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Credito non riscosso e contestato: nota di credito per non pagare l’IVA

18 Marzo 2014 | Autore:
Credito non riscosso e contestato: nota di credito per non pagare l’IVA

Un mio debitore non mi ha pagato una fattura per della merce consegnata oltre un anno fa; così gli ho notificato un decreto ingiuntivo con il mio avvocato ma quest’ultimo ha fatto opposizione; grazie alla provvisoria esecuzione del decreto (ora però revocata dal giudice) ho tentato un pignoramento mobiliare che però ha dato esito negativo. Non ho i liquidi per versare l’Iva della relativa fattura e tanto meno il 30% imposta, posto che ho anticipato anche i costi della prestazione e la mia ditta, a causa di ciò, rischia il fallimento. Posso emettere una nota di accredito per la fattura? Quali potrebbero essere gli effetti fiscali e giuridici sul decreto ingiuntivo e la relativa causa di opposizione? Come posso giustificare il trasferimento di materiale, che voglio comunque recuperare, nel caso si potesse procedere con una nota di accredito?

Nel quesito sono posti una serie di domande collegate tutte a una situazione che, per esperienza, capita di frequente: il rischio di dover pagare le imposte (dirette, IRPEF o IRES e l’IVA) per l’imprenditore che, fidandosi del cliente, dopo aver trasferito e consegnato la merce, non riesce a incassare le somme della vendita.

In questi casi la legislazione fiscale vigente è molto diffidente nei confronti dell’imprenditore; vengono infatti richiesti stringenti requisiti per consentire l’emissione di una nota di credito per recuperare l’IVA già addebitata in fattura o per riconoscere la rilevanza fiscale della perdita del credito.

Tali disposizioni si scontrano poi con l’estrema lentezza della giustizia italiana causando all’imprenditore un duplice danno: non riuscire, nel breve periodo, a recuperare le somme dal cliente e l’impossibilità, peraltro, di adempiere all’obbligo di pagare le imposte.

Nel caso in questione, tuttavia, sembrano essere presenti alcuni presupposti per consentire un parziale recupero dell’IVA da versare e il diritto alla deduzione della perdita del credito.

È lecito procedere con una nota di accredito per la fattura?

In base alla legge [1], la nota di accredito può essere emessa entro un anno dalla “effettuazione dell’operazione” (che nel caso di specie coincide con la consegna e l’installazione dei beni), solo però quando la variazione dell’imponibile derivi da un sopravvenuto accordo tra le parti.

Nel caso di specie è evidente che:

1) non si tratta di sopravvenuto accordo tra le parti, essendo in corso tra l’altro una causa;

2) è già trascorso più di un anno dalla consegna dei beni venduti.

Tuttavia può trovare applicazione una diversa norma [2] secondo cui la nota di credito può essere emessa anche senza limiti di tempo, qualora la causa che la origina riguardi:

1) situazioni che portano alla nullità, all’annullamento, alla revoca, alla risoluzione, alla rescissione e similari della cessione/prestazione (se non derivanti da sopravvenuto accordo tra le parti);

2) la presenza di sconti e abbuoni già previsti nel contratto originale (e quindi non accordati in un tempo successivo);

3) mancato pagamento (totale o parziale) a seguito di procedure concorsuali o di procedure esecutive non andate a buon fine.

Escludendo i primi due casi, nella circostanza da Lei descritta sembra possibile poter applicare l’ipotesi dell’emissione della nota di credito a seguito del “pignoramento mobiliare” che ha dato “esito negativo”, rientrando questa nelle ipotesi “di procedure esecutive non andate a buon fine”.

Il diritto all’emissione della nota di variazione nasce dall’esito infruttuoso delle procedure esecutive che si manifesta quando:

1) le somme ricavate dalla vendita coattiva dei beni dell’esecutato non sono sufficienti in tutto o in parte a soddisfare il credito;

2) sia stata accertata e documentata dagli organi della procedura l’insussistenza di beni assoggettabili all’esecuzione.

In questo caso, sulla base del verbale negativo di pignoramento mobiliare ed in assenza di beni immobili in capo al debitore, il creditore ha diritto [3] a emettere nota di variazione per quella parte di denaro che il cliente non Le ha pagato.

Per quanto riguarda la predisposizione della nota di variazione tale documento dovrà:

1. essere intestato al debitore originario;

2. contenere la dicitura dell’art. 26, comma 2, del DPR 633/1972;

3. contenere il riferimento alla fattura originariamente emessa;

4. contenere l’indicazione dell’avvenuta emissione a seguito della infruttuosa conclusione della procedura esecutiva cui il debitore è stato sottoposto.

Devo comunque precisarLe che nel Suo caso sussiste un minimo rischio di contestazione da parte dell’Agenzia delle Entrate dell’eventuale nota di variazione poiché, per come da Lei detto, è stata revocata la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo, per cui non avrebbe allo stato il titolo su cui è stata fondata la procedura esecutiva già esperita, sebbene con esito negativo.

Inoltre la legge parla di procedure esecutive non andate a buon fine, riferendosi al plurale e quindi a più procedure esecutive tentate. Nel suo caso, tuttavia, l’inesistenza di beni immobili intestati al debitore sarebbe sufficiente a dimostrare l’inutilità di avviare un’ulteriore procedura esecutiva (immobiliare) e quindi legittimare l’emissione della nota di credito.

Infine è richiesta l’emissione della nota di credito con la data dell’effettiva conoscenza del verbale negativo di pignoramento mobiliare, che andrà conservato e allegato alla nota di variazione in caso di controlli.

Quali potrebbero essere gli effetti fiscali e giuridici sul decreto ingiuntivo e la relativa causa di opposizione?

Nel caso di mancato pagamento della nota credito a seguito di procedura esecutiva infruttuosa, la variazione in diminuzione dell’imponibile e dell’imposta ha rilevanza

esclusivamente fiscale, non implicando in alcun modo la rinuncia al credito insoddisfatto. La stessa quindi non avrebbe alcun effetto giuridico sul decreto ingiuntivo e sulla relativa causa di opposizione.

Come posso giustificare il trasferimento di materiale, che voglio comunque recuperare, nel caso si potesse procedere con una nota di accredito?

La legge [4] non richiede alcuna giustificazione del trasferimento del materiale, poiché la nota credito si basa sul mancato pagamento e la merce o i beni non risultano restituiti.

Per sbloccare lo stallo dell’attuale causa ordinaria, posso promuovere un sequestro sui beni che gli ho trasferito?

In presenza dei presupposti previsti dalla legge è possibile richiedere un sequestro conservativo sui beni del debitore, tra cui quelli trasferiti, anche se per esprimere un parere sulla relativa azione è necessario leggere le contestazioni mosse nel giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo. In generale il provvedimento di sequestro conservativo sui beni del debitore viene emesso in presenza di alcun requisiti, spesso valutati in modo molto rigoroso dai giudici e con onere a carico di chi promuove l’azione:

1) Fumus boni iuris: il richiedente dovrà dimostrare la probabile esistenza del suo credito;

2) Periculum in mora: il richiedente dovrà dimostrare l’esistenza di “fondato timore di perdere la garanzia del proprio credito”

Come posso tutelarmi dal fisco?

Con riferimento alla normativa IVA si richiama quanto già detto. Ai fini delle imposte dirette, invece, le norme di riferimento sono altre.

La norma generale che regola la deducibilità fiscale della perdita su crediti [5] dispone: “Le perdite di beni di cui al comma 1, commisurate al costo non ammortizzato di essi, e le perdite su crediti sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e in ogni caso, per le perdite su crediti, se il debitore è assoggettato a procedure concorsuali o ha concluso un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis del regio decreto 16

marzo 1942, n. 267.”

Ai fini del presente comma, il debitore si considera assoggettato a procedura concorsuale dalla data della sentenza dichiarativa del fallimento o del provvedimento che ordina la liquidazione coatta amministrativa o del decreto di ammissione alla procedura di concordato preventivo o del decreto di omologazione dell’accordo di ristrutturazione o del decreto che dispone la procedura di amministrazione straordinaria delle grandi imprese in crisi.

Gli elementi certi e precisi sussistono in ogni caso quando il credito sia di modesta entità e sia decorso un periodo di sei mesi dalla scadenza di pagamento del credito stesso. Il credito si considera di modesta entità quando ammonta ad un importo non superiore a 5.000 euro per le imprese di più rilevante dimensione [6] e non superiore a 2.500 euro per le altre imprese.

Anche l’esistenza di un verbale di pignoramento mobiliare negativo, in assenza di beni immobili del debitore, consente di rilevare fiscalmente la perdita del credito attesa l’infruttuosità dell’azione esecutiva. Se il debitore, tuttavia, è un soggetto che può essere dichiarato fallito è consigliabile prudenzialmente attendere la dichiarazione di fallimento, anche in considerazione del rilevante ammontare del credito.

note

[1] Ai sensi del comma 3, dell’art. 26 del DPR 633/1972.

[2] Comma 2, dell’art. 26 del DPR 633/1972.

[3] Ai sensi dell’art. 26 del DPR 633/1972.

[4] Art. 26 del DPR 633/1972.

[5] Art. 101 del T.U.I.R. (DPR 917/1986).

[6] Di cui all’articolo 27, comma 10, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2.

Autore immagine: 123rf.com


2 Commenti

  1. Una cosa non mi è affatto chiara nella lettura del Suo articolo, il passaggio in cui si scrive che: “La variazione in diminuzione dell’imponibile e dell’imposta ha rilevanza esclusivamente fiscale, non implicando in alcun modo la rinuncia al credito insoddisfatto”.
    Chi dice che l’emissione di una nota di credito non estingua anche il correlativo debito nonché l’eventuale azione intrapresa ai fini civili. Ci sono riferimenti di legge o giurisprudenza sul punto? Può darmi delucidazioni. Grazie!

  2. Sono un utente Alma energy. Questa azienda a fine periodo,e cioè un anno dall’inizio della decorrenza del canone, emette una nota di credito per quanto fatturato in più durante l’anno.
    Ho ricevuto la nota di credito con i seguenti importi e descrizioni:
    – totale fattura (imponibile + imposta) € 14,94
    – Saldo partite precedenti € 86,51 –
    – Totale da pagare € 72,27 –
    Cioè mi riconoscono a credito 86,51 ed a debito 14,94 e questo significa che ho pagato l’iva sul saldo precedente ed ora la ripago sul totale da pagare che è negativo.
    E’ giusto il mio o il loro conteggio? Posso protestare?
    grazie in anticipo per la risposta.

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