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Il datore di lavoro può indagare sulla vita privata di un dipendente?

21 Novembre 2019
Il datore di lavoro può indagare sulla vita privata di un dipendente?

Il datore di lavoro può richiedere il certificato penale o inviare ispettori e detective per sapere cosa faccio durante il giorno?

Hai l’impressione che il tuo datore di lavoro sappia di più di ciò che dovrebbe in merito alla tua vita privata: sa con chi ti frequenti, a che ora torni a casa la sera, quando vai ad assistere tua madre anziana e disabile, per quale squadra di calcio tifi. Sa anche di una piccola condanna che hai ricevuto tempo fa. Tutto questo ti porta a sospettare che stia svolgendo, nei tuoi confronti, delle indagini. Potrebbe, magari, aver messo alle tue calcagna un detective o si è infiltrato tra i tuoi contatti di Facebook – magari ha il volto di una bella ragazza con cui chatti quotidianamente – per farti confidare gli aspetti più riservati della tua vita. Ti senti braccato e ti chiedi se puoi fare qualcosa per bloccarlo o denunciare tale situazione ai sindacati dell’azienda. La tua domanda è, quindi, se il datore di lavoro può indagare sulla vita privata di un dipendente? 

In merito, ci sono una serie di precisazioni da fare e che è bene che tu conosca subito, in modo da sapere come comportarti nell’ipotesi in cui dovessero arrivarti delle contestazioni disciplinari o, nella peggiore delle ipotesi, un licenziamento per comportamenti posti fuori dall’azienda.

Indagini sui dipendenti prima o dopo dell’assunzione: sono leciti?

L’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori vieta al datore di lavoro di fare qualsiasi indagine sulla vita privata del lavoratore, a meno che non sia necessaria per valutarne le attitudini professionali. È fatto divieto – dice la norma – al datore di lavoro, ai fini dell’assunzione così come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell’attitudine professionale del lavorare.

Il datore di lavoro, quindi, può chiedere informazioni su eventuali precedenti penali del proprio dipendente, solo se ciò sia giustificato dal tipo di mansioni o di responsabilità che intende affidargli. In passato, un privato cittadino poteva richiedere per motivi di lavoro il certificato penale di un’altra persona. Ora, non è più possibile. Quindi, il datore di lavoro non può procurarsi autonomamente il certificato penale del proprio dipendente, ma può chiedere che sia questi a fornirglielo solo quando indispensabile per la delicatezza dell’attività dell’azienda.

Non è un mistero che i datori di lavoro facciano più indagini sui social network che non sul curriculum dei dipendenti. E di certo si tratta di attività lecite posto che i social sono pubblici e tutto ciò che non si vuol rendere tale può essere coperto dalla privacy dal titolare dell’account.

Quindi, un datore di lavoro può rifiutare l’assunzione di un dipendente solo sulla base dei post o delle foto o delle opinioni da questi pubblicate sui social. Non può, però, più farlo dopo l’assunzione: la libera manifestazione del pensiero – anche su internet – non può essere toccata a meno che non si risolva in un danno per l’azienda. Si pensi al caso del dipendete che parla male del proprio capo o che diffama i superiori o che getta fango sull’organizzazione dell’impresa o sui prodotti da questa commercializzati. Tali comportamenti sarebbero passibili di licenziamento.

Detective e pedinamenti

Lo Statuto dei lavoratori vieta i controlli in azienda e durante il lavoro. Ma questa limitazione cessa al termine dell’orario di lavoro. Fuori dai cancelli dell’impresa, infatti, il datore può mettere, alle calcagna del proprio dipendente, un investigatore privato per verificare che questi non compia comportamenti contrari all’interesse aziendale. Si pensi al caso del lavoratore che fruisce dei giorni di permesso per la legge 104, al fine di accudire un familiare disabile, mentre invece, inquilini nell’arco di tempo, va a passeggio con gli amici.

Gli stessi detective potrebbero anche verificare la commissione di illeciti penali, come ad esempio lo spaccio, che potrebbero pregiudicare l’immagine aziendale e consentire il licenziamento.

Valutazioni su eventuali procedimenti penali

Se il datore di lavoro non può valutare il comportamento del proprio dipendente per quanto attiene a controversie di carattere civile (ad esempio un litigio con il vicino di casa, il mancato pagamento del condominio, ecc.) può, tuttavia, svolgere indagini su eventuali condanne penali che potrebbero compromettere il rapporto di fiducia nei suoi confronti e, quindi, consentire il licenziamento. Non sono pochi, ad esempio, i casi di risoluzione del rapporto di lavoro determinato da condanne per reati come lo spaccio di droga, la frode, l’usura, ecc.

Naturalmente, il tipo di condanna penale deve avere un impatto sulla credibilità dell’azienda, deve cioè essere tale da poter nuocere all’immagine del datore di lavoro.

Indagini su Facebook

La giurisprudenza ha sdoganato le sanzioni disciplinati – ivi compreso il licenziamento – comminate ai dipendenti sorpresi a navigare su Facebook durante le ore lavorative. In tali ipotesi, il datore di lavoro aveva creato un account falso, fingendo di essere una bella ragazza, solo al fine di intercettare in chat il lavoratore e procurarsi la prova della sua “distrazione” dalle mansioni. Indagini di questo tipo, nonostante condotte nei luoghi aziendali, sono state ritenute lecite.



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