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Stop alle distanze minime tra le attività commerciali

5 Marzo 2014
Stop alle distanze minime tra le attività commerciali

Il Comune non può imporre limiti minimi di distanza tra i negozi o gli esercizi commerciali: le norme europee sulla liberalizzazione prevalgono sempre.

I regolamenti comunali non possono più imporre delle distanze minime tra le attività commerciali e, quindi, subordinare la loro apertura alla previa verifica del rispetto di tale limite: la direttiva “Bolkestein” emanata dall’Unione Europea – e recepita in Italia dal Decreto Bersani – ha, infatti, liberalizzato il settore del commercio. Eventuali limiti possono essere imposti solo per motivi imperativi di interesse generale.

È quanto si evince da una recente e importante sentenza del TAR Lombardia [1]. I giudici amministrativi lombardi ricordano infatti che, a seguito dei recenti sviluppi legislativi, tutta la normativa nazionale risulta ormai superata; e ciò vale anche per le medie e grandi strutture. Superati tutti gli strumenti di pianificazione economica e urbanistica, gli enti locali non possono più porre vincoli di sorta nel settore commerciale.

Ciò soprattutto a partire dal 2006, quando la legge [2] ha definitivamente sancito il divieto (valevole anche per le Regioni) di sottoporre l’apertura di nuovi esercizi commerciali (ivi comprese medie e grandi strutture) a limiti riferiti a quote di mercato predefinite o calcolate sul volume delle vendite a livello territoriale sub regionale.

La normativa dell’U.E. prevede, infatti, che l’iniziativa economica non possa, di regola, essere assoggettata ad autorizzazioni e restrizioni (specie se dirette al governo autoritativo del rapporto fra domanda ed offerta); ciò può essere consentito, al massimo, solo qualora sussistano motivi imperativi di interesse generale rientranti nel catalogo formulato dalla Corte di Giustizia.

Successivi interventi hanno ulteriormente recepito e perfezionato questa politica di liberalizzazione [3].

In sintesi sono vietati i vincoli imposti dai piani commerciali che espressamente sanciscono il contingentamento numerico delle attività economiche, ma anche dagli atti di programmazione che impongono “limiti territoriali” al loro insediamento.

Il principio generale è dunque quello della libera apertura di nuovi esercizi commerciali sul territorio senza contingenti limiti territoriali o altri vincoli di qualsiasi altra natura, esclusi quelli connessi alla tutela della salute, dei lavoratori, dell’ambiente, ivi incluso l’ambiente urbano e dei beni culturali.

Le disposizioni comunitarie devono essere recepite dal nostro ordinamento e lo Stato deve ordinare alle Regioni ed agli enti locali, entro un preciso termine, l’adeguamento dei loro ordinamenti. Se decorre inutilmente si avrà l’inefficacia di ogni disposizione regionale e locale, legislativa e regolamentare in contrasto con i principi della libera concorrenza, sì che verranno abrogate automaticamente [4].


note

[1] TAR Lombardia sent. n. 326/14 del 29.01.2014.

[2] D.l. n. 223/06.

[3] D.lgs. n. 59/10, d.l. n. 201/11 e d.l. n. 1/12.

[4] Come rilevato dalla costante giurisprudenza amministrativa (artt. 2 L. n. 131/03 e n. 117, lett. E Cost.; CdS 2808/09; TAR Toscana 6400/10, TAR Sicilia 6884/10, TAR Friuli Venezia Giulia 145/11 e C. Cost. 38/13).

Autore immagine: 123rf.com


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