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Diffamazione, persecuzioni e molestie su Facebook: come tutelarsi

17 luglio 2013 | Autore:


> Diritto e Fisco Pubblicato il 17 luglio 2013



Stalking, diffamazione, ingiuria: sono innumerevoli le condotte che possono integrare illeciti o, addirittura, reati quando si usano i social network. La giurisprudenza è già orientata nel dare la massima punizione a tali fenomeni.

La facilità di pubblicazione dei messaggi su Facebook, l’assenza di filtri preventivi e, soprattutto, la pubblicità del mezzo – che consente una visibilità immediata e generalizzata dei contenuti – ha reso il problema della diffamazione e delle persecuzioni sul social network un argomento delicato e, nello stesso tempo, urgente. Un problema aggravato, peraltro, dalla possibilità dei materiali di sopravvivere in rete anche dopo la cancellazione dal profilo di un singolo utente.

Ogni giorno, nei quattro angoli del globo, si aprono milioni di nuovi profili sociali, gran parte dei quali anonimi o costituiti da nomi fittizi: una cassa di risonanza cui, purtroppo, si frappone una totale leggerezza e imprudenza, da parte degli utenti, nell’esercizio del proprio diritto di espressione. Quasi come se non si percepisse il confine tra il legale e l’illegale o, peggio, lo stesso concetto di antigiuridicità del comportamento, solo perché lo si compie in un ambiente “virtuale” quale Facebook, è sempre più difficile arginare quella completa anarchia che caratterizza certi post.

Uno dei casi giurisprudenziali più interessanti e innovativi è stato deciso dal tribunale di Monza [1] e ha riguardato due adolescenti che, contattatisi e conosciutisi tramite Facebook, avevano intrapreso una relazione sentimentale. A seguito dell’interruzione del rapporto, l’ex boy friend scrisse un messaggio greve alla ragazza, offendendola per un suo difetto visivo, nonché facendo espliciti riferimenti denigratori rispetto ai gusti sessuali della medesima. Il giudice condannò il giovane, riconoscendo il carattere pubblico delle offese arrecate.

La pubblicità del contesto costituito da Facebook, per via della conoscenza da parte di più persone e della incontrollata diffusione tramite tag, lo rende uno strumento di potenziale lesione di diritti e valori costituzionali, come la reputazione, l’onore e il decoro degli utenti. Con conseguente applicazione dei reati di ingiuria e diffamazione.

Poiché tali comportamenti denigratori costituiscono, come detto, dei reati, nonostante la virtualità del mezzo e del contesto nel quale sono espressi, scatta anche il risarcimento del danno non patrimoniale: il giudice, in particolare, valuta se il comportamento integri l’ingiuria o la diffamazione.

Il Gip di Livorno [2] ha deciso una fattispecie analoga, confermando l’enorme potenzialità lesiva di Facebook. Un ex dipendente di un centro estetico licenziato, a suo dire, ingiustamente aveva pubblicato dei post offensivi sulla “bacheca” del proprio profilo Facebook dal contenuto volgare e tenore chiaramente denigratorio rispetto alla

professionalità del centro estetico (consigliando a tutti i suoi amici di non frequentarlo).

Nella sentenza si legge che il comportamento in questione integra tutti gli elementi del delitto di diffamazione.

Ricorrono, infatti, tutti gli elementi tipici di tale reato:

– la precisa individuabilità del destinatario delle manifestazioni ingiuriose;

– la comunicazione con più persone, posto il carattere pubblico dello spazio virtuale in cui si diffonde la manifestazione del pensiero su Facebook;

– la conoscenza da parte di più persone del messaggio diffamatorio e la possibile sua incontrollata diffusione;

– la coscienza e la volontà di usare espressioni oggettivamente idonee a recare offesa al decoro, onore e reputazione del soggetto passivo.

Anzi, l’utilizzo di Internet comporta per di più l’applicazione di una aggravante: quella dell’offesa offesa recata con un mezzo di pubblicità), con conseguente previsione di una pena più severa.

L’aggravante è dovuta all’elevata diffusività del messaggio, conseguente all’uso di

mezzi di comunicazione di massa, i quali hanno un chiaro effetto di diffusione immediata del danno sociale provocato dal comportamento. Essendo possibile attraverso Facebook fruire di alcuni servizi di condivisione e pubblicazione di testi, è l’utente stesso a impostare i diversi livelli di condivisione delle informazioni che pubblica, e quindi è direttamente imputabile per la diffusione del messaggio “al pubblico”.

Ritornando al caso del dipendente, gli sfoghi su Facebook gli sono costati un risarcimento di euro 3.000 euro, oltre alla rifusione delle spese di costituzione di parte civile di euro 1.500,00.

Stalking

Anche le molestie provenienti tramite l’utilizzo di un social network, possono concretare una ipotesi di stalking.

In generale, i giudici hanno ritenuto punibili come atti persecutori le molestie perpetrate attraverso il reiterato invio di sms e di messaggi di posta elettronica o postati anche attraverso il sistema di messaggistica di Facebook.

La condotta persecutoria e assillante nei confronti di una persona attraverso Facebook costituisce quindi una vera e propria molestia punibile come stalking.

La Cassazione [3], per esempio, ha confermato la custodia cautelare pronunciata dal Tribunale di Sorveglianza di Potenza nei confronti di un uomo a causa dei continui episodi persecutori e di molestie, concretatisi in telefonate, invii di sms e di messaggi di posta

elettronica, nonché tramite Facebook.

Questi elementi, per la Cassazione, individuano il reato di stalking.

note

[1] Trib. Monza, sent. del 2.03.2010.

[2] Gip Livorno, sent. n. 38912 del 2 ottobre-31 dicembre 2012.

[3] Cass. sent. n. 32404 del 2010.

L’immagine dell’articolo è presta dal sito liquida .it


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