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Dimissioni telematiche per giusta causa

28 Novembre 2019
Dimissioni telematiche per giusta causa

Quando il rapporto di lavoro diventa insostenibile a causa delle scorrettezza del datore di lavoro il lavoratore può dimettersi senza rispettare i termini di preavviso.

Non ricevi lo stipendio ormai da mesi? Il tuo superiore usa dei toni offensivi nei tuoi confronti? Hai subito molestie sul luogo di lavoro? In questi ed in molti altri casi, il lavoratore si ritrova costretto a lasciare il posto di lavoro in quanto non può continuare a sopportare delle situazioni insostenibili.

Visto che, in questi casi, le dimissioni sono, di fatto, rese obbligatorie dai comportamenti del datore di lavoro, la legge tutela il lavoratore dimissionario attraverso le dimissioni per giusta causa che, come vedremo, danno al dipendente tutta una serie di diritti. La novità recente, in materia di dimissioni, è l’introduzione di una speciale procedura online da seguire per dimettersi.

Anche nelle fattispecie che abbiamo visto occorre presentare le dimissioni telematiche per giusta causa. La regola introdotta nel 2016, infatti, ha una portata generale e non si applica alle sole ipotesi di dimissioni volontarie. Infatti, anche nel caso della giusta causa, la legge esige che venga certificata in modo sicuro la reale identità del soggetto dimissionario e la sua reale volontà di porre fine al rapporto di lavoro.

Cos’è la giusta causa di dimissioni?

Le dimissioni del lavoratore sono un atto con il quale il dipendente comunica al datore di lavoro la sua volontà di recedere dal contratto di lavoro.

Nella gran parte dei casi, le dimissioni sono un atto volontario: il lavoratore non ha più interesse a lavorare presso quel posto di lavoro per le ragioni più diverse che possono riguardare le proprie scelte di vita e familiari, l’aver trovato un nuovo impiego, il volersi dedicare ad altre professioni, etc.

Ci sono dei casi, tuttavia, nei quali le dimissioni non sono rassegnate in modo volontario ma sono una reazione obbligata di fronte ad una gravissima inosservanza, da parte del datore di lavoro, dei suoi obblighi contrattuali.

Per poter parlare di dimissioni per giusta causa, le mancanze del datore di lavoro devono essere talmente gravi da non consentire la prosecuzione nemmeno momentanea del rapporto di lavoro [1].

L’impossibilità di proseguire, anche solo per un istante, quel rapporto determina una importante conseguenza.

Il lavoratore che si dimette per giusta causa, infatti, a differenza del lavoratore che rassegna le proprie dimissioni volontarie, non deve rispettare il periodo di preavviso di dimissioni previsto dal contratto collettivo nazionale di lavoro applicato al rapporto di lavoro. In sostanza, il dipendente può dimettersi in tronco, con effetto immediato.

Non solo non deve dare il preavviso (e dunque il datore di lavoro non dovrebbe trattenere dalle sue spettanze finali l’indennità sostitutiva del preavviso), ma, anzi, ha diritto a ricevere dal datore di lavoro l’indennità sostitutiva del preavviso perchè, di fatto, è come se fosse stato il datore di lavoro a licenziarlo.

Ma quali sono i comportamenti datoriali così gravi da costituire una giusta causa di dimissioni? La giurisprudenza, affrontando i casi concreti, ha individuato quelle mancanze del datore di lavoro che giustificano le dimissioni per giusta causa:

  • mancato pagamento dello stipendio (oppure, in alcuni casi, ritardo nel pagamento della retribuzione);
  • omesso versamento dei contributi previdenziali;
  • molestie sessuali da parte del datore di lavoro;
  • mobbing, sia orizzontale che verticale;
  • richiesta al dipendente, da parte del datore di lavoro, di compiere atti o condotte illecite;
  • ingiurie del superiore gerarchico nei confronti del lavoratore;
  • modificazioni peggiorative delle mansioni, al di fuori dei casi di variazione delle mansioni consentiti dalla legge.

Se ricorrono queste fattispecie, il dipendente può dimettersi per giusta causa e pretendere il pagamento dell’indennità sostitutiva del preavviso.

La procedura di dimissioni telematiche

Fino a poco tempo fa, per dimettersi dal posto di lavoro era sufficiente inviare una lettera o una mail al datore di lavoro indicando la volontà di recedere dal rapporto di lavoro e la data di efficacia delle dimissioni stesse.

Questa modalità rendeva le dimissioni del dipendente molto condizionabili da parte del datore di lavoro. Oltre ad un potere di condizionamento psicologico del dipendente, infatti, si è arrivati a dei casi in cui il datore di lavoro, nel momento stesso in cui assumeva un dipendente, gli faceva firmare una lettera di dimissioni volontarie senza data.

Quando si stufava di quel lavoratore, il datore di lavoro inseriva la data nella lettera di dimissioni e la protocollava al protocollo aziendale. In questo modo, il lavoratore si ritrovava senza lavoro e senza le tutele offerte dall’ordinamento ai lavoratori che vengono licenziati. Per ovviare a questi abusi, ed in particolare alla pratica appena descritta, ossia le cosiddette dimissioni in bianco, è intervenuto il legislatore.

Per effetto della riforma introdotta dal Jobs Act [2], a partire dal 12 marzo 2016, le dimissioni volontarie e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro devono essere necessariamente effettuate in modalità telematica.

Per procedere alle dimissioni online è sufficiente seguire una semplice procedura telematica disponibile nel sito web del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. La legge non offre alcuna alternativa: le dimissioni devono essere esclusivamente presentate con questa procedura, altrimenti sono inefficaci e non producono l’effetto di risolvere il rapporto di lavoro.

Se il lavoratore si sbaglia e invia le dimissioni volontarie via mail o raccomandata, il datore di lavoro deve fargli notare che esiste l’obbligo di dimettersi per via telematica ed invitarlo a seguire la relativa procedura.

Un successivo Decreto Ministeriale attuativo [3] ha individuato le modalità tecniche ed operative per procedere alle dimissioni telematiche ed alla loro trasmissione al datore di lavoro e all’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente. Ci sono alcune fattispecie che restano esonerate dalla predetta procedura.

In particolare, ne restano esclusi:

  • il lavoro domestico;
  • i casi di risoluzione a seguito di conciliazione stragiudiziale;
  • le dimissioni che devono essere convalidate presso l’Ispettorato Territoriale del Lavoro competente [4] vale a dire le dimissioni rassegnate da genitori di figli con età inferiore a tre anni.
  • i rapporti di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni.

E’, dunque, evidente che le dimissioni per giusta causa non sono escluse dalla procedura telematica introdotta dalla legge.

Dimissioni telematiche per giusta causa

Anche in caso di dimissioni per giusta causa, dunque, occorre seguire la procedura di dimissioni telematiche.

Innanzitutto, occorre scegliere se presentare le dimissioni telematiche in autonomia, collegandosi al sito del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, oppure farsi assistere da un soggetto intermediario autorizzato.

I soggetti a cui ci si può rivolgere sono i seguenti:

  • patronati;
  • organizzazioni sindacali;
  • commissioni di certificazione;
  • enti bilaterali;
  • consulenti del lavoro;
  • sedi territoriali dell’Ispettorato nazionale del lavoro.

Nel caso in cui, al contrario, si decida di procedere autonomamente occorre collegarsi al sito cliclavoro.gov.it ed entrare nella apposita sezione relativa alle dimissioni telematiche.

Per poter procedere, il lavoratore deve essere in possesso, alternativamente:

  • del Pin dispositivo Inps: si tratta di un codice identificativo necessario per accedere ai servizi online dell’Inps. Il Pin dispositivo è un codice individuale di 16 cifre . Se non lo possiedi, puoi richiederlo direttamente nel portale Inps oppure presso una delle sedi territoriali dell’Istituto previdenziale;
  • dello Spid, che sta per Sistema pubblico di identità digitale: si tratta di un sistema di riconoscimento dell’identità del cittadino che opera online con la pubblica amministrazione.

A questo punto, in possesso di uno dei predetti codici, il lavoratore che vuole dimettersi per giusta causa può entrare nel form online per presentare le dimissioni telematiche. In prima battuta, verrà chiesto l’inserimento di alcuni dati del datore di lavoro. A questo riguardo, occorre distinguere:

  • se il rapporto di lavoro è sorto prima del 2008 molti di questi dati dovranno essere inseriti manualmente dal lavoratore (codice fiscale aziendale, comune in cui ha sede il datore di lavoro, indirizzo e-mail o pec);
  • se il rapporto di lavoro è sorto dopo il 2008 la maggior parte dei dati verrà caricata in automatico dal sistema che li andrà a reperire nelle comunicazioni obbligatorie di instaurazione/modifica/cessazione del rapporto di lavoro più recenti.

Una volta inseriti i dati, occorre indicare la tipologia di comunicazione. E’ qui che, tra le varie opzioni, il lavoratore deve cliccare su “dimissioni per giusta causa”. A questo punto, il sistema attribuisce alla comunicazione una data (marca temporale).

Una volta confermati tutti i dati inseriti, il sistema invia in automatico la comunicazione di dimissioni per giusta causa sia al datore di lavoro, nella pec o e-mail inserita nel form, sia all’Ispettorato territoriale del lavoro competente per territorio. Da quel momento, il rapporto di lavoro è di fatto cessato visto che, come abbiamo detto, le dimissioni per giusta causa hanno effetto immediato.

E’ opportuno ricordare che, nella generalità dei casi, le dimissioni volontarie dal rapporto di lavoro non danno diritto a percepire l’indennità di disoccupazione (Naspi), in quanto lo stato di disoccupazione non è involontario.

Nel caso di dimissioni per giusta causa, al contrario, lo stato di disoccupazione non è volontario poichè il laovratore è statto di fatto obbligato a dimettersi a causa delle gravissime condotte poste in essere dal datore di lavoro nei suoi confronti. Proprio per questo, ritenendo che in questo caso lo stato di disoccupazione sia comunque involontario, anche al dipendente dimissionario per giusta causa spetta la Naspi.


note

[1] Art. 2119 cod. civ.

[2] D. Lgs. n. 151/2015.

[3] D. M. del 15.12.2015.

[4] Art.55 co. 4 D. Lgs. 151/2001.


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