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Come avere un inquadramento a livello superiore

14 Novembre 2019
Come avere un inquadramento a livello superiore

Vertenza sindacale per livello: in caso di assegnazione temporanea a mansioni superiori non basta avere solo alcune competenze di qualifica.

La legge prevede un diritto alla qualifica superiore. Spetta a chi subisce un’assegnazione temporanea ad attività di livello contrattuale superiore a quello della propria assunzione. Ma non è facile maturare tale diritto. A spiegare come avere un inquadramento a livello superiore sono alcune sentenze della Cassazione pubblicate proprio di recente. Le commenteremo qui di seguito per comprendere come comportarsi con il datore di lavoro e quando è il caso di avviare una vertenza lavorativa con eventuale causa in tribunale. 

Prima di affrontare questo delicato tema, è necessario comprendere bene cosa sono le «mansioni superiori» e quando è possibile sostituire un lavoratore con un altro; in quali di tali ipotesi si matura il diritto alla qualifica superiore e quando c’è una promozione automatica. Ma procediamo con ordine.

Cosa sono le mansioni superiori 

Per mansioni superiori si intendono quelle caratterizzate da un più elevato contenuto professionale e, di conseguenza, inserite in un livello di inquadramento superiore.

Il datore di lavoro non può assumere un dipendente in un determinato livello contrattuale e poi fargli svolgere attività di un differente livello, né inferiore (nel qual caso si avrebbe un «demansionamento», fonte di risarcimento del danno), né superiore. 

Eccezionalmente e solo per un periodo di tempo limitato, il datore può assegnare il dipendente a mansioni superiori, ma solo se ricorre una delle seguenti ipotesi: 

  • quando è necessario sostituire un lavoratore assente sino al suo rientro;
  • per tutte le altre ragioni (ad esempio, momentanea vacanza di una posizione in organico), per un periodo di tempo limitato, decorso il quale il lavoratore ha diritto all’inquadramento superiore. L’assegnazione a mansioni superiori non necessita di un ordine di servizio specifico, ma può scattare anche da un comportamento concludente del datore che chiede al proprio dipendente di svolgere determinate mansioni superiori (anche se manca la formale previsione, nell’organigramma aziendale, della corrispondente posizione o funzione);
  • se lo prevede il contratto collettivo, anche in assenza del consenso del dipendente. 

Cosa succede in caso di temporanea sostituzione di un lavoratore assente?

Se un lavoratore è assente e il datore deve sostituirlo per un periodo di tempo limitato, può adibire un altro lavoratore alle mansioni di quest’ultimo anche se superiori. Il sostituto, però, ha diritto al corrispondente trattamento retributivo che spetterebbe al sostituito.

In tal caso, l’assegnazione a mansioni superiori perdura sino al rientro del lavoratore sostituito. Non spetta alcun diritto alla promozione automatica. 

L’assenza del lavoratore sostituito deve essere imputabile solo a specifiche ipotesi come sciopero, adempimento di funzioni pubbliche elettive, infortunio, malattia, gravidanza, puerperio, chiamata alle armi o in caso di sospensione convenzionale del rapporto di lavoro, e non per scelta organizzativa del datore di lavoro, che lo ha destinato a lavorare fuori dell’azienda o in altra unità o altro reparto.

Un altro caso di assegnazione temporanea a mansioni superiori è concesso per ragioni diverse da quella sostitutiva solo se previsto dai contratti collettivi e nel termine da questi specificato o, in mancanza, per un periodo di non oltre 6 mesi continuativi.

Anche in questo caso, il sostituto ha diritto a ricevere l’aumento della retribuzione, ma non matura la promozione; sicché, dopo l’assegnazione temporanea, deve tornare alle proprie mansioni precedenti.

Quando c’è promozione automatica?

Se il datore di lavoro lascia solvere al lavoratore mansioni superiori in via continuativa, quest’ultimo matura il diritto alla promozione automatica entro il termine fissato dai contratti collettivi (o, in mancanza, dopo 6 mesi). L’azienda, quindi, deve riconoscergli la qualifica superiore e il relativo trattamento retributivo, salvo che il lavoratore stesso vi rinunci.

Secondo la Cassazione [1], per l’inquadramento superiore è necessario lo svolgimento effettivo di tutte le mansioni previste da tale inquadramento e non solo di alcune. 

Il semplice compimento di alcune di quelle mansioni e l’attitudine allo svolgimento di tutte le altre previste per la specifica figura professionale. È illogico – sottolinea la Corte – affermare che «il livello è attribuibile» alla lavoratrice «sulla base della sua attitudine a svolgere tutte le fasi di un processo», pur se in concreto ne ha svolte solo alcune singolarmente.

I magistrati tengono a precisare che «il diritto alla percezione degli emolumenti relativi allo svolgimento di mansioni superiori rispetto a quelle di inquadramento può aversi solo allorquando vi sia effettiva prestazione». Di conseguenza, è irrilevante «la mera attitudine o la competenza astratta a svolgere tutte le fasi del processo», concludono i giudici.

Diritto alla promozione nel pubblico impiego

Sempre la Corte [2] ha poi precisato che il lavoratore pubblico perde l’aumento se le mansioni superiori rientrano nel suo inquadramento in base al nuovo contratto collettivo. L’incremento retributivo, infatti, può essere riconosciuto solo per il periodo di vigenza del vecchio sistema di classificazione del personale.

La Cassazione ha ricordato che nel pubblico impiego non è ammissibile un inquadramento superiore sulla base dell’esercizio di fatto delle mansioni e che se cambia il sistema di ripartizione delle mansioni non si può non tenerne conto. Ne consegue, ha concluso la Cassazione, che il ricorso deve essere accolto in forza del principio di diritto secondo cui «l’equivalenza formale delle mansioni, quale definita dai contratti collettivi, può da questi ultimi essere stabilita anche attraverso la previsione di aree omogenee al cui interno rientrino attività che siano tutte parimenti esigibili e ciò anche quando, secondo una precedente classificazione, le diverse attività poi ricomprese nelle medesime aree, fossero da considerare come mansioni di diverso rilievo professionale e retributivo; in tal caso Il dipendente che abbia svolto, nel previgente regime, mansioni considerate superiori a quelle di inquadramento, ricevendo il corrispondente maggior trattamento retributivo, qualora prosegua nello svolgimento delle medesime nella vigenza della nuova contrattazione, in cui sia le mansioni di cui al precedente inquadramento, sia quelle richieste, rientrino nell’ambito della stessa area, ha diritto al solo trattamento proprio di quell’area e della posizione meramente economica nel cui ambito egli, secondo tale nuova contrattazione, deve essere inquadrato, senza che, in mancanza di diverse ed espresse previsioni contrarie di diritto transitorio nell’ambito della contrattazione collettiva sopravvenuta, l’assetto complessivo dei rapporti di lavoro quale definito da quest’ultima possa essere sindacato o manipolato, in vista della salvaguardia di pretese individuali fondate sulla previgente e poi superata disciplina collettiva».


note

[1] Cass. sent. n. 29421/19 del 13.11.2019.

[2] Cass. sent. n. 29624/19 del 14.11.2019.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 4 luglio – 13 novembre 2019 n. 29421

Presidente Napoletano – Relatore Belle’

Fatti di causa

1. La Corte d’Appello di Roma, riformando la sentenza del Tribunale di Rieti, ha accolto la domanda con cui El. Bo. aveva chiesto accertarsi lo svolgimento da parte sua, dal 1.1.2005, di mansioni superiori riconducibili all’Area C, inquadramento C1, in luogo di quelle di formale inquadramento come B2/B3.

La Corte, sul presupposto che il giudice di primo grado avesse accertato le mansioni effettivamente svolte, riteneva che la decisione della causa ruotasse attorno allo stabilire se per il livello C fosse sufficiente che lo svolgimento solo di alcune fasi di un determinato processo produttivo si accompagnasse alla accertata attitudine di svolgere tutte le fasi medesime.

Ciò posto, la Corte riteneva che al fine del riconoscimento dello svolgimento di mansioni di Area C non vi fosse necessità che il lavoratore avesse responsabilità dell’intero processo, essendo sufficiente appunto che fosse denotata l’attitudine allo svolgimento delle attività ed all’assunzione delle responsabilità proprie dell’Area;

2. Avverso la sentenza l’I.N.P.S. ha proposto ricorso per cassazione con un unico articolato motivo, resistito da controricorso della Bo..

Ragioni della decisione

1. Con l’unico motivo di ricorso l’I.N.P.S. sostiene la violazione e falsa applicazione (art. 360 n. 3 c.p.c.) degli artt. 13, 16 e 24 del C.C.N.L. 1998/2001, nonché dell’art. 56 D.Lgs. 29/1993 (ora 52 D.Lgs. 165/2001) e degli artt. 1362 ss. c.c..

Secondo l’ente, la Corte avrebbe erroneamente ritenuto che non fosse necessario, al fine del riconoscimento dello svolgimento di mansioni superiori, l’effettivo espletamento di tutte le fasi del processo produttivo interessato, ma solo lo svolgimento di alcune di esse pur con l’attitudine allo svolgimento anche di tutte le altre; aggiunge poi che il processo produttivo è da intendere nella sua interezza, come inerente le prestazioni a sostegno del reddito, non essendo sufficiente l’adibizione ad un sottoprocesso, quale era quello inerente i soli assegni per il nucleo familiare e \e quote sindacali.

2. Il ricorso è fondato.

La Corte territoriale muove da una distinzione, da essa stessa impostata, tra attitudine o competenza a svolgere le intere fasi di un processo ed effettivo svolgimento di alcune o tutte le fasi del processo.

Per concludere che pur non essendovi stata assunzione della «responsabilità finale dell’intero processo», le mansioni svolte «denotano l’attitudine all’assunzione «della necessaria responsabilità».

L’errore di diritto, nel contesto di un’argomentazione giuridica nel complesso poco lineare, in cui si afferma ambiguamente che il livello C sarebbe attribuibile sulla base dell’attitudine a svolgere tutte le fasi di un processo «pur se in concreto svolte singolarmente», è palese

Infatti, secondo quanto si desume dall’art. 52, co. 4, D.Lgs. 165/2001, il diritto alla percezione degli emolumenti relativi allo svolgimento di mansioni superiori rispetto a quelle di inquadramento può aversi solo allorquando vi sia «effettiva prestazione». La norma citata riguarda in effetti il caso di valida assegnazione, ma è intrinseco alla fattispecie il fatto che analoga regola valga anche per la assegnazione (nulla) a mansioni superiori ai sensi del successivo comma 5 del medesimo art. 52.

La mera attitudine o competenza astratta a svolgere tutte le fasi del processo di assegnazione, su cui alla fine fa leva la sentenza, se poi se ne siano di fatto svolte solo alcune, non è dunque idonea al riconoscimento del diritto rivendicato.

3. La sentenza impugnata va dunque cassata con rinvio alla medesima Corte territoriale, in diversa composizione, affinché valuti il compendio dei fatti risultanti in istruttoria sulla base del principio che precede e quindi di quanto effettivamente svolto.

Ne resta assorbita ogni diversa questione, da prendere semmai in considerazione, se ed in quanto rilevante, nel medesimo giudizio di rinvio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Roma, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

 


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