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Acquisto a rate: rischi con l’Agenzia delle Entrate

17 Novembre 2019
Acquisto a rate: rischi con l’Agenzia delle Entrate

Redditometro: spetta al contribuente dimostrare di aver potuto sostenere le rate con i propri redditi o con quelli di altre persone purché tracciabili e risultanti da idonea documentazione. 

Hai deciso di comprare l’auto dei tuoi sogni. Il prezzo è alto, troppo alto per le tue possibilità. Tuttavia, hai trovato una finanziaria disposta a farti credito. Restituirai l’importo in cinque anni, mediante il versamento di rate mensili. Sarà uno sforzo, è vero, ma conti di farcela. Ti chiedi, però, cosa potrebbe pensare l’Agenzia delle Entrate nel momento in cui si accorgerà che una persona con il tuo reddito è divenuta proprietaria di un veicolo di lusso come quello che stai per acquistare. Potrebbe magari pensare che hai fatto fortuna con qualche reddito in nero e inviarti un accertamento fiscale? Questo aspetto ti lascia perplesso e vuoi vederci chiaro. Anche se, a prima vista, la possibilità di dimostrare il finanziamento dovrebbe tenerti al sicuro da eventuali contestazioni, poni il quesito al tuo commercialista. In caso di acquisto a rate, quali sono i rischi con l’Agenzia delle Entrate? 

Posso già dirti una cosa che ti tranquillizzerà: non sei un caso isolato. La questione è stata, infatti, già affrontata dalla giurisprudenza. Il che significa che puoi già farti un’idea di quali problemi potresti affrontare in un’ipotesi del genere. 

Già nel 2016, la Cassazione aveva illustrato a tutti i contribuenti, specie i più furbetti, i rischi con l’Agenzia delle Entrate degli acquisti a rate. Leggi Accertamento fiscale anche per gli acquisti a rate. Ora, la stessa Corte è ritornata sul problema e, condividendo l’interpretazione già fatta propria tre anni fa, ha espresso il seguente pensiero. 

Accertamento fiscale con redditometro in caso di acquisti a rate

Quando gli acquisti fatti dal contribuente sono sproporzionati rispetto al reddito da questi dichiarato, può scattare un accertamento induttivo, effettuato tramite il cosiddetto Redditometro. 

Il Redditometro altro non è che un software dell’Agenzia delle Entrate in grado di pesare il tenore di vita condotto da una persona in un determinato anno per metterlo poi a confronto con la relativa dichiarazione dei redditi. Quando lo sforamento tra il primo e il secondo è di oltre il 20%, l’ufficio delle imposte spedisce al contribuente un questionario con l’invito a fornire spiegazioni circa il possesso di maggiori redditi. Quegli stessi redditi che, evidentemente non risultanti nella dichiarazione annuale, hanno reso possibile l’acquisto di beni di lusso. 

Il punto è che, chi ha redditi in nero, potrebbe usare una forma di acquisto rateale per giustificare l’intestazione di auto potenti, di case o di altri beni di consistente valore. Sicché, la Cassazione ha sentenziato: è legittimo l’accertamento con redditometro anche se il contribuente compra beni di lusso a rate.

Come funziona il redditometro con gli acquisti a rate

La stretta della Cassazione ha un suo fondamento: ben potrebbe essere che il peso delle rate sia superiore alla capacità del contribuente di far fronte, con il residuo reddito, alle normali spese per la sopravvivenza propria e della propria famiglia. E così, non sarebbe giustificato firmare una finanziaria con una rata pari al 50% del proprio stipendio.

In buona sostanza, l’acquisto a rate sposta solo il termine di paragone del redditometro: non più tra il reddito dichiarato e il prezzo del bene, ma tra il reddito e l’importo delle rate sostenute in un anno. 

Come evitare il redditometro con gli acquisti a rate

Chiaramente, come per tutti gli altri accertamenti eseguiti tramite il redditometro, anche in questo caso, il contribuente può sempre difendersi dimostrando di avere delle disponibilità di reddito ulteriori rispetto a quelle indicate nella dichiarazione annuale. Disponibilità che non sono ivi riportate perché trattasi di:

  • redditi esenti;
  • o redditi già tassati alla fonte.

Il contribuente, ad esempio, potrebbe dimostrare di aver venduto la propria vecchia macchina ad un prezzo sufficiente per avergli consentito la possibilità di sostenere, quantomeno, le prime rate. Oppure potrebbe dimostrare che i genitori o altri conviventi gli erogano periodicamente dei sussidi sul proprio conto per far fronte ai pagamenti mensili con la finanziaria. Ma è chiaro che le prove non possono che essere documentali e con data certa. 

La vicenda

Nel caso di specie, l’Agenzia delle Entrate aveva contestato a un contribuente l’acquisto di un’automobile e un canone di locazione di 200 euro al mese, recuperando a tassazione 38 mila euro.

Il contribuente si era difeso sostenendo che aveva acquistato la macchina a rate.

Per i giudici di merito tanto era stato sufficiente per far annullare l’accertamento. Quindi, l’amministrazione finanziaria ha presentato ricorso in Cassazione incassando un verdetto favorevole.

Gli Ermellini hanno accolto la tesi dell’Agenzia delle Entrate, ricordando che il testo unico sulle imposte sui redditi onera il contribuente di dimostrare che il maggior reddito determinato o determinabile sinteticamente è costituito, in tutto o in parte, da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo di imposta, la cui entità e la cui durata nel possesso devono risultare da idonea documentazione.

Dunque, si chiede qualcosa in più della mera disponibilità di ulteriori redditi o del semplice transito della disponibilità economica, in quanto, pur non essendo esplicitamente richiesta “la prova che detti ulteriori redditi sono stati utilizzati per coprire le spese contestate, si ritiene che il contribuente sia onerato della prova in merito a circostanze sintomatiche del fatto che ciò sia accaduto o sia potuto accadere”.

Questo onere probatorio non deve ritenersi particolarmente oneroso per il contribuente, in quanto, non solo la prova non può essere offerta con qualsiasi elemento idoneo a fornire adeguata certezza circa la natura non reddituale dell’elemento preso in considerazione ma, in particolare, ben può “essere fornita con l’esibizione degli estratti dei conti correnti bancari facenti capo al contribuente”.

Controlli sui furbetti dei pagamenti a rate

Nella sentenza in commento, la Cassazione taglia le gambe ai furbetti che pur di non far scattare il redditometro acquistano beni di lusso con rate di basso importo. Infatti, l’acquisto dell’auto di lusso o della casa, nonostante sia fatto a rate, non fa cadere l’accertamento a carico del contribuente. Spetta al cittadino documentare da dove sono provenuti i soldi per pagare il venditore se di questi non vi è traccia nella dichiarazione dei redditi. 

note

[1] Cass. sent. n. 29761/19 del 15.11.2019.


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