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Come denunciare un avvocato che ti ha truffato

12 Novembre 2019
Come denunciare un avvocato che ti ha truffato

Il legale ti ha truffato? Ecco come difenderti: l’esposto alla procura della repubblica e al consiglio dell’ordine per l’illecito disciplinare. L’azione di risarcimento.

L’avvocato è il tutore della legge, o meglio delle ragioni del proprio cliente. Ciò nonostante, anche i paladini del diritto possono compiere atti illeciti. Una rassegna di recenti pronunce spiega come difendersi e come denunciare l’avvocato che ti ha truffato. 

In questa guida, parleremo dei comportamenti compiuti in malafede, quelli cioè volti a truffare il proprio assistito. Terremo, quindi, distinta la trattazione dai semplici errori dovuti a negligenza, distrazione o ignoranza: errori questi ultimi che, al più, possono garantire il risarcimento del danno per responsabilità professionale. Peraltro, in tali casi, l’indennizzo è soggetto a una importante limitazione: deve risultare che, senza l’errore, l’esito del giudizio sarebbe stato diverso per il cliente o comunque meno gravoso. Al contrario, le condotte dolose, che violano norme penali, garantiscono sempre una tutela giudiziaria. 

Ecco allora come denunciare l’avvocato scorretto o, comunque, come comportarsi in presenza di un comportamento truffaldino.

Che fare se l’avvocato firma la procura al posto del cliente?

Per poter agire in giudizio in nome e per conto del proprio assistito, l’avvocato deve farsi rilasciare da questi una procura a margine dell’atto processuale. Senza tale procura, gli effetti del giudizio non possono ricadere sul cliente che, giustamente, non ha conferito alcuna delega al professionista. Quindi, tanto per fare un esempio, se l’avvocato perde una causa, ma la procura è falsa o non è mai stata rilasciata, l’assistito non ne subisce gli effetti negativi. Spetterà all’avvocato pagare le spese processuali [1].

La Cassazione ha, di recente, detto che [2], nel caso in cui l’avvocato firmi la procura per conto del cliente commette reato, quello di «falso ideologico», e pertanto può essere denunciato dal suo assistito entro 3 mesi da quando ha scoperto l’illecito. 

La condanna è inflitta a prescindere del rapporto professionale abituale e stabile in essere tra il legale e le clienti.

L’avvocato poi può essere denunciato al consiglio dell’ordine per illecito disciplinare che ne disporrà le sanzioni. Infine, se il cliente ha subìto dei danni, dimostrando gli stessi potrà ottenere anche il risarcimento tramite un giudizio civile. 

L’avvocato presenta una parcella superiore a quella concordata

L’avvocato ha l’obbligo di presentare un preventivo scritto al momento del conferimento del mandato, anche se il cliente non lo chiede. Se ciò non dovesse avvenire e, al momento della presentazione della parcella, dovessero sorgere contestazioni, l’avvocato dovrà rivolgersi al tribunale che però rideterminerà l’ammontare del compenso sulla base dei limiti tariffari determinati dal DM 104 del 2014.

L’avvocato finge di aver finto la causa 

In un recente caso [3], la Cassazione ha ritenuto colpevole per il reato di «falsità materiale in atto pubblico» l’avvocato che, per fingere nei confronti del proprio cliente l’esito vittorioso della causa, aveva creato da sé, con il proprio computer, una sentenza in realtà inesistente tanto da farla apparire come l’originale. 

Anche in questo caso, quindi, sussistendo un reato, è possibile procedere a denuncia alla Procura della Repubblica e al consiglio dell’ordine. 

Avvocato si mette d’accordo con la controparte

Quante volte si sente dire che il proprio avvocato avrebbe perso la causa perché si sarebbe messo segretamente d’accordo con quello dell’avversario. In verità, bisogna avere le prove di quanto si afferma: non basta aver semplicemente visto i due legali abbracciarsi perché amici di lunga data (succede spesso tra professionisti, per come è naturale che sia tra tutte le persone). È chiaro che chi abbia le prove di ciò che afferma e ritenga di aver «incastrato» il proprio difensore nel “vendere” le proprie ragioni alla controparte, ha la possibilità di presentare una denuncia al Consiglio dell’ordine degli avvocati per «responsabilità deontologica» del legale, cui seguiranno le relative sanzioni disciplinari. Si può poi procedere con una denuncia penale per patrocinio infedele. 

Infine, dimostrando che la causa, in assenza dell’accordo truffaldino avrebbe avuto un diverso corso, più vantaggioso per la vittima del reato, è possibile formulare al tribunale civile una richiesta di risarcimento del danno. “Vendere” una causa già “persa” non dà diritto ad alcun risarcimento.

Maggiori approfondimenti in Se il mio avvocato si mette d’accordo con quello dell’avversario.

Sempre la Cassazione [4] ha detto che, se anche interviene accordo tra le parti, il cliente deve corrispondere al proprio difensore il saldo dell’acconto già pattuito. Quando il cliente corrisponde un acconto a titolo di rimborso forfettario e spese generali anche di poco inferiore rispetto a quello concordato con il difensore, sussiste l’obbligo da parte del primo di corrispondere in favore del secondo la differenza, anche nell’ipotesi in cui intervenga una transazione tra le parti processuali con accollo delle spese legali a carico della controparte.  

L’avvocato non emette fattura

In tema di fatturazione dei compensi, l’avvocato ha l’obbligo di emettere fattura tempestiva e contestuale alla riscossione dei compensi percepiti; non rileva l’eventuale ritardo nell’adempimento da parte del cliente. La violazione di tale obbligo è sanzionata dal codice deontologico forense [5]. È quanto chiarito di recente dal Consiglio Nazionale Forense in una recente sentenza [6].

Restano ovviamente salve le conseguenze di carattere fiscale se l’avvocato pretende il nero senza emettere alcun documento fiscale. In tale ipotesi è possibile la segnalazione all’Agenzia delle Entrate. Nell’arco di un anno, però, l’avvocato può ravvedersi e ridurre le sanzioni. 

L’avvocato si fa pagare nonostante il gratuito patrocinio

Costituisce una truffa alla Stato il comportamento dell’avvocato che, nonostante abbia accettato l’incarico con il gratuito patrocinio, si faccia corrispondere dal cliente meno abbiente una parte del compenso in contanti. L’assistito può rifiutarsi di pagare tale somma e denunciare l’avvocato sia al consiglio dell’ordine che alla Procura della Repubblica. 

note

[1] Cass. ord. n. 11930/2018.

[2] Cass. sent. n. 45451/19 dell’8.11.2019.

[3] Cass. sent. n. 45369/2019.

[4] Cass. sent. n. 28488/19 del 6.11.2019.

[5] Artt. 16 e 29 cod. deontologico forense.

[6] Cnf sent. n. 1/19 del 27.02.2019.

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 17 ottobre – 7 novembre 2019, n. 45369

Presidente Sabeone – Relatore Tudino

Ritenuto in fatto

1.Con la sentenza impugnata, emessa il 19 ottobre 2017, la Corte d’appello di Brescia ha, in parziale riforma della decisione del Tribunale di Bergamo che aveva affermato la responsabilità penale di M.C.R. per il delitto di falso materiale in atto pubblico e falso ideologico commesso dal privato in riferimento alla formazione di una falsa sentenza, apparentemente emessa in favore di B.L. , qualificato il fatto ai sensi degli artt. 478 e 482 c.p., rideterminando la pena.

2.Avverso la sentenza ha proposto ricorso l’imputato, per mezzo del difensore, avv. Stefano Epicoco, articolando tre motivi.

2.1. Con il primo motivo, deduce nullità dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari per essere stata la relata apposta sul certificato di residenza dell’imputato, con omissione di qualsivoglia indicazione relativa alla consegna dell’atto, mentre la questione è stata tempestivamente proposta nel giudizio di primo grado e ribadita nell’atto d’appello.

2.2. Con il secondo motivo, deduce erronea applicazione della legge penale e della legge processuale in riferimento all’inesistenza dell’atto che si assume falso, consistente nella mera creazione ex novo di una sentenza civile relativa ad una causa mai instaurata, trasmessa alla parte a mezzo fax e priva di attestazione di conformità, con conseguente esclusione del reato di cui all’art. 478 c.p..

2.3. Il terzo motivo censura il vizio di motivazione in relazione ai rapporti correnti tra l’imputato – avvocato – e la persona offesa – nipote della compagna di questi – che escludono la finalizzazione del falso all’inganno a terzi, riconducendone la causale a mere ragioni di opportunità familiare, con conseguente eccessiva determinazione della provvisionale in favore della parte civile.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile, mentre i fatti vanno correttamente qualificati ai sensi degli artt. 476 e 482 c.p..

1. Il primo motivo di ricorso è manifestamente infondato.

Il ricorrente postula nullità della notifica dell’avviso di cui all’art. 415-bis c.p.p. per essere stata la relata apposta sul certificato di residenza dell’imputato, omettendo di rilevare come dagli atti risulti ritualmente consegnato l’avviso stesso, unitamente al predetto certificato funzionale all’esatta determinazione del domicilio del destinatario – mentre la dichiarazione del pubblico ufficiale è stata apposta sull’ultimo (il quarto) dei fogli di cui si componeva l’atto.

In tema di notificazioni, invero, la relata va compilata in calce all’atto da notificare e alla copia notificata, ma può anche essere redatta in un foglio separato o in un atto in cui la polizia giudiziaria attesti l’espletamento di altre attività delegate dal pubblico ministero, sempre che non sussistano dubbi sul documento cui essa si riferisce e che sia assicurata la completezza dell’atto notificato (Sez. 3, n. 197 del 06/11/2012 – dep. 2013, Zanotti, Rv. 254151, N. 6791 del 2000 Rv. 216710).

Donde l’attestazione delle attività compiute dal pubblico ufficiale su di un foglio, pur intrinsecamente estraneo all’atto, ma al medesimo allegato e con il primo consegnato al destinatario, non comporta invalidità della notificazione.

2.Sono, del pari, inammissibili gli ulteriori motivi.

2.1. Va, innanzitutto, rilevato come la qualificazione giuridica attribuita ai fatti nella sentenza impugnata non sia corretta.

La Corte territoriale ha ritenuto che la trasmissione alla apparente parte attrice vittoriosa di una sentenza inesistente, integralmente creata nel corpo motivazionale e corredata dalla riproduzione della firma del giudice e del cancelliere, integrasse il diverso reato di cui agli artt. 478 e 482 c.p. che punisce, invece, il falso in copia autenticata.

Nella struttura della norma incriminatrice citata, l’autenticazione del pubblico ufficiale, e cioè la falsa attestazione di conformità, costituisce un elemento integrativo della fattispecie (Sez. 5, n. 3023 del 23/11/1979 – dep. 1980, Caprani, Rv. 144545; Sez. 6, n. 5342 del 10/02/1984, Di Muro, Rv. 164706), che punisce la formazione ed il rilascio in forma legale della pretesa copia di un atto inesistente; onde, se la copia è semplice, essa non può costituire l’oggetto materiale della fattispecie di cui all’art. 478 c.p., che contempla, fra l’altro, due ipotesi di falsità in copia autentica (da intendersi, a sua volta, quale atto derivativo e complesso, costituito dalla riproduzione fedele e completa di una dichiarazione contenuta in un documento originale e da una dichiarazione di conformità all’originale resa da un pubblico ufficiale), e segnatamente: a) la formazione della copia autentica di un atto inesistente (simulazione di copia di atto inesistente); b) la formazione della copia autentica di un atto diverso da quello esistente (rilascio di copia diversa dall’originale).

Presupposto per l’applicazione di tale fattispecie, che si riferisce alla particolare ipotesi della formazione di una copia autentica, è, dunque, l’inesistenza assoluta di un originale (che non deve essere mai esistito) ovvero l’esistenza di un originale che viene “copiato” in modo difforme.

La falsità dell’atto di autenticazione, infatti, è sempre preceduta, nello schema normativo delineato dall’art. 478 cit., da un’altra falsità che si consuma attraverso la formazione della falsa copia: falsità, questa, la cui natura, come osservato dalla dottrina, è materiale non solo quando viene simulato un atto inesistente, ma anche nell’ipotesi in cui si forma una copia difforme dall’originale, perché il documento copia, prima dell’autenticazione, non è rappresentativo di alcun atto del su suo confezionatore, che possa dirsi ideologicamente falso.

Donde l’erronea qualificazione giuridica attribuita dalla Corte territoriale alla fattispecie in disamina, in cui è stata trasmessa, a mezzo posta elettronica, una mera copia di sentenza, non corredata da attestazioni di conformità; dunque si discute del falso dell’atto trasmesso, e non già di una – inesistente – dichiarazione di conformità della sentenza all’originale.

Il fatto in disamina trova, dunque, la sua corretta qualificazione giuridica ai sensi degli artt. 482 e 476 c.p., in linea con l’originaria imputazione.

2.2. Sulla rilevanza penale del falso in copia si sono appena pronunciate le Sezioni Unite di questa Corte (n. 35814 del 28 marzo 2019, dep. 7 agosto 2019) statuendo come “La formazione della copia di un atto inesistente non integra il reato di falsità materiale, salvo che la copia assuma l’apparenza di un atto originale”.

Siffatto principio di diritto, per il quale è irrilevante la preesistenza ovvero la integrale creazione dell’atto utilizzato in copia, valorizza quel filone esegetico che si incentra “sulle ipotesi in cui la copia di un documento si presenti o venga esibita con caratteristiche tali, di qualsiasi guisa, da voler sembrare un originale, ed averne l’apparenza, ovvero la sua formazione sia idonea e sufficiente a documentare nei confronti dei terzi l’esistenza di un originale conforme: in tal caso la contraffazione si ritiene sanzionabile ex artt. 476 o 477 c.p., secondo la natura del documento che mediante la copia viene in realtà falsamente formato o attestato esistente (cfr., in motivazione, Sez. 5, n. 7385 del 14/12/2007, dep. 2008, Favia, Rv. 239112; v., inoltre, Sez. 5, n. 9366 del 22/05/1998, Celestini, Rv. 211443)”.

A tal fine, è stato selezionato un criterio di riferimento oggettivo, per cui lo stesso soggetto che produce la copia deve compiere anche un’attività di contraffazione che vada ad incidere materialmente sui tratti caratterizzanti il documento in tal modo prodotto, attribuendogli una parvenza di originalità, così da farlo sembrare, per la presenza di determinati requisiti formali e sostanziali, un provvedimento originale o la copia conforme, originale, di un tale atto, ovvero una copia comunque documentativa dell’esistenza di un atto corrispondente. La volontà di sorprendere la fede pubblica, in tal modo, si realizza attraverso un comportamento ontologicamente inquadrabile nella ipotesi di falso per contraffazione poiché, almeno apparentemente, creativo di un atto originale in realtà inesistente, sì da determinarne oggettivamente, nelle intenzioni dell’agente, un’apparenza esterna di originalità.

Entro tale prospettiva, a ben vedere, è stata segnalata l’irrilevanza della circostanza di fatto legata alla materiale esistenza o meno dell’atto “originale” rispetto al quale dovrebbe operarsi il raffronto comparativo con la copia, perché l’intervento falsificatorio effettuato con la modalità della contraffazione assume come riferimento non tanto la copia in sé, quanto il falso contenuto dichiarativo o di attestazione apparentemente mostrato dalla natura della copia formata ed esibita dall’agente, laddove l’atto originale non esiste affatto ovvero, se realmente esistente, rimane inalterato e comunque estraneo alla vicenda.

Deve, pertanto, ritenersi che, ai fini della rilevanza penale del falso in fotocopia di un atto, non importa se esistente o meno, rilevi – oltre all’estrinseca idoneità del documento ad accreditarsi come corrispondente ad un originale – l’orientamento finalistico dell’agente, che quell’atto utilizzi per ingannare la fede pubblica, proponendolo come originale e conforme al reperto autentico, secondo le circostanze del concreto contesto.

3. Nel caso in esame, non vi è dubbio che la falsa sentenza, trasmessa via mail alla persona offesa, sia stata accreditata come corrispondente all’inesistente – originale, tanto in riferimento alla qualità di avvocato del mittente, che alle ulteriori, mendaci, circostanze rappresentate alla persona offesa in merito all’iscrizione della causa, al suo andamento ed all’assicurazione del suo esito, che la copia intendeva asseverare.

La sentenza è, peraltro, atto che può circolare solo in copia, restando l’originale allegato a raccolta, sicché la trasmissione della stessa, accompagnata dalla prospettazione di conformità all’originale in conseguenza della simulata celebrazione del giudizio ed in relazione alla qualità della parte, s’appalesa del tutto idonea a ledere l’affidamento pubblico.

Deve essere, pertanto, affermato il principio per cui costituisce falso punibile la formazione della copia di una sentenza inesistente, quando la stessa assuma l’apparenza di una riproduzione di atto originale, ex se non soggetto a circolazione, in riferimento alle circostanze del concreto contesto.

Donde la manifesta infondatezza delle censure svolte nel secondo motivo di ricorso, fondate sull’inesistenza dell’originale e sull’assenza del fine di trarre in inganno il destinatario, risultando il primo profilo ut supra irrilevante, ed il secondo invece inconducente, in quanto l’assenza di un fine di locupletazione lascia del tutto impregiudicata la modalità ingannatoria, che la trasmissione dell’atto falso ha inteso accreditare, in un contesto caratterizzato dalla menzogna riguardo l’intera vicenda della tutela del credito richiesta all’imputato.

4. Del tutto aspecifico è, invece, il terzo motivo che, nel prospettare vizio della motivazione, anche agli effetti civili, riguardo i rapporti correnti tra le parti e nel ritornare sull’assenza di un fine ingannatorio, immanente alla predisposizione di una sentenza a seguito del mancato esercizio del relativo diritto di azione, invece reiteratamente prospettato, non si confronta con la natura del dolo – generico – di falso, nè con la quantificazione della provvisionale, che ha tenuto conto, oltre che del danno morale, del danno da ritardo nella tutela giurisdizionale del diritto, solo asseritamente già esercitato.

5. La sentenza impugnata deve essere, pertanto, annullata con rinvio per la determinazione del trattamento sanzionatorio in ordine al reato di cui agli artt. 482 e 476 c.p..

P.Q.M.

riqualificato il fatto ai sensi degli artt. 476 e 482 c.p. annulla la sentenza impugnata e rinvia per nuovo giudizio ad altra sezione della corte di appello di Brescia. dichiara inammissibile nel resto il ricorso.


 

Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 18 ottobre – 8 novembre 2019, n. 45451

Presidente Palla – Relatore Pistorelli

Ritenuto in fatto

1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Bari ha confermato la condanna di C.V. per il reato di falsità ideologica in certificati commessa da persone esercenti un servizio di pubblica necessità di cui al punto a) dell’imputazione, per avere egli attestato falsamente l’autenticità delle sottoscrizioni delle clienti S.R. e I. nel mandato alle liti a lui conferito dalle medesime in data 24 settembre 2012. In parziale riforma della sentenza di primo grado, la Corte territoriale ha invece assolto il C. ed il coimputato A.T. da analogo falso agli stessi contestato ai punti c) ed e) dell’imputazione in relazione al diverso mandato alle liti del 23 gennaio 2013, perché il fatto non costituisce reato, provvedendo di conseguenza a rideterminare il trattamento sanzionatorio, con esclusione dell’aumento disposto per la continuazione ed irrogazione della sola pena pecuniaria. Il giudice di appello ha altresì assolto S.R. dal delitto di sostituzione di persona, a lei contestato in relazione alla sottoscrizione del mandato del gennaio 2013, perché il fatto non costituisce reato.

2. Avverso la sentenza suindicata ricorre C.V. attraverso il proprio difensore, articolando tre motivi.

2.1 Con il primo lamenta che il giudice di appello avrebbe illegittimamente ritenuto manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 481 c.p., e D.Lgs. n. 7 del 2016, art. 1, sollevate in riferimento agli artt. 25, 76 e 3 Cost., sollecitando questa Corte, in via principale, ad introdurre l’incidente di costituzionalità. Secondo il ricorrente, a differenza di quanto sostenuto nella sentenza impugnata, il legislatore delegato, con l’art. 1, del decreto citato, avrebbe violato il criterio direttivo di cui all’art. 2, comma 3, lett. a), n. 1 della Legge Delega n. 67 del 2014, che imponeva l’abrogazione di tutte le ipotesi codicistiche di falso – con la sola eccezione di quella prevista dall’art. 491 c.p., – limitatamente alle condotte relative a scritture private; tipologia di atto, quest’ultima, a cui devono certamente considerarsi riconducibili le certificazioni contemplate dalla norma censurata, anche alla luce della giurisprudenza di legittimità. Inconferente sarebbe in proposito il riferimento operato dalla Corte d’appello alla derivazione dal mancato integrale esercizio della delega di una responsabilità esclusivamente politica del Governo, nonché alla conservazione in capo al Parlamento del potere di incidere sulla menzionata disposizione. Evidente sarebbe quindi la violazione del principio di legalità in senso formale, avendo l’Esecutivo sostituito indebitamente le proprie valutazioni alle scelte di politica criminale spettanti al Parlamento. Si reputa inoltre sussistente un’irragionevole disparità di trattamento rispetto ai fatti di falsità materiale in scrittura privata ormai qualificati come illeciti civili, denunciandosi la contraddittorietà del percorso argomentativo del giudice dell’appello, la quale avrebbe prima ammesso la riconducibilità dell’art. 481 c.p., entro l’ambito applicativo della legge delega, e quindi escluso che gli atti ivi contemplati possano essere ritenuti scritture private. La violazione del principio di uguaglianza sarebbe tanto più evidente ove si consideri il maggiore disvalore della fattispecie di cui all’art. 485 c.p., originariamente caratterizzata da più elevati limiti edittali di pena. Rispetto, infine, al vuoto di tutela paventato dalla sentenza impugnata, si richiama il precedente della contravvenzione di cui alla L. n. 515 del 1993, art. 15, comma 7, in materia di disciplina elettorale, e in particolare l’intervenuta determinazione delle sanzioni, in quell’occasione, ad opera della stessa Consulta.

2.2 Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione di legge e vizi della motivazione, con particolare riferimento alla ritenuta sussistenza dell’elemento psicologico del reato. La sentenza impugnata avrebbe illogicamente ed in maniera apodittica ritenuto che, essendosi accertata la falsità di entrambe le firme della S. , le stesse sarebbero state apposte inevitabilmente nello studio dell’imputato, non potendosi considerare riferibile a tale episodio la modalità di consegna del mandato in busta chiusa ed “in bianco”, al contrario impiegata nella vicenda di cui al capo c). Tali considerazioni, secondo il ricorrente, si fondano sul travisamento delle dichiarazioni della teste C.R. , secondo la quale i mandati stessi sarebbero stati portati nello studio legale, con le modalità appena indicate, ma non sempre ed esclusivamente ad opera delle due sorelle. Per di più, elementi indicativi dell’assenza del dolo in capo all’imputato sarebbero le affermazioni della medesima teste in merito all’abitualità del rapporto professionale con le sorelle, nonché la contiguità temporale dei mandati alle liti e la mancata derivazione dal fatto di alcun nocumento alle clienti.

2.3 Con l’ultimo motivo il ricorrente lamenta analoghi vizi in relazione al trattamento sanzionatorio, avendo la Corte d’appello fondato l’irrogazione di una pena vicina al massimo edittale su una qualità – quella di esercente la professione forense – che deve necessariamente essere riferibile al soggetto attivo del reato in esame.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è nel suo complesso infondato e deve conseguentemente essere rigettato.

2. Le prospettate questioni di illegittimità costituzionale dell’art. 481 c.p., e D.Lgs. n. 7 del 2016, art. 1, devono ritenersi manifestamente infondate.

2.1 Con riferimento alla ritenuta violazione degli artt. 25 e 76 Cost., può invero osservarsi quanto segue. In primo luogo, del tutto correttamente la Corte d’appello ha distinto le ipotesi di mancato integrale esercizio della delega legislativa e di eccesso di delega, essendo solo quest’ultima idonea a determinare una violazione del citato art. 76 della Carta fondamentale. Come infatti il giudice delle leggi ha ripetutamente avuto modo di precisare, l’attuazione solo parziale o la mancata attuazione della delega possono determinare una responsabilità politica del Governo verso il Parlamento, ma non integrano una violazione di legge costituzionalmente apprezzabile (sentenze nn. 304/2011, 218/1987, 8/1977 e 41/1975), salvo che ciò non determini uno stravolgimento della legge di delegazione (sentenza n. 149/2005; ordinanze nn. 283/2013 e 257/2005), fermo restando che al legislatore delegato, essendo la norma delegante e quella delegata avvinte da un naturale rapporto di riempimento, le funzioni del delegato non possono essere limitate a una mera scansione linguistica delle previsioni dettate dal delegante (sentenze nn. 10/2018, 278/2016, 194/2015, 146/2015, 98/2015, 229/2014, 47/2014, 219/2013, 426/2008, 98/2008, 341/2007, 426/2006, 174/2005, 199/2003 e 4/1992; ordinanze nn. 157/2013, 73/2012 e 213/2005). Il legislatore delegato rimane dunque libero di individuare e tracciare i necessari contenuti attuativi, secondo l’ordinaria sfera della discrezionalità legislativa (sentenza n. 44/1993), e, pur nell’ambito invalicabile dei confini dati dalle possibilità applicative desumibili dalle norme di delega, è ugualmente libero di interpretare e scegliere fra le alternative che gli si offrono (sentenza n. 355/1993) e di valutare le specifiche situazioni da disciplinare (sentenze nn. 174/2005, 308/2002 e 362/1995; ordinanze nn. 213/2005, 21/1998 e 321/1987). Ove così non fosse, al legislatore delegato verrebbe riservata una funzione di rango quasi regolamentare, priva di autonomia precettiva, in aperto contrasto con il carattere pur sempre primario del provvedimento legislativo delegato (sentenza n. 98/2015).

2.2 In tal senso anche recentemente la Consulta è tornata ad occuparsi della mancata attuazione di delega legislativa, valorizzando sì alcuni principi consolidatisi nella giurisprudenza costituzionale concernente la diversa ipotesi dell’eccesso di delega (sentenza n. 127/2017), ma secondo modalità che consentono di escludere la violazione delle norme costituzionali invocate dal ricorrente. Tale sentenza, in un caso analogo a quello oggetto del presente procedimento – essendosi censurata la norma di cui al D.Lgs. n. 8 del 2016, art. 1, nella parte in cui escludeva dall’intervento di depenalizzazione i reati sanzionati con la sola pena pecuniaria che siano contemplati dal codice penale – ha difatti riaffermato la necessità di avere riguardo, nel vaglio di legittimità delle scelte del legislatore delegato, alla ratio della legge di delegazione ed al contesto normativo in cui essa si inserisce (ex multis n. 126/2000), ferma restando la riferibilità al Governo di una certa discrezionalità nell’esercizio della delega stessa, tanto più estesa quanto meno siano stringenti e definiti i principi e criteri direttivi ivi contenuti. Il Giudice delle leggi ha ribadito come spetti all’Esecutivo compiere scelte coerenti con le scelte di fondo e con gli indirizzi formulati dal Parlamento, in particolare a fronte di direttive dal significato non univoco, implicanti una più accentuata responsabilità del legislatore delegato. Si sono quindi valorizzati il rispetto, nell’attuazione di una delega espressione di scelte di politica criminale del Parlamento, della ratio della legge, oltre alla “coerenza con esigenze sistematiche proprie della materia penale”.

2.3 Pertanto, anche con riguardo all’attuazione dell’art. 2, comma 3, lett. a), n. 1, ad opera della norma appena indicata, è necessario fare riferimento a tale orientamento interpretativo. Secondo quanto si ricava dalla relazione illustrativa del citato decreto delegato – che contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente ha invece rivelato le ragioni dei limiti dell’intervento legislativo – il legislatore delegante ha inteso “depenalizzare alcune ipotesi delittuose previste nel codice penale a tutela della fede pubblica, dell’onore e del patrimonio, che sono accomunate dal fatto di incidere su interessi di natura privata e di essere procedibili a querela, ricollocandone il disvalore sul piano delle relazioni private”. Pertanto, si ritiene che il legislatore abbia inteso privare di rilevanza penale, tra le altre, fattispecie di falso caratterizzate dal fatto di avere ad oggetto documenti dalla valenza esclusivamente privatistica. E tanto è confermato anche dall’applicazione del criterio di interpretazione sistematico. Invero, l’unico delitto di falso avente ad oggetto documenti qualificabili come scritture private che sia stato espressamente escluso dall’abrogazione è stato quello di cui all’art. 491 c.p.. Quest’ultimo contempla ipotesi di falsificazione di documenti – il testamento olografo, la cambiale, i titoli di credito trasmissibili per girata o al portatore equiparati agli atti pubblici ai fini della pena, in ragione della particolare rilevanza dell’interesse pubblico alla loro genuinità, ovvero, limitatamente ai titoli di credito trasmissibili per girata o al portatore, della meritevolezza di un livello di protezione più elevato a fronte delle modalità di circolazione contemplate dalla norma, e tali da esporre le scritture ivi menzionate ad un maggiore pericolo di condotte insidiose (Sez. U, n. 40256 del 19/07/2018, F., Rv. 273936, in motivazione). Di conseguenza, tale argomento depone in favore della conclusione secondo cui il legislatore delegante ha inteso escludere dall’intervento di decriminalizzazione fatti aventi ad oggetto documenti non qualificabili come atti pubblici, ma caratterizzati, diversamente dalle scritture private di cui agli artt. 485 e 486 c.p., dalla rispondenza a interessi non meramente privati. È il caso, questo, anche dei certificati formati da soggetti esercenti un servizio di pubblica necessità, ai sensi dell’art. 481 c.p., che difatti hanno originato un contrasto interpretativo, specialmente dottrinale, in merito alla relativa qualificabilità come atti pubblici o scritture private.

2.4 Pur essendosi, nella giurisprudenza di legittimità, consolidato l’orientamento secondo cui nei documenti in considerazione difettano i caratteri dell’atto pubblico – e segnatamente i requisiti della provenienza da un pubblico ufficiale, dell’inerenza all’esercizio della pubblica funzione e del contributo alla formazione di un procedimento della pubblica amministrazione (Sez. 5, n. 43737 del 27/09/2012, Dalla Zeta, Rv. 254520) – nondimeno il maggiore credito di cui gli atti in esame godono, in ragione della rilevanza del servizio espletato dai soggetti che ne sono gli autori, e la loro efficacia probatoria, nonché la loro rispondenza anche ad un interesse pubblico, conducono a negare l’equiparabilità degli stessi alle comuni scritture private. Ed invero, secondo quanto correttamente rilevato nella sentenza impugnata, vero è che le stesse Sezioni Unite hanno negato la possibilità di configurare i documenti di cui al citato art. 481 c.p., come atti pubblici, in quanto provenienti da soggetti che non esercitano una pubblica funzione o un pubblico servizio e che sono definiti “privati” dall’art. 359 c.p.; al contempo, tuttavia, il Supremo Collegio ha ritenuto che si tratti di scritture “rappresentative di atti aventi una particolare rilevanza pubblica”, e in quanto tali oggetto di tutela anche rispetto alle falsità ideologiche, a differenza delle scritture private in senso stretto intese (Sez. U, n. 18056 del 24/04/2002, Panarelli e altro, Rv. 221404).

2.5 Non può quindi condividersi quanto sostenuto nel ricorso, in merito alla pretesa volontà del legislatore delegante di estendere la decriminalizzazione, seguita dalla previsione di sanzioni di natura civile, a tutti i reati aventi ad oggetto le scritture private intese nella loro accezione più ampia, e pertanto tale da comprendere anche i documenti previsti dall’art. 481 c.p..

2.6 Quanto illustrato consente altresì di ritenere manifestamente infondata la questione sollevata in relazione all’art. 3 Cost., e non meritevole di apprezzamento la connessa obiezione relativa all’ipotizzabilità di una sostituzione, per effetto della declaratoria di illegittimità costituzionale, della pena prevista dall’art. 481 c.p., con la sanzione civile contemplata dal D.Lgs. n. 7 del 2016, art. 3, analogamente a quanto statuito in relazione agli illeciti in materia di propaganda elettorale. La pronunzia richiamata dal ricorrente (Corte Cost., n. 52/1996) ha invero rilevato come la fattispecie di cui alla L. n. 130 del 1975, art. 7, costituisse il tassello residuo “di un’unica disciplina sanzionatoria di tipo penale, che è omogenea, quanto al bene giuridico protetto, alla previsione delle condotte e delle sanzioni penali ivi stabilite”. A fronte di tale omogeneità, la Consulta ha ritenuto che il mantenimento della sanzione penale per il solo fatto contemplato dalla disposizione suindicata costituisse presumibilmente il frutto di una dimenticanza del legislatore, ravvisandosi un contrasto con l’art. 3 Cost.; si è quindi dichiarato incostituzionale la L. n. 515 del 1993, art. 15, nella parte in cui contemplava, nel suo riferimento alla norma precedentemente indicata, l’applicazione della sanzione penale in luogo di quella amministrativa pecuniaria prevista, nei medesimi limiti edittali, per tutti gli illeciti in materia di campagna elettorale.

2.7 Difetta invece per le ragioni già indicate, nel caso in esame, quella sovrapponibilità delle fattispecie – sotto i profili delle condotte, dell’oggettività materiale e del disvalore degli illeciti – che possa consentire di ravvisare, nell’esercizio della discrezionalità del legislatore delegato, l’arbitarietà e l’irragionevolezza idonee a determinare la violazione del principio di uguaglianza, e tali da giustificare la sostituzione ad opera della Consulta della pena stabilita dal codice penale con la sanzione operante in altri settori dell’ordinamento.

2.8 In conclusione, per tutti i motivi esposti, devono ritenersi manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal ricorrente, tanto rispetto all’art. 25, e art. 76, quanto in relazione all’art. 3 Cost..

3. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile in quanto generico e versato in fatto, limitandosi a proporre una lettura alternativa delle risultanze probatorie non ammessa nel giudizio di legittimità.

3.1 Invero, a fronte delle doglianze formulate in sede di appello, la Corte territoriale ha ritenuto – con motivazione non manifestamente illogica – che la consapevolezza, in capo all’imputato, del carattere apocrifo delle firme delle sorelle S. debba ritenersi desumibile dal fatto che, a differenza di quanto accaduto con riferimento al mandato di cui al punto c) dell’imputazione, entrambe le sottoscrizioni fossero non autentiche, e pertanto verosimilmente apposte nello stesso studio legale.

3.2 Il ricorrente contesta tali argomentazioni essenzialmente in punto di fatto, proponendo una ricostruzione della vicenda diversa da quella accolta dai giudici del merito, deducendo non già un effettivo travisamento delle dichiarazioni della teste C.R. , bensì un’inammissibile rilettura delle stesse, peraltro riportate solo in maniera frammentaria. Invero, il ricorrente vorrebbe far derivare dalla riportata affermazione, secondo cui i mandati alle liti sarebbero stati usualmente recapitati in busta chiusa ed in bianco dalle clienti, oltre che dalle dichiarazioni relative all’abitualità del rapporto professionale con le S. e dagli altri elementi di fatto riportati nel motivo, una ricostruzione della vicenda diversa da quella operata dai giudici del merito, e indicativa dell’assenza di dolo in capo all’imputato, dialogando direttamente con la prova e non con la motivazione della sentenza, senza evidenziare un effettivo travisamento del suo significante, bensì attribuendole un diverso significato da quello non illogicamente ricavato dal giudice del merito.

3.3 Infine, sono del tutto irrilevanti le osservazioni concernenti la mancata derivazione alle S. di alcun nocumento per effetto della falsificazione, non essendo certo questa di ostacolo alla sussistenza del dolo generico richiesto dalla norma incriminatrice e rilevante ai fini della sussistenza di una fattispecie configurata da quest’ultima come reato di pericolo.

4. Deve infine considerarsi infondato anche il terzo motivo di ricorso, relativo al trattamento sanzionatorio. Difatti, nel rimodulare la pena a seguito I:17 dell’assoluzione del C. da alcune delle imputazioni, il giudice dell’appello ha operato una scelta di particolare favore nell’applicare all’imputato la sola pena pecuniaria, per cui lo scostamento dai minimi edittali previsti per quest’ultima risulta sufficientemente giustificato dalla valutazione del fatto ricavabile dal complesso della motivazione anche a prescindere dalla tenuta dell’ulteriore argomentazione censurata dal ricorrente.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


 

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 26 giugno – 6 novembre 2019, n. 28488

Presidente D’Ascola – Relatore Fortunato

Fatti di causa

L’avv. L.G. ha convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Venezia, sezione distaccata di Portogruaro, B. , P. e F.O. , esponendo di aver curato, nell’interesse dei convenuti, una pratica di risarcimento dei danni per la morte di D.B. , imputabile alla responsabilità del personale medico dell’ASL (…) Veneto Orientale; che l’attività si era esaurita con una transazione. Ha chiesto la condanna dei convenuti al pagamento del saldo delle competenze professionali, pari ad Euro 13.508,50.

I convenuti hanno contestato la domanda, sostenendo di nulla dovere, avendo concordato con il difensore che i compensi gli sarebbero stati corrisposti dall’impresa assicurativa dell’Asl.

Il tribunale ha respinto la domanda ed ha compensato le spese processuali.

La sentenza è stata parzialmente riformata dalla Corte di Venezia, che, in accoglimento dell’appello incidentale, ha condannato L.G. al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio. Il Giudice distrettuale ha escluso che il ricorrente si fosse impegnato a richiedere il compenso solo all’assicuratore dell’Asl, ma ha rilevato che egli aveva ricevuto dai clienti un acconto di Lire 5.000.000 ed aveva percepito dall’assicuratore l’ulteriore importo di Euro 20.480,00, per cui, tenuto conto del valore della pratica (Euro 258.222,45) e applicata la riduzione D.M. n. 585 del 1994, ex art. 5, comma 5, pari al 30% sull’importo spettante in applicazione delle tariffe professionali (dato che l’attività era stata svolta in favore di più soggetti, con posizioni parzialmente differenziate in relazione al diverso grado di parentela e alle distinte ripercussioni per la perdita del congiunto), ha concluso che le somme globalmente percepite corrispondevano a quelle effettivamente spettanti al difensore.

La cassazione di questa sentenza è chiesta dall’avv. L.G. sulla base di otto motivi di ricorso.

P. e F.B. hanno depositato controricorso mentre F.O. è rimasto intimato.

Ragioni della decisione

1. Il primo motivo denuncia l’omessa, apparente, contraddittoria ed insufficiente motivazione della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, lamentando che la Corte distrettuale, pur avendo ritenuto che le parcelle pro forma inviate ai clienti fossero conformi alla tariffa professionale, abbia contraddittoriamente escluso il pagamento di quanto richiesto, assumendo che le somme percepite dal difensore avevano estinto ogni residuo credito.

Il secondo motivo denuncia la violazione del D.M. n. 585 del 1995, art. 5, comma 5, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la sentenza applicato al compenso per l’attività stragiudiziale svolta nei confronti di più soggetti, la riduzione del 30% prevista dalla tariffa solo per le attività giudiziali.

Il terzo motivo denuncia – testualmente – l’omessa, contraddittoria, insufficiente, incomprensibile ed apparente motivazione della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver la Corte di merito ritenuto che le somme percepite dal difensore corrispondessero a quelle liquidabili in applicazione della tariffa, benché l’importo indicato nelle fatture, pari ad Euro 29.994,89 fosse superiore di Euro 996,42, a quanto effettivamente versato dai clienti (al netto del rimborso forfettario delle spese generali).

Il quarto motivo denuncia la omessa, contraddittoria, insufficiente, incomprensibile ed apparente motivazione della sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver la sentenza asserito che le somme spettanti al difensore a titolo di rimborso forfettario delle spese generali nonché per le spese esenti superassero di poco l’acconto di Lire 5.000.000 versate dai clienti, sussistendo invece una differenza di oltre Euro 1.000,00 che andavano corrisposti a titolo di saldo.

Il quinto motivo denuncia la violazione degli artt. 1218, 1223, 1224 e 1226 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per aver la sentenza escluso la sussistenza di un credito residuo del professionista.

Il sesto motivo denuncia la violazione del D.M. n. 585 del 1994, art. 4, comma 2, lamentando che la sentenza, nel liquidare il compenso, non abbia in alcun modo tenuto conto della complessità, della importanza e delle difficoltà dell’attività svolta, trascurando che la pratica aveva impegnato il ricorrente per oltre un anno e mezzo ed aveva consentito ai resistenti di ottenere un risarcimento di importo cospicuo, evitando un lungo e complesso contenzioso e costi ben maggiori di quelli sostenuti.

Il settimo motivo denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per aver la sentenza omesso di dare rilievo, ai fini della quantificazione delle spettanze, alle circostanze dedotte nei precedenti motivi di ricorso. L’ottavo motivo censura la violazione dell’art. 91 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, sostenendo che il ricorrente non poteva esser condannato al pagamento delle spese del doppio grado di giudizio, poiché l’impugnazione era stata accolta quanto alla sussistenza del credito.

2. I primi tre motivi, che possono essere trattati congiuntamente per la stretta connessione delle questioni proposte, sono infondati.

Le motivazioni della sentenza impugnata non palesano contraddittorietà insuperabili o carenze suscettibili di inficiarne la validità.

Dalle argomentazioni della pronuncia risulta chiaro che l’affermata conformità delle parcelle pro forma alle previsioni tariffarie concerneva anzitutto le voci riportate nel Diario di pratica e negli altri allegati depositati in giudizio, relativamente ad attività che il difensore aveva sostenuto e dimostrato di aver svolto (colloqui di studio, telefonate, raccolta di documentazione, invio di lettere e raccomandate e fax, ricerche di giurisprudenza: cfr. sentenza pag. 8).

Riguardo alla quantificazione del compenso, la Corte di merito ha invece precisato che sulle somme documentate dalle fatture pro forma andava praticata la riduzione del 30% D.M. n. 585 del 1995, ex art. 5, comma 5 (cfr. sentenza pag. 8), e che sebbene i relativi importi fossero “sostanzialmente corrispondenti” a quanto già ottenuto dal ricorrente, vi era una lieve differenza dovuta al fatto che per talune voci il difensore aveva preteso somme superiori al massimo tariffario, che quindi non potevano essere riconosciute (cfr. sentenza, pag. 9).

In definitiva, la sentenza ha dato conto, con argomentazioni del tutto logiche, delle ragioni della lieve discrepanza tra i due importi e dei motivi che giustificavano il rigetto della domanda.

2.1. Non è fondata la tesi del ricorrente secondo cui la riduzione del 30% (prevista nell’ipotesi che l’attività sia effettuata in favore di più soggetti allorquando, pur nell’identità delle posizioni processuali degli interessati, la prestazione professionale comporti l’esame di situazioni particolari di fatto o di diritto rispetto all’oggetto della causa), non sarebbe applicabile alle attività stragiudiziali.

Sebbene il D.M. n. 585 del 1994, art. 5, comma 5, contempli un criterio testualmente riferito alle sole attività giudiziali (art. 1), non riprodotto nell’allegato quarto alla tariffa (relativo a quelle stragiudiziali), tuttavia l’art. 2 del predetto allegato dispone che, per le prestazioni analoghe a quelle previste in materia giudiziale, si applicano gli onorari di avvocato stabiliti dalle tariffe giudiziali civili. Oltre che da tale dato testuale, la riduzione appare giustificata anche alla luce dell’identità di ratio che ricorre allorquando sia necessario remunerare un’attività stragiudiziale tale da comportare un impegno (in termini di approfondimento delle questioni e di esame di situazioni particolari, di fatto o di diritto, rispetto all’oggetto controverso), parificabile a quello che sarebbe stato profuso nell’ambito di un giudizio.

3. Il quarto motivo è fondato.

Il ricorrente aveva richiesto il rimborso delle spese sostenute pari ad Euro 3110,66, indicandone l’importo nella parcella pro forma inviata ai clienti.

La richiesta di rimborso è stata respinta sull’assunto che “le spese da considerare in aggiunta superavano di poco – anche nella misura complessivamente risultante dalla parcella pro forma – la somma versata in acconto da F.B. con l’assegno di Euro 5.000.000”.

In tal modo la Corte di merito non ha tenuto conto dell’oggettiva differenza tra i due importi, nè ha in alcun modo giustificato l’attribuzione di somme inferiori a quanto, a parere dello stesso giudice, andava riconosciuto a titolo di rimborso delle spese (Euro 3,110,00), pur avendo dato atto che i clienti avevano in realtà corrisposto, a tale titolo, la minor somma di Euro 2582,00 (Lire 5.000.000).

La sussistenza di tale discrepanza e l’evidente ed insuperabile contraddittorietà della motivazione, derivante dall’affermata corrispondenza di importi di diversa entità, palesa la sussistenza del vizio denunciato (Cass. s.u. 8053/2014).

4. Il quinto ed il sesto motivo, che possono esaminarsi congiuntamente, sono inammissibili.

Le censure appaiono del tutto prive di specificità, poiché non indicano le ragioni per le quali il ricorrente avrebbe avuto titolo ad un compenso maggiore di quello già percepito, nè dove e quando nei precedenti gradi di causa le questioni concernenti la gravosità dell’impegno profuso e la complessità dell’attività svolta siano state dibattute dalle parti o sottoposte all’esame del giudice, al fine consentire l’apprezzamento dei presupposti per l’eventuale superamento dei valori massimi.

Le deduzioni prospettate in questa sede implicano difatti accertamenti non ammissibili in sede di legittimità, essendo compito del giudice di merito stabilire, anche per le prestazioni stragiudiziali, se l’attività professionale si presenti di straordinaria importanza e se possa, quindi, consentire il raddoppio dei massimi degli onorari (Cass. 1202/2016; Cass. 13132/2005).

In ogni caso lo scostamento tra gli importi richiesti e quelli ritenuti congrui dal giudice di merito (corrispondenti alle somme già percepite dal ricorrente) è stata conseguenza della riduzione del 30% ai sensi del D.M. n. 585 del 1994, art. 5, comma 5, e dell’abbattimento delle somme richieste oltre il massimo tariffario, partendo dagli importi oggetto di domanda, il che rende comunque inconferenti le contestazioni proposte in questa sede, avendo la Corte quantificato il compenso in base a presupposti diversi da quelli pertinenti al pregio e alla gravosità dell’impegno profuso dal difensore.

5. Il settimo motivo è inammissibile poiché ripropone – sotto diversa prospettiva – le censure già oggetto dei precedenti motivi di ricorso, sollevando, peraltro, un vizio di motivazione che proprio alla luce dei precedenti richiamati in ricorso non è più scrutinabile ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, norma che invece contempla la mancata valutazione di un fatto materiale (non di mere questioni), risultante dagli atti ed avente carattere decisivo (Cass. 20955/2018; Cass. 19881/2014; Cass. s.u. 8053/2014).

6. L’ottavo motivo è assorbito, poiché, a seguito dell’accoglimento del ricorso, è rimessa al giudice del rinvio anche la statuizione sulle spese processuali dei precedenti gradi di causa, secondo l’esito finale della controversia.

In definitiva, sono respinti il primo, il secondo e il terzo motivo, sono dichiarati inammissibili il quinto, il sesto ed il settimo, è accolto il quarto motivo ed è dichiarato assorbito l’ottavo.

La sentenza è cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio della causa ad altra sezione della Corte d’appello di Venezia, anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

rigetta il primo, il secondo e il terzo motivo di ricorso, dichiara inammissibili il quinto, il sesto ed il settimo, accoglie il quarto motivo e dichiara assorbito l’ottavo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia la causa ad altra sezione della Corte d’appello di Venezia, anche per la pronuncia sulle spese del presente giudizio di legittimità.


Consiglio Nazionale Forense, sentenza 21 aprile 2016 – 27 febbraio 2019, n. 1

Presidente Logrieco – Segretario Losurdo

Fatto

Con esposto presentato al COA di Milano in data 02.08.2011 il sig. [esponente] segnalava che gli avvocati [ricorrente1] e [ricorrente2] nell’ambito di una procedura stragiudiziale volta alla estinzione di un mutuo bancario, avevano trattenuto indebitamente, a titolo di rimborso spese legali, una parte delle somme ricevute dal cliente per l’ammortamento del mutuo.

Richiesti chiarimenti, gli avvocati [ricorrente1] e [ricorrente2] vi provvedevano con sollecitudine contestando quanto affermato dall’esponente e deducendo di avere gestito correttamente la pratica in oggetto, peraltro protrattasi oltre anni dieci.

In data 22.12.2011 il COA deliberava l’apertura del procedimento disciplinare e per l’effetto formulava il seguente capo di incolpazione:

“essere venuti meno ai doveri di probità e diligenza per:

1) avere nell’interesse del sig. [esponente] incassato complessivi euro 88.000,00 da destinarsi alla estinzione del contratto di mutuo instaurato con [banca] versando invece alla banca mutuataria il ridotto importo di euro 80.000,00 senza fornire al cliente preciso rendiconto;

2) non avere provveduto ad emettere regolare fattura a fronte dei corrispettivi trattenuti quali spese legali;

3) non avere costantemente informato il cliente dell’intenzione della banca di non concedere la richiesta rateizzazione di pagamento.

In Milano, dal 2003 al 2009.”

Durante la fase istruttoria veniva escusso l’esponente ed emergeva, a parere del Consiglio milanese, che gli odierni incolpati avevano ricevuto dal cliente un importo, la cui quantificazione ammontava a circa 88.000,00, destinato all’estinzione di un mutuo contratto con [BANCA], ma che detto importo non era stato interamente utilizzato per il fine cui era stato elargito, al contrario trattenuto dagli avvocati [ricorrente1] e [ricorrente2] a titolo di rimborso per spese legali.

Tale comportamento, a parere del COA procedente, integrava illecito disciplinare in quanto gli incolpati non solo non avevano fornito regolare rendiconto della gestione della somma ricevuta dal cliente, ma non avevano neppure fornito informazioni sull’andamento della pratica, né avevano emesso regolare fattura per gli importi incassati a titolo di rimborso spese legali. Per tali ragioni, gli avvocati [ricorrente1] e [ricorrente2] venivano ritenuti responsabili disciplinarmente, e per l’effetto veniva applicata agli stessi la sanzione della sospensione dall’esercizio della professione forense per mesi due.

Gli avvocati [ricorrente1] e [ricorrente2] proponevano tempestivo ricorso avverso la suindicata decisione, chiedendo:

1) accertare e dichiarare l’improcedibilità dell’azione disciplinare per intervenuta prescrizione;

2) dichiarare nulla ovvero annullare la decisione per insussistenza dell’illecito disciplinare addebitato;

3 ) in via subordinata, applicare sanzione disciplinare meno gravosa.

Parte ricorrente producevano nuova documentazione (All.8), in particolare numerosi assegni intestati all’Istituto di credito Intesa BCI a firma dell’esponente [esponente], che gli Avvocati [ricorrente1] e [ricorrente2], una volta ricevuti, ne avevano dato notizia all’Avv. [tizio] su propria carta intestata con fotocopia del titolo emesso in favore dell’Istituto bancario.

A fondamento del ricorso gli incolpati deducevano:

1. la prescrizione dell’illecito disciplinare: i ricorrenti sostenevano che la condotta disciplinare rilevante faceva riferimento a fatti che si erano realizzati dal 2003 al 2009, e che comunque dovevano essere considerati autonomi l’uno dagli altri, con la conseguenza che, a tutto voler concedere, ognuno di essi avrebbe dovuto costituire un illecito disciplinare. Inoltre la delibera di apertura del procedimento disciplinare era datata 22.12.2011, ma era stata notificata il 03.07.2012, quindi ben oltre i cinque anni da ogni addebito deontologico, sicchè avrebbero potuto rispondere solo dei fatti commessi dal 03.07.2007 fino al 2009. In detto periodo, sostengono i ricorrenti, tutte le somme ricevute dal sig. [esponente] erano state girate all’istituto bancario ed erano stati a loro elargiti solo euro 1500 a titolo di rimborso spese legali.

2. errata qualificazione dell’illecito disciplinare – errata valutazione dei fatti e assoluta inesistenza dell’illecito – errata valutazione delle circostanze di fatto ascrivibili agli incolpati ai fini della irrogazione della sanzione (pagine da 5 a 10): i ricorrenti sostengono che l’esposto presentato dal sig. [esponente] è del tutto generico e privo di riscontri probatori; al contrario nelle proprie deduzioni difensive gli incolpati hanno fornito prova documentale di aver versato a [banca] tutte le somme ricevute dal debitore- cliente, e di avere trattenuto a titolo di rimborso spese “non più di 4 o 5 mila euro in dieci anni” (pag. 5).

Il COA, quindi, fondava il giudizio di colpevolezza disciplinare sulle sole dichiarazioni dell’esponente, senza tenere conto dei documenti prodotti dalla difesa e senza ricercare, durante la fase istruttoria, i necessari riscontri esterni: in parte qua, la motivazione è, a parere dei ricorrenti, “insufficiente, apodittica ed autoreferenziale” (pag. 8) se non addirittura “inesistente”.

Ciò detto, i ricorrenti sostengono che i fatti di cui all’esposto sono del tutto inesistenti come inesistente è la violazione deontologica addebitata non solo dal punto di vista oggettivo ma anche dal punto di vista soggettivo essendo chiara la mancanza di volontarietà della condotta disciplinarmente illecita (cfr. pagine 7 e 10 del ricorso).

3. inadeguatezza e sproporzione della sanzione: a pagina 11 del ricorso viene sostenuta la inadeguatezza e sproporzione della sanzione applicata rispetto ai fatti disciplinari addebitati.

Diritto

Per tutto quanto sopra esposto, si deve sottolineare che l’incolpazione non lascia dubbi su quali siano le condotte in astratto contestate. Quanto al motivo di gravame sub 1) l’eccezione di prescrizione è infondata, attesa la natura continuata dell’illecito contestato, iniziata nel 2003 e protrattasi sino al 2008, data di emissione dell’ultimo assegno. Senonchè il Coa di Milano deliberava l’apertura del procedimento in data 22/12/2012, quando erano decorsi solo 3 anni dalla cessazione dell’illecito, per cui la prescrizione non era maturata. Il dies a quo per la prescrizione dell’azione disciplinare va individuato nel momento della commissione del fatto solo se questo integra una violazione deontologica di carattere istantaneo che si consuma o si esaurisce al momento stesso in cui viene realizzata; ove invece la violazione risulti integrata da una condotta protrattasi e mantenuta nel tempo, la decorrenza del termine prescrizionale ha inizio dalla data della cessazione della condotta (Consiglio Nazionale Forense (pres. f.f. Perfetti, rel. Picchioni), sentenza del 28 aprile 2015, n. 68)

Di contro è fondata la seconda censura, atteso che gli incolpati hanno fornito prova documentale di aver versato al creditore tutte le somme ricevute dal debitore loro assistito (Signor [esponente]), e di aver trattenuto a titolo di rimborso spese euro 8.000,00 nell’arco temporale di dieci anni. Infatti, i ricorrenti hanno prodotto n. 41 nuovi documenti afferente in gran parte a pagamenti eseguiti, dal 2003 al dicembre 2005, mediante assegni personali tratti dal cliente a favore dell’Istituto bancario, e successivamente mediante bonifici, alla stregua della richiesta pervenuta dal creditore cessionario, subentrato nel 2006. Ebbene l’attività di trasmissione per conto del cliente di pagamenti periodici a terzi non configura, né può configurare, gestione di denaro del cliente, e non può certo far nascere in capo al professionista un obbligo di rendicontazione in senso stretto, dal momento che la trasmissione al cliente delle singole missive con cui vengono effettuati i pagamenti (e per il 2006 le copie dei bonifici tempestivamente disposti) esaurisce l’obbligo professionale di dar conto delle attività svolte.

Al contempo la ridetta attività assolve anche l’obbligo di diligenza e di correttezza, nonché quello di informativa, dal momento che gli incolpati una volta ricevuti i titoli di pagamento dal cliente provvedevano ad inoltrarli all’Istituto bancario.

Deve essere confermata la decisione impugnata, invece, per quanto riguarda la mancata fatturazione dei compensi professionali trattenuti (euro 8.000) e la omessa informativa del cliente, in difetto di qualsiasi elementi, anche indiziario, di segno contrario rispetto a quelli posti a fondamento delle decisione.

Non appare meritevole di accoglimento il profilo della censura relativo alla asserita assenza di volontarietà della condotta da loro posta in essere nella commissione dei fatti in esame.

Invero la censura è manifestamente infondata alla luce della complessiva ricostruzione dei fatti riportata nella decisione impugnata.

A prescindere da ciò, secondo la costante giurisprudenza disciplinare, ai fini della sussistenza dell’illecito disciplinare, è sufficiente la volontarietà del comportamento dell’incolpato e, quindi, sotto il profilo soggettivo, è sufficiente la “suitas” della condotta intesa come volontà consapevole dell’atto che si compie, dovendo la coscienza e volontà essere interpretata in rapporto alla possibilità di esercitare sul proprio comportamento un controllo finalistico e, quindi, dominarlo. L’evitabilità della condotta, pertanto, delinea la soglia minima della sua attribuibilità al soggetto, intesa come appartenenza della condotta al soggetto stesso. (cfr. Consiglio Nazionale Forense, sentenza del 29 luglio 2016, n. 267; CNF, sentenza del 29 luglio 2016, n. 271, sentenza del 23 gennaio 2017, n. 2, sentenza del 25 luglio 2016, n. 231, sentenza del 25 luglio 2016, n. 213).

Sul punto è sufficiente ribadire che per l’imputabilità dell’infrazione disciplinare non è necessaria la consapevolezza dell’illegittimità dell’azione, dolo generico o specifico, ma è sufficiente solo la volontarietà (c.d. suitas) con la quale è stato compiuto l’atto deontologicamente scorretto.

Secondo la Corte di Cassazione, SS.UU., ordinanza n. 22521 del 7 novembre 2016, “In materia di illeciti disciplinari, la «coscienza e volontà delle azioni o omissioni» di cui all’art. 4 del nuovo Codice Deontologico consistono nel dominio anche solo potenziale dell’azione o omissione, che possa essere impedita con uno sforzo del volere e sia quindi attribuibile alla volontà del soggetto. Il che fonda la presunzione di colpa per l’atto sconveniente o addirittura vietato a carico di chi lo abbia commesso, lasciando a costui l’onere di provare di aver agito senza colpa. Sicché l’agente resta scriminato solo se vi sia errore inevitabile, cioè non superabile con l’uso della normale diligenza, oppure se intervengano cause esterne che escludono l’attribuzione psichica della condotta al soggetto. Ne deriva che non possa parlarsi d’imperizia incolpevole ove si tratti di professionista legale e quindi in grado di conoscere e interpretare correttamente l’ordinamento giudiziario e forense.”

In considerazione del comportamento complessivo degli incolpati e del parziale accoglimento della impugnazione, questo Consiglio ritiene congruo applicare la sanzione della censura.

P.Q.M.

visto l’art. 54 del R.D.L. 27.11.1933 n. 1578 e gli artt. 44 e 59 e segg. Del R.D. del 22.01.1934 n. 37; Il Consiglio Nazionale Forense, in parziale riforma della decisione impugnata, proscioglie gli incolpati in ordine all’illecito contestato sub capo 1), conferma per il resto la decisione impugnata e per l’effetto applica agli stessi la sanzione della censura.

Dispone che in caso di riproduzione della presente sentenza in qualsiasi forma per finalità di informazione su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica sia omessa l’indicazione delle genericità e degli altri identificativi.


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