Controlli fiscali sul conto corrente: come funzionano?

17 Novembre 2019
Controlli fiscali sul conto corrente: come funzionano?

Tutti gli strumenti che ha l’Agenzia delle Entrate per accertare bonifici, versamenti e prelievi ai fini del contrasto all’evasione fiscale: termini e decadenze. 

Sei sicuro di poter giustificare ogni bonifico ricevuto o versamento di contanti eseguito sul tuo conto? Hai conservato la documentazione relativa a tutti i i pagamenti, accrediti e donazioni degli ultimi sette anni? Se così non dovesse essere, questo articolo può interessarti e magari salvarti dal pericolo di un controllo fiscale sul conto corrente. È proprio così: i conti restano ancora l’obiettivo principale su cui si concentrano le indagini dell’Agenzia delle Entrate per stanare l’evasione fiscale. E chiaramente, nelle reti non finiscono sono gli imbroglioni o i cattivi pagatori, ma anche gli sprovveduti, quelli magari come te che hanno accettato un accredito da un amico o da un parente e non hanno avuto l’accortezza di formalizzare la transazione con una pezza d’appoggio. 

È bene che tu sappia, peraltro, che gran parte degli accertamenti fiscali si svolgono proprio sul finire di ogni anno, quando cioè, in occasione del 31 dicembre, scadono i termini per le verifiche da parte dell’ufficio delle imposte. Ecco allora che, per evitare di trovare sotto l’albero di Natale una lettera del Fisco, è bene che tu sappia come funzionano i controlli fiscali sul conto corrente. 

Probabilmente, stai anche cercando una guida che ti spieghi questa materia in modo semplice e senza i tecnicismi che avvocati e commercialisti sono soliti adottare. Bene, sei allora capitato nel posto giusto: qui di seguito, potrai comprendere come avvengono le verifiche fiscali sui conti, quali poteri ha l’Agenzia delle Entrate, quando e cosa si rischia nel caso di movimentazioni anomale, prive di una corrispondente voce all’interno della dichiarazione dei redditi. Ma procediamo con ordine.

Quali sono i controlli fiscali sul conto corrente?

La prima cosa da sapere è che non esistono conti, carte o libretti di risparmio che il Fisco non possa conoscere. Tutto è registrato all’interno di un database che banche, Poste e qualsiasi altro intermediario finanziario sono tenuti ad aggiornare periodicamente e comunicare alla direzione generale dell’Agenzia delle Entrate: è la cosiddetta Anagrafe dei conti correnti. Tale archivio è accessibile non solo all’ufficio delle imposte del luogo più vicino alla tua residenza, ma anche alla Guardia di Finanza. L’amministrazione finanziaria può così sapere quanto guadagni, quanto spendi, quanto risparmi, quanti contanti prelevi e quanti ne versi sul conto. Ma non solo. Può conoscere l’esistenza di rapporti di gestione titoli, cassette di sicurezza, libretti di risparmio e qualsiasi altro contratto stipulato con l’intermediario finanziario. 

Il fatto, però, di poter accedere a tali informazioni non consente al Fisco di pretendere una giustificazione per qualsiasi movimentazione tu fai. Se, infatti, non sei un imprenditore o una società, non ti può essere chiesto di dare contezza dei prelievi di contanti fatti allo sportello o al bancomat che pertanto restano liberi, a prescindere dall’importo (maggiori chiarimenti su questo tema in Quanti soldi si possono prelevare in contanti). 

Viceversa, bonifici ricevuti e versamenti di contanti o di assegni effettuati sul conto non solo devono avere una fonte lecita (non provenire, ad esempio, dal frutto di reati come la vendita di una partita di droga), ma vanno anche documentati. Se, infatti, non riesci a provare che su tali somme presenti sul conto hai già pagato le tasse o non dovevi pagarle (perché esenti), subirai un accertamento con tanto di sanzioni tributarie. 

Facciamo un esempio.

Luca ha accumulato nel salvadanaio di casa cinque mila euro, frutto di donazioni, vincite al gioco, alcune scommesse e regali per il suo secondo matrimonio. Luca decide di versare tutti questi soldi, in un’unica soluzione, in banca. Ma Luca ha uno stipendio di soli 500 euro al mese e l’accredito sul conto lascia perplesso il funzionario di turno dell’Agenzia delle Entrate; quest’ultimo così invia una lettera a Luca chiedendogli di giustificare le somme. Luca, però, non ha prove scritte di ciò che dice ed anche se le avesse, non sarebbero con “data certa” (attestata cioè da pubblico ufficiale). Ragion per cui il contribuente non risponde alcunché alla richiesta di chiarimenti. Così l’ufficio delle imposte presume – e può farlo per legge – che i soldi siano in realtà frutto di evasione: li tassa e vi applica le sanzioni.

L’esempio calza a pennello per spiegare come funzionano i controlli fiscali sul conto corrente e, in particolare, sui versamenti di contanti.

Lo stesso discorso, però, si può fare anche con i bonifici.

Marco ha un amico che vive in Germania il quale gli chiede di pagare un suo vecchio debito lasciato in Italia. Così gli accredita una somma sul conto di 3mila euro. Il tutto avviene senza alcuno scambio di documento. Marco preleva i soldi ricevuti sul conto e paga il debito dell’amico. Ma l’Agenzia delle Entrate, dopo qualche anno, gli chiede a che titolo abbia ricevuto questo denaro. Marco stampa le email, ma per l’ufficio delle imposte non è una prova documentale sufficiente non potendosi considerare né autentica (si tratta di semplici stampe), né con una data certa. Marco riceve, quindi, un accertamento fiscale.

I controlli sui risparmi presenti sui conti correnti

Esiste un secondo tipo di controllo sul conto corrente che l’Agenzia delle Entrate è ormai in grado di fare. Esso avviene sui risparmi depositati e mai prelevati. Quando questi sono eccessivi rispetto al reddito del contribuente, può scattare l’accertamento tramite il cosiddetto Risparmiometro. Anche qui un esempio chiarirà molte cose.

Damiano percepisce, ogni mese, uno stipendio da lavoro dipendente di 1400 euro. A fine dell’anno, sul suo conto risultano solo pochi prelievi, per un totale di mille euro: troppo poco, a detta dell’Agenzia delle Entrate, per mandare avanti una persona e la sua famiglia. Con quali soldi Damiano ha fatto la spesa, pagato l’affitto e le bollette, la benzina e le tasse? Ragion per cui Damiano viene sospettato di possedere contanti non dichiarati al Fisco. Damiano riceve un accertamento a cui non riesce a replicare.

I controlli bancari

Ultima tipologia di controlli sul conto corrente che l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza possono eseguire è quello “tradizionale”, che sussisteva già prima dell’avvento dell’informatica e, quindi, dell’anagrafe tributaria. Si tratta delle verifiche che vengono eseguite direttamente presso l’Istituto di credito. I finanziari si recano in banca e chiedono al direttore tutti i contratti e gli estratti conto dei rapporti con il contribuente. Viene messo al setaccio ogni rapporto attivo o passivo per verificare se vi siano state evasioni. Naturalmente, questo tipo di controllo viene riservato ai contribuenti più complicati e facoltosi, che possono aver nascosto grandi somme attraverso differenti trasferimenti di denaro.

Secondo la Cassazione, non c’è bisogno di inviare, prima del controllo in banca, una comunicazione al contribuente il quale potrebbe venirne a conoscenza solo una volta ricevuto l’atto di accertamento fiscale.

Come difendersi dalle verifiche sul conto corrente?

Quando l’Agenzia delle Entrate sospetta il possesso di redditi ulteriori rispetto a quelli dichiarati il contribuente non deve far altro che dimostrarne la provenienza con prove certe. Provenienza che deve rivelare: 

  • o un reddito già tassato alla fonte, ossia prima della sua materiale erogazione al beneficiario: pensa a una vincita al gioco, a un risarcimento del danno economico, a una eredità su cui sono state già pagate le imposte, ecc.;
  • o un reddito esente da tasse: pensa a un risarcimento del danno morale, a una donazione da un genitore inferiore a 1milione di euro, alla vendita di oggetti usati, a un prestito ricevuto da un amico.

Il vero problema di tale prova è che al Fisco non basta una semplice scrittura privata, ma richiede una data certa, per evitare che il contribuente corra ai ripari solo dopo aver ricevuto l’accertamento, preparando un documento volto a “sanare” ex post l’evasione. Il che richiede che il “contrattino” con la dimostrazione della donazione o del prestito deve essere registrato all’Agenzia delle Entrate.

Per quanto tempo i controlli sul conto corrente?

L’Agenzia delle Entrate ha un termine massimo entro cui può fare le verifiche. Questo termine è:

  • di 7 anni se non hai presentato la dichiarazione dei redditi;
  • di 5 anni se hai presentato la dichiarazione dei redditi ma non hai indicato dei proventi ricevuti.

Il termine inizia a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello della dichiarazione dei redditi. 

Approfondimenti

Per ulteriori informazioni, leggi i nostri articoli:


1 Commento

  1. Come posso sapere se un CC intestato a me ed a mia sorella è a conoscenza del fisco e se non lo è per qualche svista come posso regolarizzarmi, anzi, regolarizzarci con il Fisco?

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 



NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA