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Trasferire all’estero la sede non esclude la competenza del tribunale italiano

27 Febbraio 2014
Trasferire all’estero la sede non esclude la competenza del tribunale italiano

Se la sede estera è fittizia, mentre quella effettiva è collocata su territorio italiano, il giudice italiano ha giurisdizione per dichiarare il fallimento. 

 

Non serve trasferire all’estero la sede legale della società se tale trasferimento è solo una simulazione ideata al solo scopo di dribblare le pretese dei creditori ed, eventualmente, evitare la dichiarazione di fallimento. Infatti, se la sede all’estero è fittizia, mentre quella effettiva continua ad essere sul nostro territorio, il giudice italiano è competente a dichiarare il fallimento dell’azienda.

A dirlo è stata una recente sentenza della Cassazione [1].

Per escludere la competenza del giudice italiano è necessario che la sede legale sia effettivamente posizionata su territorio esterno. Al contrario, se esistono indizi certi, copiosi ed univoci, che dimostrino che l’effettivo collocamento della sede legale è rimasta ancora sul territorio italiano, sussiste la giurisdizione italiana.

Questi indizi possono, per esempio, essere:

– assenza di alcun reale trasferimento di attività imprenditoriale;

– allocazione della nuova sede presso una mera casella postale;

– nomina di una semplice impiegata quale nuovo amministratore della società;

– inerenza dell’istanza di fallimento a crediti scaduti prima del trasferimento.

In tali casi, pertanto, se l’azienda trasferita all’estero è in stato di insolvenza, il tribunale dell’ultima sede italiana sarà competente a dichiararne il fallimento.

Il trasferimento all’estero, in generale, non esclude, anzi, conferma la continuità dell’attività e della vita sociale dell’impresa. E ciò a prescindere dal fatto che esso sia simulato o meno. Nessun valore può neanche attribuirsi anche alla cancellazione della società dal registro delle imprese italiano, proprio in ragione della continuazione-trasferimento all’estero dell’attività sociale.

Il creditore insoddisfatto, dunque, potrà far valere le proprie ragioni presso il tribunale nazionale, presentando l’istanza di fallimento.


note

[1] Cass. sent. n. 1508/14 del 24.01.2014.


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