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Editoriali Modifiche al tentativo di conciliazione del giudice in prima udienza: la sostanziale inutilità della previsione

Editoriali Pubblicato il 17 luglio 2013

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> Editoriali Pubblicato il 17 luglio 2013

Il nuovo articolo 185bis che prevede la proposta conciliativa o transattiva del giudice potrebbe perdere ogni significato a seguito delle nuove correzioni apportate con gli emendamenti al decreto del Fare.

 

Dopo la maratona di ieri notte delle Commissioni Giustizia e Bilancio, è stato presentato alla Camera il testo definitivo con le modifiche alle norme in tema di giustizia contenute nel Decreto del Fare, dopo le decine di emendamenti presentati negli scorsi giorni.

Oltre alla delicata questione sulla mediazione civile, il nuovo testo ritocca sostanziosamente anche il meccanismo della proposta di transazione e conciliazione fatta dal giudice alla prima udienza e fino alla fine della fase istruttoria (leggi l’articolo “Proposta di conciliazione del giudice: come cambia la prima udienza civile“) . La modifica è tanto radicale da svuotare, almeno in prima analisi, di qualsiasi significato l’istituto deflattivo.

Due sono, in sostanza, le correzioni:

1) la proposta transattiva del giudice, che prima era obbligatoria, diventa invece discrezionale e, comunque, solo prima tenendo conto della natura del giudizio, del valore della controversia, della complessità delle questioni di diritto;

2) non c’è più sanzione per la parte che rifiuta la proposta del giudice senza giustificato motivo.

Ora, al di là delle valutazioni di merito sul meccanismo in sé – da alcuni, forse non a torto, ritenuto “ricattatorio” nei confronti della parte che intenda proseguire il giudizio – di certo gli emendamenti sembrano aver reso pressoché inutile la nuova previsione.

Innanzitutto, l’iniziale sospetto degli operatori del diritto – il fatto che il magistrato potrebbe limitarsi a chiedere genericamente alle parti di eventuali volontà transattive, più per rispetto al codice che alla sostanza – oggi diventa un rischio fondato.

Siamo abituati – e l’esperienza in materia di separazione e di lavoro ce ne dà conferma – a esperimenti conciliativi di facciata, privi di alcuna efficacia penetrante.

Così, cancellare l’obbligatorietà per il magistrato di presentare la proposta significa anche rendere inutile la stessa previsione, relegandola alla fine che aveva fatto il vecchio tentativo di conciliazione alla prima udienza (vecchio testo dell’articolo 183 cod.proc.civ.).

Peraltro, a prescindere da “esortazioni” codicistiche, non poche volte già oggi il giudice suggerisce soluzioni transattive, specie quando una sembrano facilmente raggiungibili (anche per deflazionare il proprio ruolo).

C’è poi da considerare che l’assenza di qualsiasi conseguenza per la parte che rifiuti immotivatamente la proposta, assecondando così più questori di “principio” o di “mera rivalità” che non obiettive valutazioni giuridiche, svuota di significato anche lo sforzo del magistrato.

Insomma, il serio rischio che si corre è di scrivere, per l’ennesima volta, una norma processuale inutile, puntualmente calpestata dal formale rispetto di sé stessa e dimentica invece della sostanziale volontà del legislatore.

 


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