Suicidio assistito: ecco le motivazioni della Corte Costituzionale

22 Novembre 2019
Suicidio assistito: ecco le motivazioni della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale spiega nelle motivazioni della sentenza perchè ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il reato di istigazione o aiuto al suicidio.

La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni della sentenza con la quale, lo scorso 25 settembre, aveva ritenuto non punibile il suicidio assistito: un caso, quello del dj Fabo, che aveva fatto molto discutere, e ancora di più quando è intervenuta la pronuncia della Corte, che aveva indotto molti a pensare che da oggi si è tutti liberi di morire. Anche per questo le motivazioni arrivate oggi erano molto attese: è indispensabile conoscere il ragionamento seguito dalla Consulta per arrivare ad una decisione così forte.

A complicare il quadro, il Giudice delle leggi non si era limitato a dichiarare incostituzionale la norma penale, il reato di istigazione o aiuto al suicidio previsto dall’art. 580 del Codice penale, ma aveva anche stabilito determinate condizioni per consentire la non punibilità di chi agevola l’altrui proposito di suicidio, per evitare i pericoli di un arbitrio incontrollato. Tutto questo viene adesso spiegato nelle motivazioni della sentenza, rese disponibili dalla nostra agenzia stampa Adnkronos.

“L’esigenza di garantire la legalità costituzionale deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore e se la dichiarazione di incostituzionalità rischia di creare vuoti di disciplina che mettono in pericolo diritti fondamentali, la Corte Costituzionale deve preoccuparsi di evitarli, ricavando dal sistema vigente i criteri di riempimento, in attesa dell’intervento del Parlamento”.

Esordisce così la sentenza, redatta dal giudice costituzionale Franco Modugno, per spiegare come la Corte sia dovuta intervenire a causa della perdurante assenza del legislatore: al momento della pronuncia era, infatti, “decorso inutilmente il termine di circa un anno dato al Parlamento per legiferare”-

La sentenza ribadisce anzitutto che “l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non è di per sé in contrasto con la Costituzione, ma è giustificata da esigenze di tutela del diritto alla vita, specie delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento intende proteggere evitando interferenze esterne in una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio”.

Esposto questo principio, però, la Corte afferma che “è stata individuata una circoscritta area in cui l’incriminazione non è conforme alla Costituzione”: ecco quindi le ragioni del suo intervento. Si tratta dei casi in cui “l’aiuto riguarda una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale quali, ad esempio, l’idratazione e l’alimentazione artificiale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, ma che resta pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”.

Era proprio il caso di Marco Cappato, che aveva accompagnato dj Fabo in Svizzera per aiutarlo a morire e si era autodenunciato per questo. In base alla legge sulle disposizioni anticipate di trattamento, prosegue la Consulta, “il paziente in tali condizioni può già decidere di lasciarsi morire chiedendo l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale e la sottoposizione a sedazione profonda continua, che lo pone in stato di incoscienza fino al momento della morte. Decisione che il medico è tenuto a rispettare”.

La legge, invece, “non consente al medico di mettere a disposizione del paziente trattamenti atti a determinarne la morte. Il paziente è così costretto, per congedarsi dalla vita, a subire un processo più lento e più carico di sofferenze per le persone che gli sono care”.

Nelle considerazioni che abbiamo riportato, la Corte prende atto che c’è una decisione del paziente di porre fine alla sua esistenza, ma i medici non possono aderirvi, in base alla normativa attuale, che andrebbe riformulata per eliminare questa discrasia. È il quadro di partenza per motivare la decisione assunta, resocontata nei passaggi seguenti.

Dunque tutto ciò, spiega la Corte Costituzionale, “finisce per limitare irragionevolmente la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta dei trattamenti, compresi quelli finalizzati a liberarlo dalle sofferenze, garantita dagli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione. Questa violazione costituzionale non potrebbe essere, tuttavia, rimossa con la semplice esclusione della punibilità delle condotte di aiuto al suicidio delle persone che si trovano nelle condizioni indicate”.

In assenza di una disciplina legale della prestazione dell’aiuto, “si creerebbe, infatti, una situazione densa di pericoli di abusi nei confronti delle persone vulnerabili. Disciplina che dovrebbe, d’altra parte, investire una serie di aspetti, regolabili in vario modo sulla base di scelte discrezionali, rimesse al legislatore”.

Per questa ragione, la Corte Costituzionale aveva quindi disposto, con l’ordinanza emessa lo scorso anno, un rinvio dell’udienza di trattazione delle questioni, in modo da consentire al Parlamento di intervenire in materia; ma ciò non è avvenuto.

Poiché durante questo periodo concesso dalla Corte al legislatore il Parlamento non ha approvato nessuna normativa, la Consulta ha infine ritenuto di dover porre rimedio alla violazione  riscontrata e così è arrivata a pronunciarsi con la sentenza qui in commento.

In particolare, “un preciso punto di riferimento, utilizzabile a questo fine, è stato individuato nella disciplina della legge sulle Dat relativa alla rinuncia ai trattamenti sanitari necessari alla sopravvivenza del paziente e alla garanzia dell’erogazione di una appropriata terapia del dolore e di cure palliative: queste disposizioni prevedono una procedura medicalizzata che soddisfa buona parte delle esigenze riscontrate dalla Corte”.

Inoltre, i giudici costituzionali hanno ritenuto che “la verifica delle condizioni che rendono legittimo l’aiuto al suicidio e delle relative modalità di esecuzione debba restare affidata, in attesa dell’intervento legislativo, a strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale”, in linea con quanto già stabilito in precedenti pronunce, relative a situazioni analoghe; tutto questo per evitare abusi in danno dei malati e la coartazione della loro volontà.

Ci sono dunque dei limiti e dei controlli per verificare la scelta effettuata: secondo la Corte, la verifica dovrà essere “effettuata previo parere del comitato etico territorialmente competente, organo consultivo per i problemi etici che emergono nella pratica sanitaria, in particolare a fini di tutela di soggetti vulnerabili”.

Quindi, l’articolo 580 del Codice Penale è stato dichiarato “costituzionalmente illegittimo” nella parte in cui “non esclude la punibilità di chi agevola il proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona che versi nelle condizioni indicate in precedenza, a condizione che l’aiuto sia prestato con le modalità previste e sempre che le suddette condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”.

Queste condizioni procedurali introdotte con la sentenza della Consulta “valgono esclusivamente per i fatti ad essa successivi e quindi non possono essere richieste per i fatti anteriori, come quello di Dj Fabo-Cappato”. Per questi, “occorrerà che l’aiuto al suicidio sia stato prestato con modalità anche diverse da quelle indicate, ma che diano garanzie sostanzialmente ad esse equivalenti; in particolare, quanto a verifica medica delle condizioni del paziente richiedente l’aiuto, modi di manifestazione della sua volontà e adeguata informazione sulle possibili alternative”.



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