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Come convalidare dimissioni

29 Novembre 2019
Come convalidare dimissioni

La lavoratrice madre può essere oggetto di discriminazioni sul posto di lavoro legate al suo stato di neo-mamma. Per questo la legge interviene con delle norme di tutela.

Sei una neo-mamma e vuoi dimetterti dal posto di lavoro? In questo caso, è bene essere informati su qual è la procedura da seguire per le dimissioni da parte di lavoratori che hanno avuto da poco un figlio e su quali sono i diritti che spettano alla lavoratrice madre che si dimette. La legge si preoccupa di offrire una particolare tutela alla lavoratrice madre in caso di dimissioni. Spesso, infatti, le dimissioni non sono una scelta libera della donna ma sono in qualche modo una scelta condizionata, quantomeno sotto il profilo psicologico, dal datore di lavoro. Per questo, la legge tutela la lavoratrice neo-madre con varie misure,  come convalidare dimissioni presso l’Ispettorato del lavoro.

L’obiettivo è accertare che sia realmente la donna a volersi dimettere e che non ci sia, al contrario, un condizionamento a fare questa scelta da parte del datore di lavoro. Inoltre, la neo-mamma che si dimette dal posto di lavoro può ottenere alcuni diritti che, generalmente, non spettano al lavoratore che rassegna le dimissioni volontarie.

Cosa sono le dimissioni?

In un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, le parti, e dunque datore di lavoro e dipendente, possono recedere dal rapporto, ossia dichiarare all’altra parte la fine del rapporto contrattuale, dando all’altra parte un periodo di preavviso [1] previsto nel contratto collettivo nazionale di lavoro applicato al rapporto di lavoro.

Il periodo di preavviso, solitamente, viene indicato nei Ccnl con tempistiche differenti a seconda del livello di inquadramento del lavoratore.

Se il dipendente non può aspettare il decorso del periodo di preavviso perchè, ad esempio, deve subito prendere servizio presso il nuovo datore di lavoro, egli può anche dimettersi in tronco, senza dare il preavviso, ma si espone ad una trattenuta operata in busta paga dall’azienda, pari alla retribuzione del lavoratore nel periodo di preavviso (indennità sostitutiva del preavviso).

Inoltre, il lavoratore che si dimette non ha diritto all’indennità di disoccupazione, ossia la Naspi erogata dall’Inps. Questo sussidio, infatti, presuppone che lo stato di disoccupazione sia involontario, ossia, non sia stato determinato da una scelta volontaria del lavoratore.

Come devono essere rassegnate le dimissioni?

A partire dal 2016 [2], inoltre, le dimissioni devono essere presentate necessariamente con una procedura online telematica, compilando un apposito form online disponibile presso il sito del ministero del lavoro e delle Politiche sociali www.cliclavoro.gov.it.

Le dimissioni rassegnate in modalità diverse da quella telematica (ad esempio, con una lettera cartacea o con una mail) sono inefficaci. Infatti, la legge vuole che la volontà del lavoratore di dimettersi sia certificata e vuole anche che vi sia certezza sul fatto che è il dipendente in persona a presentare le dimissioni anche per evitare l’odioso fenomeno delle dimissioni in bianco.

Con la procedura di dimissioni telematiche il lavoratore entra nel portale con il proprio Pin Inps o con lo Spid ed è dunque garantita la reale indentità del lavoratore dimissionario. Le dimissioni, con questo procedimento, arrivano direttamente nella casella pec o e-mail del datore di lavoro ed il dipendente ha sette giorni di tempo, a partire dalla data di comunicazione, per revocare le dimissioni stesse, ad ulteriore tutela della sua reale convinzione di chiudere il rapporto di lavoro.

Cos’è la convalida delle dimissioni?

La procedura di dimissioni telematiche non si applica a tutte le tipologie di lavoratori. Vi sono, infatti, delle fattispecie che restano escluse da tale disciplina, tra le quali troviamo:

  • i rapporti di lavoro domestico;
  • i casi di risoluzione del rapporto di lavoro a seguito di conciliazione stragiudiziale;
  • i rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni;
  • le ipotesi in cui le dimissioni sono soggette alla procedura di convalida presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro.

Come emerge da questo elenco, accanto alla procedura di dimissioni telematiche, che deve essere seguita nella generalità dei casi di dimissioni volontarie o risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, esiste anche la procedura di convalida delle dimissioni. In cosa consiste?

La legge [3], ancora prima che venissero introdotte le dimissioni online, si è preoccupata di tutelare una determinata categoria di lavoratori: le neo-mamme ed i neo-papà con figli di età inferiore ai tre anni. A livello statistico, infatti, questa categoria di dipendenti è potenzialmente vittima di pressioni da parte del datore di lavoro volte ad indurre i dipendenti a dimettersi dal posto di lavoro.

Per questo, la legge ha introdotto la procedura di convalida delle dimissioni presso l’Ispettorato territoriale del lavoro. La procedura di convalida delle dimissioni presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro deve essere seguita se il dipendente che intende dimettersi è in stato di gravidanza oppure durante i primi tre anni di vita del figlio, o, ancora, in caso di adozione o affidamento nei primi tre anni di accoglienza del minore nel nucleo familiare.

In sostanza, la donna presenta le proprie dimissioni al datore di lavoro e, successivamente, si reca presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente per territorio a convalidare le dimissioni stesse.

Presso l’ufficio, la donna viene identitifata e viene, in questo modo, accertatata la sua reale identità e la sua reale intenzione di rassegnare le dimissioni dal posto di lavoro. In questo modo, si evita che la donna si dimetta solo perchè condizionata nel farlo dal datore di lavoro. Inoltre, i funzionari dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro comunicano alla donna i diritti che le spettano per essersi dimessa in un periodo protetto.

La convalida delle dimissioni è essenziale se si vuole rendere efficaci le dimissioni presentate al datore di lavoro. Infatti, la legge prevede che l’efficacia delle dimissioni presentate nel periodo protetto dalla lavoratrice madre resta sospesa sino a quando viene effettuata la convalida. Senza convalida, dunque, le dimissioni non sono efficaci.

Dimissioni lavoratrice madre: quali diritti?

Le dimissioni della lavoratrice madre possono dare alla donna dei diritti ulteriori, che generalmente non spettano in caso di dimissioni volontarie. Da questo punto di vista, però, occorre fare una distinzione all’interno della categoria delle lavoratrici con figli di età inferiore ai tre anni. Infatti, se il figlio della lavoratrice che intende dimettersi ha meno di un anno di vita, le tutele sono della lavoratrice dimissionaria sono rafforzate.

In particolare, le dimissioni presentate dalla lavoratrice madre entro il primo anno di vita del figlio danno diritto a ricevere tutte le tutele legali e contrattuali che spettano al lavoratore in caso di licenziamento.

Da questa norma, derivano alcune conseguenze importanti:

  • la lavoratrice madre, in questo caso, può dimettersi con effetto immediato, in tronco e non è quindi tenuta a rispettare gli ordinari termini di preavviso di dimissioni previsti dal contratto collettivo di lavoro;
  • la lavoratrice madre ha diritto a ricevere dal datore di lavoro l’indennità sostitutiva del preavviso, proprio come se fosse stata licenziata dal datore di lavoro;
  • la lavoratrice madre, in deroga alla regola generale che esclude la Naspi in caso di dimissioni volontarie, può richiedere la Naspi proprio come se fosse stata licenziata dal datore di lavoro.

Lavoratrice madre e diritto alla Naspi

Come abbiamo accennato, la lavoratrice che si dimette entro il primo anno di età del proprio figlio ha diritto all’indennità di disoccupazione Naspi. Si tratta di una eccezione alla regola generale. La Naspi, infatti, spetta solo in caso di licenziamento o, al massimo, di dimissioni per giusta causa ma mai in caso di dimissioni volontarie.

Ciò in quanto la Naspi presuppone la involontarietà dello stato di disoccupazione del lavoratore e, ovviamente, se il rapporto termine per le dimissioni volontarie questo presupposto non è rispettato. In deroga a questa regola, la donna che presenta le dimissioni quando il figlio ha ancora meno di un anno può chiedere la Naspi. Resta inteso che, per ottenere la Naspi, devono comunque ricorrere i normali requisiti richiesti per la concessione della disoccupazione.

In particolare:

  • la domanda di Naspi deve essere presentata all’Inps entro, al massimo, 68 giorni dalla data di cessazione del rapporto di lavoro;
  • la lavoratrice possiede il cosiddetto requisito contributivo, ossia, possiede almeno 13 settimane di contributi nei 4 anni precedenti la cessazione del rapporto di lavoro;
  • la lavoratrice possiede il cosiddetto requisito lavorativo, ossia, ha cumulato almeno 30 giorni di lavoro effettivo nei 12 mesi antecedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.

Per quanto concerne il requisito lavorativo, si sottolinea che i periodi di assenza dal lavoro per maternità obbligatoria e congedo parentale se all’inizio dell’astensione risulta versata contribuzione determinano un ampliamento pari alla durata degli eventi medesimi del periodo di dodici mesi all’interno del quale ricercare il requisito delle trenta giornate di lavoro effettivo.

Inoltre, come accade per tutti i soggetti che prendono la Naspi, questo beneficio viene perso se si inizia un nuovo rapporto di lavoro, sia sotto forma di lavoro subordinato che di lavoro autonomo, dal quale il disoccupato tragga un certo reddito che viene fissato dalla legge e che varia a seconda della natura autonoma o subordinata del rapporto.

Per fare domanda di Naspi, la disoccupata neo-mamma può accedere direttamente presso il sito Inps al portale della Naspi, inserendo le proprie credenziali, oppure può farsi assistere da uno dei soggetti intermediari abilitati dall’Inps, come ad esempio i patronati. La Naspi verrà corrisposta per un massimo di 24 mesi e l’ammontare dell’assegno è soggetto ad una progressiva riduzione man mano che si usufruisce della misura.


note

[1] Art. 2118 cod. civ.

[2] D. Lgs. n. 151/2015.

[3] Art.55 co. 4 D.Lgs. 151/2001.


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