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Prescrizione crediti lavoro

6 Dicembre 2019
Prescrizione crediti lavoro

La prescrizione ha la funzione di dare certezza ai rapporti giuridici ed evitare che possano sorgere potenziali conflitti anche a distanza di troppo tempo.

Sei un lavoratore dipendente? Devi ottenere il pagamento dei tuoi stipendi arretrati? Oppure devono ancora pagarti il trattamento di fine rapporto? I diritti del lavoratore, determinati dal rapporto di lavoro, devono essere esercitati, seguendo la regola generale, entro un tempo massimo detto prescrizione.

Tuttavia, le peculiarità del rapporto di lavoro e lo stato di soggezione del dipendente nei confronti del datore di lavoro determinano un regime specifico per la prescrizione crediti lavoro.

In particolare, è evidente che il lavoratore è scoraggiato dal far valere i propri diritti nel corso del rapporto di lavoro e da ciò deriva uno speciale regime relativo alla decorrenza dei termini di prescrizione.

Che cos’è la prescrizione?

Il passare del tempo incide sui diritti delle persone. Questo impatto del tempo sui rapporti giuridici si esprime attraverso la prescrizione.

La prescrizione è quel meccanismo legale per cui il titolare di un diritto (ad esempio, il lavoratore che ha diritto a ricevere il pagamento del Tfr) deve far valere il proprio diritto entro un certo arco temporale altrimenti il suo diritto si estingue.

Il nostro ordinamento distingue tra prescrizione estintiva e presuntiva.

La prescrizione estintiva comporta l’estinzione del diritto se non viene esercitato da parte di chi lo detiene.

Tale prescrizione è di due tipi:

  • prescrizione breve, di durata quinquennale [1];
  • prescrizione ordinaria, di durata decennale [2].

Crediti da lavoro: quale prescrizione si applica?

I crediti da lavoro rientrano, nella generalità dei casi, nella prescrizione breve. In questa categoria, infatti, va ricondotto tutto ciò che deve pagarsi periodicamente ad anno o in termini più brevi.

Rientrano nella prescrizione estintiva breve quinquennale:

  • le retribuzioni;
  • le mensilità aggiuntive (tredicesima e quattordicesima, ove previste dal Ccnl applicato);
  • le gratifiche e i premi di produzione o di rendimento;
  • le indennità spettanti per la cessazione del rapporto di lavoro;
  • il Tfr;
  • l’indennità sostitutiva del preavviso.

La gran parte dei diritti che derivano dal rapporto di lavoro sono, dunque, soggetti alla prescrizione estintiva quinquennale. Ma non tutti.

Vi sono, infatti, alcuni diritti del lavoratore – derivanti da inadempimenti che esulano dall’omesso pagamento delle retribuzioni – soggetti alla prescrizione estintiva decennale come, tra gli altri:

  • diritto al premio di fedeltà;
  • diritto all’indennità di trasferimento;
  • diritto alle somme attribuite con transazione novativa;
  • diritto alla qualifica ed all’inquadramento;
  • indennità sostitutiva per ferie e permessi non goduti;
  • risarcimento dei danni per omesso versamento dei contributi previdenziali;
  • riqualificazione del rapporto (ad es. da lavoro intermittente a lavoro subordinato, etc.).

Crediti da lavoro: da quando decorre la prescrizione?

Il decorso della prescrizione può essere interrotto con qualsiasi atto (giudiziale o stragiudiziale) che sia finalizzato a costituire in mora il debitore. Basta, dunque, che il lavoratore invii una lettera con cui richiede il pagamento di quanto a lui spettante per interrompere la prescrizione.

L’interruzione deve essere intesa come un riazzeramento del decorso della prescrizione. In sostanza, il termine quinquennale ricomincia a decorrere dalla data dell’atto interruttivo della prescrizione.

La questione più rilevante relativa alla prescrizione dei crediti da lavoro concerne l’individuazione del cosiddetto dies a quo, ossia, da quando, da quale momento temporale, la prescrizione inizia a decorrere. In materia di prescrizione, la regola generale è che il termine prescrizionale comincia a decorrere nel momento in cui un determinato diritto può essere fatto valere.

Se, ad esempio, il Ccnl applicato al rapporto di lavoro prevede che la retribuzione mensile debba essere pagata il 1° del mese, in base alla regola generale, la prescrizione del diritto allo stipendio inizierebbe a decorrere il 1° del mese, ossia, da quando il credito è divenuto esigibile.

Ne consegue che, per regola generale, la prescrizione dei crediti di lavoro inizierebbe a decorrere in costanza di rapporto di lavoro. Tuttavia, questa regola generale non vale per i crediti di lavoro. Infatti, la Corte costituzionale [3] ha dichiarato l’illegittimità delle norme relative alla prescrizione nella parte in cui, con riferimento alle retribuzioni corrisposte per periodi non superiori o superiori al mese, facevano decorrere i relativi termini nel corso del rapporto di lavoro.

Secondo la Consulta, il mancato esercizio dei diritti retributivi da parte del dipendente non è determinato dall’inerzia del lavoratore quanto dal timore (cosiddetto metus) di essere licenziato. La presenza di un elemento, come il metus, atto a scoraggiare l’esercizio dei diritti durante il rapporto di lavoro ha portato la Consulta a stabilire che il termine della prescrizione dei crediti da lavoro decorre dal giorno di cessazione del rapporto di lavoro e non dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere.

In un successivo intervento [4], la Consulta chiarisce che questa regola non si applica a quei rapporti di lavoro per i quali la legge (ossia l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) assicura il rimedio della reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento. In questo caso, infatti, il metus del dipendente è ampiamente bilanciato da un sistema di forte protezione del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo. Nell’area della tutela reintegratoria, quindi, la prescrizione inizia a decorrere nel corso del rapporto di lavoro.

Prescrizione dei crediti da lavoro dopo il Jobs Act

Questa regola è stata applicata per oltre quarant’anni senza problemi. Infatti, in tutti questi anni, l’assetto della normativa in materia di licenziamento è rimasto sostanzialmente stabile.

A seguito dell’approvazione della riforma Fornero e del Jobs Act [5], tuttavia, oggi si assiste ad una disciplina del licenziamento molto diversa.

Il nuovo testo dell’articolo 18 riformulato dalla riforma Fornero prevede che, in caso di licenziamento illegittimo, la tutela ordinaria del dipendente sia il pagamento di una indennità risarcitoria fino a 24 mensilità di retribuzione.

La possibilità di ottenere la reintegrazione nel posto di lavoro diventa più remota, in quanto tale rimedio scatta solo a fronte di determinate tipologie di licenziamento.

Con il Jobs Act, l’ambito di applicazione della reintegrazione nel posto di lavoro diventa ancora più ristretto. La tutela offerta al lavoratore licenziato in modo illegittimo è generalmente solo risarcitoria. Queste riforme hanno determinato necessariamente degli effetti anche sulla prescrizione dei crediti da lavoro.

La giurisprudenza, considerata la nuova disciplina in tema di licenziamenti, ne ha dedotto che, oggi, anche per le aziende con un numero di dipendenti superiore a 15, la decorrenza del termine prescrizionale non può avvenire nel corso del rapporto di lavoro, ma solo dalla data di cessazione dello stesso.

Anche in una recentissima sentenza [6] la Corte d’Appello di Milano ha ribadito che a seguito della riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori da parte della riforma Fornero, la sanzione della reintegrazione nel posto di lavoro (in caso di licenziamento illegittimo) è stata fortemente ridimensionata e riservata ad ipotesi residuali, che fungono da eccezione rispetto alla tutela indennitaria che è, invece, la regola.

Da ciò consegue che, nel corso del rapporto, il lavoratore si trova in una condizione soggettiva di incertezza circa la tutela (reintegratoria o indennitaria) applicabile nell’ipotesi di licenziamento illegittimo, accertabile solo successivamente, nell’ipotesi di impugnazione giudiziale del licenziamento datoriale.

Pertanto, è ravvisabile, secondo la Corte d’Appello meneghina, la sussistenza di quella condizione di paura (cosiddetto metus) che, in base ai consolidati principi dettati dalla giurisprudenza costituzionale e di legittimità, esclude il decorso del termine prescrizionale in costanza di rapporto di lavoro.

In base a tali principi, infatti, la decorrenza della prescrizione nel corso del rapporto di lavoro viene affermata con esclusivo riferimento ai rapporti assistiti dal diritto della reintegrazione nell’ipotesi di licenziamento illegittimo. Si ritiene che, in tali casi, non vi sia quella situazione psicologica del lavoratore nei confronti del datore di lavoro che lo induca, per timore di essere licenziato, a non esercitare i propri diritti.

Secondo la Corte, quindi, il forte ridimensionamento della sanzione della reintegrazione, previsto dalle recenti riforme in materia di licenziamento, potrebbe causare al lavoratore il timore del licenziamento nel far valere le proprie ragioni, tale da essere idoneo a sospendere la decorrenza della prescrizione fino alla cessazione del rapporto di lavoro. Ne consegue che, oggi, l’unico ambito in cui il metus non è presente è quello dei rapporti di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione ai quali, infatti, si continua ad applicare l’articolo 18 nella sua formulazione precedente alla riforma Fornero.

Di recente, occorre comunque notare che la tutela ottenibile dal lavoratore licenziato in modo illegittimo è stata rafforzata per effetto di una nota sentenza della Corte costituzionale [7] che ha dichiarato la parziale illegittimità del Jobs Act. Oggi, per effetto di questo intervento, un lavoratore cui si applica il Jobs Act, in caso di licenziamento illegittimo, può ottenere fino a 36 mensilità di retribuzione.

Si tratta, quindi, di una tutela non reintegratoria ma, in ogni caso, molto forte. Secondo alcuni, questo rafforzamento della tutela (seppure solo economica e non reintegratoria) potrebbe giustificare il decorso dei termini di prescrizione dei crediti da lavoro anche in costanza di rapporto di lavoro. Senza interventi della giurisprudenza, tuttavia, questa ipotesi resta solo una suggestione.


note

[1] Art. 2948 cod. civ.

[2] Art. 2946 cod. civ.

[3] Corte Costituzionale sent. n. 63/1966.

[4] Corte Costituzionale sent. n. 174/1972.

[5] L. 92/2012 e D.lgs. 23/2015.

[6] Corte di Appello di Milano, sent. n. 376/2019.

[7] Corte Costituzionale sent. n. 194/2018.


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