltativo, bilanciando gli interessi di cui parla la Cassazione. Sono le scuole ad essere chiamate ad operare un bilanciamento tra gli interessi, non i genitori ad essere costretti a sottoscrivere un servizio facoltativo esterno a pagamento. Se così non fosse, e se la legge stabilisse l’obbligatorietà dell’iscrizione alla mensa nonché il divieto del pasto domestico (che non è un panino), i molti presidi che oggi bilanciano gli interessi delle parti consentendo il consumo del pasto da casa starebbero violando la legge. Io credo che a violare la legge sia chi impone ai genitori la sottoscrizione di un servizio facoltativo e non opera un bilanciamento tra gli interessi.

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