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Interdizione, inabilitazione e amministrazione di sostegno: differenze

23 Novembre 2019
Interdizione, inabilitazione e amministrazione di sostegno: differenze

Volevo capire in modo approfondito la differenza tra queste figure: interdetto giudiziale, inabilitato e amministrato di amministratore di sostegno e quali sono gli atti che possono compiere in modo specifico le 3 figure indicate precedentemente. Nel caso di un soggetto che sta avendo un degrado cognitivo quale procedura giudiziale è consigliabile attivare onde proteggere la persona e il suo patrimonio, quello del coniuge e degli eredi?

Partiamo da un presupposto: tutte e tre le figure hanno il medesimo fine e, cioè, quello di tutelare gli interessi di un individuo. Esse si differenziano per il grado di tutela che il destinatario necessita. Dall’introduzione dell’amministrazione di sostegno, con la riforma del 2004, la differenza tra i tre istituti – nella pratica – si è assottigliata molto.

Le espongo nel modo più chiaro possibile la differenza tra le tre figure, analizzandole singolarmente.

L’interdizione giudiziale riguarda tutte quelle persone la cui condizione di menomazione psico-fisica è tale da comportare una incapacità di comprendere, ricordare e volere, nonché di compiere in autonomia gli atti anche semplici della vita quotidiana: andare in bagno, cucinare, lavarsi, deambulare e quant’altro sia necessario per la sopravvivenza.

In questo caso, il tutore subentrerà in tutto e per tutto nei diritti e doveri di cui l’interdetto è destinatario, curando la persona e gestendo il patrimonio, al fine di tutelarlo dai malintenzionati.

Ovviamente, questo è l’istituto più invasivo per il destinatario del provvedimento, in quanto – dopo l’interdizione –  egli non avrà più alcuna possibilità di provvedere ai propri interessi, se non con l’intervento del tutore giudiziale. Per tale motivo, è considerato come istituto residuale, laddove il giudice non ritenga corretto attuare gli altri istituti della inabilitazione, o dell’amministrazione giudiziale, che vedremo di seguito.

All’interdetto non sarà, quindi, consentito il compimento di alcun atto, né di straordinaria, né di ordinaria amministrazione, ma solo il compimento di atti personalissimi, quali la scelta dei trattamenti sanitari, o le scelte sentimentali, sempre sotto la supervisione del tutore. Gli altri atti compiuti dopo il riconoscimento dello status di interdetto saranno annullabili, con il ricorso al giudice.

In tale contesto, l’interdizione risulta l’unico strumento che assicuri un’adeguata protezione alla beneficiaria in termini di assistenza, cura della persona e di gestione patrimoniale.

L’inabilitazione giudiziale è un istituto che si frappone tra l’interdizione e l’amministrazione di sostegno.

Mentre per la dichiarazione d’interdizione, occorre che il soggetto versi in condizione di abituale infermità di mente, tale da renderlo incapace di provvedere ai propri interessi, nell’inabilitazione il destinatario della tutela non è in uno stato di infermità grave e perenne.

Saranno presenti alcuni disturbi comportamentali, idonei ad incidere sulle abilità ed autonomie sociali e civili, senza tuttavia escluderne in tutto o in parte la capacità di intendere e di volere.

Casi di inabilità possono essere riscontrati:

  • in chi fa abuso di bevande alcoliche o di stupefacenti,
  • chi non riesce ad avere un equilibrio patrimoniale per sé,
  • chi espone la sua famiglia a gravi pregiudizi economici,
  • nel cieco o sordomuto dalla nascita, incapaci di provvedere ai propri interessi, nonostante l’assenza di una vera e propria infermità psichica, perché privi di un’educazione in tal senso,
  • in chi, affetto da una malattia, seppur grave, riesce a mantenere una capacità d’agire anche parziale.

L’inabilitato, a differenza dell’interdetto, può compiere gli atti di ordinaria amministrazione personalmente, mentre per gli atti di straordinaria amministrazione dovrà essere affiancato da un curatore, che dovrà farsi autorizzare da un giudice tutelare.

Gli atti di straordinaria amministrazione non devono essere solo considerati dal punto di vista patrimoniale, ma anche dal punto di vista personale, con riguardo a tutti gli atti della vita civile che attengono alla cura della persona ed agli adempimenti dei doveri famigliari e pubblici: ad esempio, per agire in giudizio nei confronti di una persona, sia civilmente, che penalmente, occorrerà il curatore, dietro autorizzazione del giudice tutelare.

Tutti gli atti di straordinaria amministrazione, se non avallati da un curatore, potranno essere annullati dal giudice tutelare.

Diversamente dall’interdetto, come anticipato, l’inabilitato potrà compiere tutti gli atti di ordinaria amministrazione, per tale intendendosi tutti gli atti di gestione che non danneggino il proprio patrimonio: fare la spesa, fare regali (tenendo sotto controllo le cifre spese), recarsi a scuola, o a lavoro.

L’amministratore di sostegno è la figura più recente creata dal legislatore e si differenzia dalle prime due perché interviene solo sull’aspetto patrimoniale della vita del destinatario.

Infatti, a differenza del tutore e del curatore, l’amministratore non può sostituirsi all’amministrato nelle decisioni di natura personale.

La misura dell’amministrazione di sostegno è prevista, in via generale, dall’ordinamento quale strumento prioritario per la tutela dei soggetti privi di autonomia decisionale, che consenta, pur potendosi prevedere l’attribuzione all’amministratore di sostegno di poteri anche integralmente o parzialmente sostitutivi, di tener conto dei bisogni ed esigenze personali del beneficiario e che non risulti inutilmente “privativa” di ogni residua capacità di intendere e di volere.

La differenza con gli altri due istituti non si sostanzia, quindi, sul grado di infermità, ma su un criterio selettivo, sulla base del tipo di attività che deve essere compiuta in nome del beneficiario.

Quindi, dal riconoscimento dell’amministrazione di sostengo, non deriverà automaticamente un limite alla capacità di agire, ma il giudice dovrà valutare nel dettaglio:

  • quali atti l’amministratore di sostegno ha il potere di compiere in nome e per conto del beneficiario,
  • quali atti il beneficiario può compiere con la sola assistenza dell’amministratore di sostegno,
  • quali atti il beneficiario conserva la capacità di agire in autonomia.

Fatto questo excursus, con riguardo al caso concreto, Lei riferisce che il soggetto sta avendo un degrado cognitivo (presumiamo progressivo).

Se, consultato uno specialista, viene confermato che l’aggravamento dell’infermità non sarà imminente, ma progredirà lentamente, allora potrà essere sufficiente introdurre un ricorso per il riconoscimento dell’amministratore di sostegno, finalizzato ad ottenere una gestione patrimoniale assistita dall’amministratore di sostegno, indicato tra uno dei familiari interessati alla gestione.

Se, invece, il degrado cognitivo è progressivamente preoccupante (il medico conferma che nel giro di pochi mesi potrebbe perdere gran parte della capacità d’agire), allora il mio consiglio è di avviare una procedura più invasiva, qual è quella dell’inabilitazione, o dell’interdizione (a seconda della gravità prospettata dal medico), per salvaguardare interamente gli interessi dell’infermo, e anche quelli patrimoniali dei parenti più stretti.

Come anticipato, rivestendo, oggi, l’interdizione carattere residuale, spetterà sempre al Giudice, e alla sua discrezionalità, valutare il tipo di attività che deve esser compiuta in nome del beneficiario della protezione e se la situazione di infermità sia estremamente grave (anche alla luce del certificato medico che si allegherà e dell’esame personale che verrà fatto sulla persona) da necessitare di un tutore, piuttosto che di un curatore, o di un amministratore, così rinviando alla procedura ritenuta più consona.

Pertanto, se l’attività da porre in essere a tutela del beneficiario è minima e estremamente semplice, oltre ad esser tale da non pregiudicare gli interessi del soggetto, o per la scarsa consistenza del patrimonio disponibile, o per la semplicità delle operazioni da svolgere, si opterà per la nomina di un amministratore, in considerazione della maggiore flessibilità ed agilità dello strumento dell’amministrazione di sostegno.

Diversamente, ove si tratti di un’incapacità di provvedere ai propri interessi e di gestire un’attività di una certa complessità, ovvero nei casi in cui appaia necessario (pericolo astratto) impedire al soggetto da tutelare di compiere atti pregiudizievoli per sé, o per i suoi cari, l’interdizione appare l’unico strumento idoneo ad assicurare quella adeguata protezione degli interessi della persona che la legge richiede.

Il giudice dovrà dapprima considerare l’applicabilità dell’amministrazione di sostegno e poi, in difetto, valutare gli istituti più invasivi.

Infatti, la misura di protezione della amministrazione di sostegno può adottarsi nell’interesse del beneficiario (interesse reale e concreto, inerente la persona e/o il suo patrimonio), anche in presenza dei presupposti di interdizione o di inabilitazione; ne deriva che l’interdizione può essere pronunciata soltanto ove si possa ritenere che il differente e più agile strumento dell’amministrazione di sostegno non risulti efficace in relazione alle esigenze di protezione manifestatesi nel caso concreto.

Concludendo, il mio consiglio è quello di procedere con un ricorso per il riconoscimento dell’amministrazione di sostegno, rappresentando le esigenze connesse a quella tutela e lasciando decidere al giudice, una volta esaminato il beneficiario, se quella è la protezione migliore per il destinatario, o se è necessaria una tutela maggiore.

Articolo tratto da una consulenza resa dall’avvocato Salvatore Cirilla


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